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Assolutamente casuale (lI dito di dio)

PARTE TERZA

CAPITOLO 8

"L'ameba si sviluppò e diventò pesce, il pesce diventò rana, la rana diventò topo, il topo diventò scimmia, la scimmia diventò uomo, l'uomo diventò sapienza e la sapienza guardò l'uomo, la scimmia, il topo, la rana, il pesce e l'ameba e si accorsero tutti insieme di essere dio, eppure sarebbe bastato un sasso in meno nel cielo e nulla sarebbe avvenuto."

 

Chissà se c'era un topo nella credenza della nonna Costantina quand'era giovane e bella. Un topino sarebbe potuto sbucare vicino al biberon colmo di latte vaccino che Costantina aveva scaldato per il suo primogenito Bernardino che piangeva da molte ore nel freddo della notte, scalciando via la coperta di lana nella piccola cuna.

Quel topino avrebbe potuto attirare l'attenzione del gatto soriano che viveva un po' nelle stanze e un po' sui tetti dell'antica casa avita. Il gatto avrebbe potuto cercare di acchiappare il topo e nel balzo urtare il biberon che avrebbe potuto cadere e rompersi.

Forse la bella Costantina non aveva altro latte e avrebbe dato al piccolo Bernardo un cucchiaio di camomilla: Bernardo non sarebbe morto e il padre di Primo non sarebbe nato e adesso non ci sarebbe nessuno a pensare questi stupidi inutili pensieri.

- Professore, perché non crede in dio?- la domanda provocatoria di Beatrice solleva il mormorio di consenso della classe e Primo la guarda lasciando che i segnali della corteccia visiva cancèllino le mappe dei confronti interiori.

Ogni volta che Beatrice chiede notizie di dio, il professore risponde in modo diverso ma, quel che importa agli studenti, risponde a lungo. I ragazzi cominciano attività ludiche mentre Beatrice si dispone ad ascoltare la risposta col bel volto paffuto stretto nella coppa delle mani.

- Oggi credo in un genio del niente: un dio Niente che crea un niente che per fluttuazione quantica spara botti a ripetizione. Uno dei botti d'energia si annoda in materia che si combina in chimica che si evolve verso la complessità: universo piano, costanti cosmiche proprio come devono essere per permettere materia e vita, e noi siamo la morula di quel dio. Se questo universo dura abbastanza ci saranno esseri onniscienti e onnipresenti che sapranno spostarsi lungo l'irreversibilità del caos divertendosi a far petare in modi diversi i cinesi di Beijin per ottenere universi diversi. 

- I cinesi...?

- L'esempio classico parla di farfalle. -

- Farfalle cinesi...?-

- L'effetto farfalla, la banalizzazione della matematica del caos. Forse c'è dio nella formuletta ricorsiva che origina l'insieme di Mandelbrot, sprigionando ghirigori senza fine con un input di informazione quasi nullo. Forse c'è stato un Biggest Bang che si è dilatato istantaneamente portando con sé infiniti semi di altri universi, fluttuazioni quantiche che scoppiano come castagnole per l'eternità, grappolo frattale di bolle creatrice di infiniti universi e ogni universo con leggi fisiche casuali diverse: in una di queste bolle viviamo noi perché qui è permesso alla materia di autocopiarsi, assemblarsi in acidi nucleici e tentare di creare un dio finale che dominerà il tempo, onnisciente, onnipotente, onnipresente, che sarà sempre esistito ed esisterà per sempre fatto di tempi diversi, di spazi inconcepibili per noi, ora,  perché siamo il primo scalino di materia autocosciente.- 

- Insomma adesso dio c'è o no?-

- Accettando questo ragionamento c'è e non c'è, dipende da quello che abbiamo fatto, facciamo e faremo...-

- Non intendevo quel dio lì, troppo complicato per me, parlo del dio della religione, quello con la barba bianca che sta oltre le nubi...- sorride Beatrice calando le palpebre con moto lento sui suoi occhi splendenti.

- Quello non è dio, è "un" dio. L'hanno inventato primitive popolazioni asiatico-mediterranee con limitate capacità immaginative, quindi è un dio assai limitato. Chiamiamolo col suo nickname: JHVH, Javhè, Geova o Allah. Quattro o cinquemila anni fa è stata una grande conquista, il massimo della potenza di astrazione della classe dominante: un dio senza figura, senza corpo, senza sesso, senza difetti, poiché allora non sembravano difetti la violenza del padrone, l'inesorabilità della vendetta e il ritenere i figli colpevoli delle colpe dei padri. La barba bianca gliel'ha messa Michelangelo.-

Beatrice sporge le labbra in una smorfietta che ha provato a lungo davanti allo specchio e che le sembra piuttosto irresistibile, ma il professore non pare notarla.

-   Tutti i popoli hanno un dio, una religione. –

-   Sì, è il meme di maggior successo. Un vero e proprio virus mentale dalla propagazione epidemica verticale e orizzontale. Guarda quante incongruità ci sono nel nostro meme giudaico-cristiano: han fatto dire a Geova "io posso dare, io posso togliere" quindi il nostro libero arbitrio è alla mercé di un arbitrio superiore. "Guadagnerai il pane col sudore della fronte e partorirai con dolore." Non c'è da discutere, fa come gli pare, condanna e si fa anche pregare. "Ricordati di santificare le feste."  E poi gli han fatto dire anche "non avrai altro dio fuori che me". La concorrenza è sgradita. –

Beatrice annuisce e finge grande attenzione. Forse gli intellettuali si agganciano così.

"Ti ho mandato la disgrazia perché mi hai bestemmiato". Tu rispondi "No, io ti ho bestemmiato perché mi hai mandato la disgrazia." Ribatte "Per me non c'è né prima né dopo, sempre fui, sempre sono, sempre sarò." Fregato dalla tua stessa filosofia! Gli han fatto dire "Non fornicare". Prima ti dà la voglia e poi ne proibisce la soddisfazione. I sacerdoti inventori se avessero potuto avrebbero abolito la voglia, temevano che i popolani scopassero le loro femmine. Gli han fatto dire "Non desiderare la donna d'altri." I preti hanno voluto ribadire il concetto, come negli spot pubblicitari: diglielo, diglielo ancora, digli che gliel'hai detto. Per ultimo gli han fatto dire "non desiderare la roba d'altri." La proprietà è sacra, chi ha, ha e chi non ha non deve neppure avere il desiderio di avere. Norma antirivoluzionaria perfetta tendente ad avere sudditi miserabili, umili e schiavi, di nessun pericolo per il potere. 

Proudhomme è millenni lontano. Mosè aveva finito la pietra ma duemila anni dopo i sacerdoti inventori hanno perfezionato i privilegi di casta e si sono istituzionalizzati: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa.

Si son dati i pieni poteri: quello che voi preti scioglierete in terra sarà sciolto anche in cielo. Un'abdicazione, Geova dà mano libera ai suoi vassalli che in un delirio di tirannia innalzano roghi, torturano, massacrano e organizzano auto da fè, crociate e genocidi.

Vien voglia di urlare correndo fra le galassie: "Geovaaaaaa!" felici di non avere risposta. -

Primo apre il registro e un maschio obeso seduto sul terzo banco si leva preoccupato l'indice dal naso, appallottolando una caccola contro il polpastrello del pollice. Fa disperati segni a Beatrice che ha un gesto di impotenza. Una femmina esile dal pelo bruno seduta dietro a lei le soffia sul collo:

- Buddha! Chiedigli di Buddha, se no quello stronzo interroga!-

- Buddha è meglio?- chiede Beatrice ad alta voce. Primo la guarda divertito e richiude il registro. Il sollievo nella classe muove l'aria.

- Buddha non è un dio. E' il meglio che han saputo inventarsi gli orientali che erano le popolazioni più civili del pianeta. Credere che nulla sia casuale nell'universo dà una grande pace. Se tutto avviene per una ragione precisa, si possono sopportare le più orribili disgrazie, consolandosi nel pensiero di una ragione superiore che riequilibrerà i dolori della vita con altrettanto miele di goduria e poiché è evidente che una sola esistenza non basta al pareggio, è obbligo ipotizzarne molte altre con reincarnazioni plurime fino al bilancio dei conti: un buddhista direbbe fino all'esaurimento del karma, dopo di che lo stupendo nulla del Nirvana. Più saggi quei popoli che ispirandosi al proprio comportamento hanno immaginato i loro dei come un branco di figli di puttana, incestuosi e parricidi. Per i filosofi greci un Giove stupratore era il simbolo dell'inesorabile violenza del contatto fra l'umano e il divino, ma per lo zappatore dell'Attica poter urlare "porco Giove" sapendo di essere nel giusto quando il corto manico della zappa gli si infilava fra i coglioni era una bella soddisfazione. Pregare o bestemmiare è lo stesso: un dio deve gradire nel medesimo modo perché è la somma del divino e del diabolico. –

Nessuno ascolta davvero ma Primo prosegue lo stesso.

- Noi cristiani possiamo pregare: "Padre nostro che sei nei cieli, sia lodato o maledetto il tuo nome, venga il tuo regno poiché il mio è di fango caduco, sia fatta la tua volontà che tanto la mia conta come quella di uno spettatore di telenovela, dacci oggi il nostro pane o il nostro cancro quotidiano che tanto fai sempre come ti pare e alla fine ci mandi la fine, rimetti a noi i nostri debiti ma con infinita maggior generosità di come noi li rimettiamo ai nostri debitori, non ci indurre in tentazione perché ci hai creati stronzi ma liberaci dal male o dal bene come meglio ti viene, adesso e nell'ora della nostra morte visto che la tua non verrà mai e quindi per te morte, malattia e dolore sono sfumature pastello per togliere monotonia al quadretto che hai creato. E' così sia, sempre che noi siamo nel dipinto e non nell'acqua di risciacquo dei pennelli, che non siamo soltanto effetti collaterali, che ti ricordi di averci fatto, che non ti sia rincoglionito, annoiato e che non abbia cambiato perversione." -

Due giovani esemplari maschi giocano a battaglia navale da un banco all'altro. Un terzo dal cranio rasato ghirigora su un foglio grandi cazzi assecondando le sue mappe neuronali primordiali. La femmina dal pelo bruno è adesso impegnata a eliminarsi un brufoletto inquadrato nello specchietto del portacipria mentre dietro a lei altri due maschi dalla lunga criniera giallastra discutono se sia più merda la Lazio o la Roma. Tutta la classe è quieta e felice. Il professore è solito da qualche mese cedere a sproloqui per se stesso e per Beatrice.

La nuova pausa allarma il maschio obeso distraendolo dalle proprie cavità nasali. Si allunga tutto e tira un goffo calcio a Beatrice per esortarla a interloquire alimentando la vena filosofica del professore.

- Brutta preghiera, la sua, professore…-

- Pregare è bestemmiare. Se credi in un Dio perfetto, giusto, buono e onnisciente, non puoi pregare affinché cambi le sue decisioni. Non puoi neppure pensare di sapere TU quello che è meglio! Questo è bestemmia. La preghiera è uno dei residui più arcaici, è l’eco delle suppliche che si porgevano ai tiranni per avere una grazia o un privilegio. Niente a che fare con un dio perfettamente buono che dovrebbe avere creato il migliore degli universi… Guardandosi intorno qui sulla terra davvero non sembra: ci mangiamo gli uni con gli altri per sopravvivere.

- Ma ci deve pur essere un creatore dell'universo!- Beatrice insiste nella provocazione permettendo a tutta la classe di seguire i propri interessi.

Primo guarda quelle facce sottolineate dai piani dei banchi: giovani scimmie con la voglia di spulciarsi, obbligate a star sedute incolonnate per un rito sociale senza utilità. Il professore spalanca le braccia per indicare il tutto:

- Ti sembra un tal capolavoro da meritare una firma? Un "intelligent design"?

- Sì .- afferma ridendo Beatrice, schiacciandosi la faccia fra le palme delle mani.

Primo si costringe nello sguardo di Beatrice, distratto dalla fossa delle sue labbra disegnata dalla pressione delle mani che crea un attraente rosso umido buco animale.

- Penso che a noi mammiferi la questione non riguardi. Siamo troppo in basso nell'evoluzione. Esistiamo per un attimo, spaventati, e non abbiano l'attrezzatura neurale necessaria per occuparci del problema.

La nostra paura ha del comico: pensa alla lunghissima e complicata invenzione delle religioni fatta per non ammettere di essere bestie che muoiono, scatole usa e getta per permettere ai geni di mutare. A ragionarci senza condizionamento è davvero una costruzione di imponente follia. Abbiamo inventato di tutto: dal dio sole al dio serpente, da Giove a Visnù, da Geova al Grande Spirito, paradisi, inferni, averni, reincarnazioni, angeli e demoni graduati come negli eserciti e su queste fantasie han prosperato migliaia di generazioni di preti e sciamani, stregoni e vestali, monache e bonzi e frati autodefinitisi il tramite privilegiato con l'aldilà.

Con paranoia da pubblicazione accademica, l'umanità ha creduto a queste incredibili panzane, grandi intelligenze han sprecato se stesse con summe, patristiche, encicliche e milioni di persone si sono fatte uccidere, martirizzare e altri milioni hanno ucciso e martirizzato in nome di queste favole inventate per combattere la paura del non esser più.

Per non voler accettare la morte abbiamo nascosto e seppellito i morti: carogne marcenti sui prati avrebbero reso più difficile l'autoinganno.

Per non accettare la morte ci siamo costruiti illogiche vite dopo la fine, con un giudice che ci danna o ci assolve a seconda che un momento prima di morire abbiamo parlato o no con un prete (non male la trovata del clero!), o se al momento della nascita ci hanno versato in testa dell'acqua e altre amenità simili. Qualcuno nel paradiso ci ha messo le urì o una fila di vergini da sverginare che aspettano idioti suicidi, altri solo vaghi e noiosissimi santini, altri lo hanno immaginato come un'eterna passeggiata a braccetto con dio. Persone serie han discettato per stabilire se dopo morti saremo nudi e belli oppure riavremo i nostri corpi avvizziti magari avvolti nei nostri abiti d'epoca come nel più pittoresco dei carnevali, hanno stimato i "beati" in qualche decina di miliardi e han calcolato volume di palazzi e superficie di giardini necessari per una vita medio borghese, oppure si son chiesti a che serviranno gli organi sessuali e l'apparato digerente che trasforma i cibi in merda, elemento che appare poco paradisiaco.  

Torme di credenti in qualunque cosa non si chiedono come diavolo potrebbero essere ancora se stessi dopo la morte fisica, in un mondo di puro spirito. Il cambiamento di stato e di conoscenza sarebbe totale e l'anima non avrebbe più nulla in comune con il ragionier Rossi.

Il cambiamento della morte produrrebbe un "io" diverso, senza corpo e sapendo "tutto" non sarebbe più lo stesso, non potrebbe più ricevere attraverso le proprie antenne corporali proteiche i "suoi" segnali particolari che lo rendono unico e tutte le "anime" diventerebbero uguali: annullamento in dio? Questa è morte di tutti e non la sopravvivenza individuale! Ma il profondo bisogno animale di sicurezza sopraffà la logica della mutazione corticale e nei salotti si raccontano aneddoti sulla "comunicazione" con dei morti più vivi di prima. Qualcuno gioca il terno secco datogli dal nonno, qualche altro cerca un segno in una trance, tutti pregano per i defunti e chiedono la loro protezione. Il meme della religione è il più grande successo della genetica delle idee. -

Beatrice muta posizione. Guarda il professore con occhi socchiusi e rabbrividisce di piacere immaginando di sentire quella sua mano lunga dalla pelle reticolata dalla prima aridità della vecchiaia, scivolare leggera sul suo ventre, fino al suo clitoride turgido che stuzzica aumentando e diminuendo la pressione delle gambe accavallate. Primo prosegue il suo sproloquio:

- Pensa alle malattie, disgrazie e sfiche che avrebbero dovuto subire gli aguzzini dei campi di concentramento nazisti, torturatori e massacratori di bambini, se le anime dei genitori avessero potuto vendicarsi, e al bailamme di paranormale se i trapassati in modo tanto orribile avessero potuto manifestarsi con segnali, rumori, luci, voci mentre quegli assassini gassavano i loro figli o li usavano per orribili esperimenti.

Pensa a tutti i potenti, nobilastri, nazisti e comunistoidi, papi e imperatori che hanno ucciso e torturato per millenni godendosela alla grande e inventando per le vittime la consolazione della giustizia del "dopo".

Pensa agli assassini stupratori di tutte le guerre passate e future, quelli che lanciano i bambini per aria e li infilzano con le baionette, che tagliano i testicoli ai vinti per infilarglieli in bocca, che violentano i figli davanti ai genitori gridando viva qualcosa.

Pensa ai commercianti di droga che ingrassano sulla morte di milioni di ragazzi e a chi si sventra per un giubbetto rosso oppure blu. Stanno tutti in salute, perfettamente in media coi santi.

La biogenesi forse nasconde un segreto, ma potrebbe essere piccolo assai. Gli scienziati si tormentano nel tentativo di capire come la chimica si sia trasformata in codice e poi  in informazione. Forse si sottovaluta il caso, non il caso davvero improbabile che avrebbe messo nella giusta sequenza le proteine della vita e che è stato paragonato ad un colpo di vento che assembli un moderno jet, ma quello più modesto che è intervenuto dopo,  non appena qualche molecola chimica è stata in grado di autocopiarsi.

Fatto il primo passo, l'evoluzione della vita sulla Terra è solo la continua interazione del hardware proteico conservatore con un software chimico-elettrico imperfetto che sbaglia nell'autocopiarsi e che in tal modo  incorpora le casualità dell'ambiente: il software modifica l'hardware che a sua volta modifica il software. In quest'azione di feedback ricorsivo potrebbe stare tutto il segreto della complessità.

Tempo, ricorsività e caso in rapporto non lineare hanno plasmato tutti i cervelli viventi sul pianeta in modo stocastico eppure deterministico, come una pallina d'acciaio in un vecchio flipper che schizza a destra e a sinistra rimbalzando fra le molle di necessità preesistenti, interrotta spesso da tilt occasionati da remoti sommovimenti: è stato assai più lungo stabilizzare istinti e comportamenti automatici che passare all'autocoscienza e alle capacità simboliche. Il software è inciso nell'hardware, marcito l'hardware non resta nulla e l'informazione che passa da uno spermatozoo avo a uno spermatozoo lontanissimo postero non porta niente della nostra esperienza personale.

Tutti insieme mutiamo l'ambiente e l'ambiente sceglie il nuovo nell'uovo. Dobbiamo illuderci di essere immortali per non sederci a terra disperati e aspettare la fine.

Siamo spinti dai nostri neuroni a credere a un "anima", a una "mente" separabile dal corpo e immortale anche se il Papa va in giro coi vetri blindati e quando ha mal di pancia non va Lourdes ma al Policlinico Gemelli e chiede ai fedeli che preghino dio affinché lo faccia vivere il più possibile: non ha alcuna voglia di incontrarlo.

La morte è un fatto definitivo per definizione e non chiede prove, ne dà.

E' la teoria della sopravvivenza che ha bisogno di prove proprio come non è l'evidenza della fisica classica che va provata ma è la non intuitività della meccanica quantistica.

Si può aver fede soltanto in ciò che appare inspiegabile, quando si capisce non si ha più bisogno di fede.

Plebi di ignoranti con lauree e diplomi credono agli influssi zodiacali, agli oroscopi e a tutte le ciarlatanerie annesse. "Di che segno sei?" chiede con aria professorale l'infame truffatrice in televisione che spaccia per scienza le fantasie di antichi Caldei, e il presentatore televisivo correo le dà spazio e prestigio come fosse un premio Nobel. Nessuno chiede chi abbia stabilito che se Marte entra nel segno dei Coglioni significa disgrazia e chi abbia deciso che i segni d'acqua sono meno merdosi dei segni di terra.

Nessuno sberleffa gli oroscopi spiegando che il sole si muove fra le stelle alla velocità di 600 chilometri al secondo cambiando la sua e la nostra posizione nei cieli, che le costellazioni sono pure illusioni ottiche poiché le stelle che le formano sono lontanissime le une dalle altre, sprofondate nella terza dimensione senza alcun legame fra loro tranne quelle fantasticate da pastori senza televisione che passavano le notti immaginando figure, collegando, come giochi di bambini, i punti luminosi del cielo: diversi i pastori, diverse le figure. Ogni cultura ha collegato quei punti a modo suo, immaginando figure diverse e chiamandole con nomi e significati diversi. Il cielo è sopra di noi ogni notte, basta alzare la testa per capire l'assoluta beceraggine di ogni astrologia e l'inesistenza di disegni fra le stelle, grandi palle di idrogeno in fusione. Eppure milioni di povere scimmie credulone fanno la fila per dar soldi ai ciarlatani.

Chi non alza la testa per vedere l'evidenza e vuol credere alle truffe consolatorie è perfettamente nella media della specie. E' umiliante essere uomini!-

Primo avvolge con uno sguardo la scolaresca che non lo ascolta e torna a fermarsi negli occhi di Beatrice:

- Se la pazzia fa vivere meglio, bisogna curare i pochi savi che rompono le palle e convertirli. Gli inconvertibili vanno messi al rogo, come ha sempre fatto, finché ha potuto, nostra santa madre chiesa. Ho incontrato un imàn - prosegue Primo - che sostiene con assoluta convinzione che il cristianesimo pretende di fare società con Dio, mentre i mussulmani sono per un monoteismo di sottomissione completa: ecco perché quando pregano, come dice un mio infame conoscente islamico, offrono il culo ad Allah. -

Primo fissa la bocca socchiusa di Beatrice e collegamenti talamici profondi gli fanno balenare l'idea involontaria che un pompino avrebbe maggior significanza di tutta la sua chiacchiera. Costringe l'attenzione a tornare ai livelli di coordinamento:

- Si può trovare un pensiero consolatorio meno idiota di quello di una giustizia post mortem che rimetta tutti in pari con la partita doppia del dare e dell'avere della vita, contestando l'eternità della morte. Se la morte non è eterna la morte non esiste. Non voglio usare il vecchio sofisma che fin quando si è vivi la morte non c'è e quando c'è non ci siamo più noi, ma considerando la morte come una sospensione della vita a tempo indeterminato, magari lunghissimo ma che non si può definire eternità, concependo la possibilità che Qualcuno o Qualcosa nell'universo riesca prima della fine dello spazio-tempo a rimettere insieme quei neuroni e quelle connessioni ridando il via ai pensieri che stavano elaborando quando cessarono di funzionare.

Forse per sapere dell'antica Roma verrà resuscitato Cicerone, che magari vorrà che siano resuscitati i suoi parenti e amici che vorranno a loro volta eccetera, in una catena di Sant'Antonio senza fine. Si può immaginare che un giorno scienza e tecnica riescano a ricostruire DNA, cervello e ricordi e allora si avrà la resurrezione della carne. Si potrebbero ricreare le civiltà antiche, ma chi accetterà di rivivere per rifare lo schiavo? -

- Affascinante, professore. Per il DNA può pure essere, ma per i ricordi, come fare per i ricordi di ogni persona?-

- Si possono ipotizzare viaggi nel tempo con cuffie per registrare i neuroni oppure velocità inflattive per recuperare segnali che camminano alla lentezza della luce, e per chi risorgesse, il tempo non sarà trascorso e riprenderà il filo del discorso interrotto un anno o un milione di anni prima. Chi muore è quindi sospeso e basta. Sono solo fantasie, dello stesso segno di chi promette il paradiso, ma anch'io sento lo sgomento del non essere più, mai più. Purtroppo la realtà è banale: morto il cervello, morto tutto. E si possono prelevare gli organi di un corpo diventato una quintalata di proteine inerti. -

Beatrice sposta la mano dalla guancia e le sue labbra si chiudono.

- Mio nonno è morto cadendo da un'impalcatura. Vuol dire che è come se stesse sempre cadendo? Come un astronauta che precipitasse in un buco nero?-

- No. Per l'astronauta la caduta avverrebbe in un tempo finito, solo chi è fuori dall'orizzonte attrattivo di non ritorno lo vedrebbe precipitare in eterno. La mia idea consolatoria non appartiene alla fisica del reale. Tuo nonno potrebbe venir svegliato tra mille anni e per lui sarebbe appena caduto. -

Quel rivolo di sangue scuro che cola nel tombino potrà essere richiamato nella testa spezzata di suo figlio psicologicamente condannato a un'eterna caduta? Si risveglierebbe urlando di rabbia per essere ancora vivo? Primo gli aveva comprato un barattolo di cioccolato per addolcirgli la vita e lui si era buttato dal sesto piano.

Drinn! Un raspare di Timberland.

- Professore, è suonata la campanella. - Un giovanotto coi capelli raccolti sul collo e stretti in un fermaglio d'acciaio, commenta grave:

- Non chiedere per chi suona la campanella. Essa suona per te. - La scolaresca ride. Anche Beatrice ride.

La ragazza aspetta il professore sulla soglia e si incamminano insieme, senza parlare. Un quadrato di sole incornicia i capelli biondi di lei illuminandole di bisquit la rotondità della guancia. Fotoni di rimbalzo raccolti dalle retine di Primo e tradotti in segnali per la corteccia visiva trovano una mappa già costruita e fanno scattare un ricordo: si chiamava Laura anche quell'antica compagna di scuola ed era figlia del professore di Merceologia. Aveva quei capelli e quella guancia quando Primo la sbirciava timido dal suo banco e la sognava la notte vestita di bianco ritta sul ciglio di un prato fiorito. La prendeva per mano e correva con lei verso valle in un'impossibile, orgasmica, onirica sovrapposizione dei loro profili. Mai le aveva detto dei suoi sogni.

Beatrice lo guarda, sorridente, primaverile. Nel suo metro quadrato il mondo è bello.

- Com'era da giovane, professore? Quando aveva la mia età. -

Primo si costringe a una smorfia ironica per mascherare il disagio provocatogli dalla domanda, in sintonia coi suoi pensieri:

- Io non ho mai avuto la tua età. Mi ricordo di un tizio che l'ha avuta ma non sono più io.-

- Mi parli un po' di quel tizio, professore. -

- Era alto come me ma molto più forte. Me lo ricordo quando, pivot, ruotava su un piede e con possente falcata superava d'un balzo tre avversari scattando in alto, due metri lungo, il braccio alzato sicuro e con un arrogante beffardo movimento del polso depositava la palla nella rete del canestro nell'ovazione scrosciante del pubblico. Io me lo ricordo bene quel tipo, i miei muscoli lo ricordano, i miei nervi, qualche volta parlo di lui come se fossi io e invece è un trucco, è il ricordo di un altro, di un corpo che non c'è più, sostituito cellula per cellula con copie sempre più degradate e inefficienti. Un corpo che i geni egoisti hanno già abbandonato per costruirne altri e continuare il loro esistere. Solo i neuroni superstiti si affannano e tenere insieme immagini e ricordi che non sono più di questo corpo. –

Beatrice ride e fa la vezzosa:

- Non si butti troppo giù professore! Metà delle mie amiche un capriccetto con lei se lo leverebbero ancora…-

Primo scuote la testa:

- E' sufficiente per dire "io" questo pallido frammentario film che passa per le mie stanche mappe cerebrali, mancante della più parte dei suoi fotogrammi, censurato, cambiato, scolorito, falsato e sfarfallante che tenta di raccontare una storia unitaria? Sono gli stessi corpi, questi, avvizziti di muscoli sottili come corde consunte sciacquanti in logore guaine di pelle squamata avvinghiati negli ultimi tentativi di amplesso, e quelli lucidi di plastici fasci muscolari avvolti in pelle setosa che si amavano furiosamente trent'anni prima? Anche i vivi sono morti e quel giocatore di basket è cadavere da tempo, quell'amante instancabile s'è perduto nella scia dei giorni che mi son lasciato dietro come la bava di una lumaca, segno disgustante di un passaggio irrecuperabile. Perché vuoi che ti racconti di lui? Mi addolora come ripetere una fiaba sentita nell'infanzia dalla voce sussurrata di mia madre morta. 

- Professore, lei parla come se fosse un vecchio cadente. -

- Cadente? Caduto. -

- Caduto ma rialzabile. - Beatrice lo saluta con un cenno malizioso, o la malizia è nel professore che riceve il gesto, e si attruppa con altre cinque giovani femmine scuotenti le natiche davanti al branco di giovani maschi caracollanti ed emettenti suoni rituali.

 

CAPITOLO 9

"C'è un trucco nell'universo: il vuoto, che è la sua parte piena. L'energia elettromagnetica che aumenta con la vicinanza, la debole che preferisce la decadenza, la forte che diventa immensa con la distanza, la tenuissima gravità che finge di diminuire col quadrato bidimensionale finché nessuno si avvicina troppo, i colori e i sapori dei quark, la relatività, la meccanica quantistica, sono giochi di prestigio per distrarre l'attenzione."

E' difficile immaginare l'infinito, ma più difficile è immaginare il niente. Non il vuoto, proprio il niente. Perché logica vorrebbe che esistesse niente: niente Terra, galassie, ammassi, spazio: niente. Gli anelli neuronali di retroazione cortocircuitano sul niente dando un senso di implosione.

E' invece probabile che il niente sia impossibile perché sarebbe qualcosa di fisso e di eterno, tutto deve fluttuare e dalla fluttuazione del nulla appaiono le cose. Però il fatto che le cose ci sono crea a noi problemi insolubili: esistono davvero? O son solo ologrammi per i nostri sensi? Esistono da sempre? E che vuol dire sempre? E perché sono così? Nell'infinito ci perdiamo, dal niente siamo schiacciati perché ci viene il sospetto di esserci inventati.

Di nuovo il teatrino del solipsismo, ma il novantotto per cento del cervello comunica solo con se stesso in un inesplorato intrico di rientri e funziona in modo autonomo dalla parte volitiva che abbiamo a disposizione: pensa sempre per conto suo, sia che dormiamo, sia che siamo svegli. Interpreta i segnali dei sensi a modo suo, li manipola a nostra insaputa totale e poi ce li presenta come gli pare.

Meglio accettare la propria stupida dipendenza. L'universo c'è perché c'è. Ogni cosa succede perché succede. Inutile indagare quando non si hanno gli attrezzi giusti. Restate umana gente al quia.

Goedel ha dimostrato che nulla è autocoerente e che nessun sistema logico può spiegarsi all'interno della sua stessa logica. Alla fine del ragionamento umano non c'è alcuna verità ultima, ma solo tautologia e atti di fede.

Ha ragione Davies: se la religione è una teoria che si basa sulla fede in qualcosa di indimostrabile, la matematica è l'unica religione che ha dimostrato di esserlo.

Primo rimugina pensieri che spingono per sfondargli la testa. Sente le gambe molli e prende l'ascensore approfittando che non ci sono compagni di viaggio. Pigia il pulsante numero cinque per antico gesto memorizzato dai neuromotori, poiché aveva abitato al quinto piano in un altro palazzo nei primi anni del suo matrimonio quando si sentiva padrone del mondo.

Infila la chiave nella serratura che crede quella dell'uscio di casa e cerca di farla ruotare senza successo. Al terzo tentativo la porta si spalanca.

L’albanese lo fissa coi suoi occhi senza colore.

- Sono pronte. -

Primo lo guarda sorpreso e poi sbircia oltre, nella penombra dell'ingresso sconosciuto. Questa non è casa sua. Sta per ritirarsi quando da una porta si affaccia una donna nuda con una sigaretta in bocca.

- Nessuna di queste troie ha da accendere...- afferma con calma e guarda Primo con aria interrogativa. Il professore si trova in tasca un accendino comperato dagli extracomunitari di viale Libia ed evitando di guardare le grosse poppe ballonzolanti della donna, fa un passo avanti e leva la fiammella verso la punta della sigaretta che tiene fra le labbra tumide e colorate di rosso. La donna aspira e il albanese chiude la porta dell'ingresso.

- Le ragazze sono pronte. - sorride indicandogli la porta da dove è uscita la popputa. Primo, vincendo la vischiosità onirica dell'aria, va a guardare: nel salone, sedute o accucciate su grandi cuscini ci sono sette donne nude, giovani e carine, alcune con visi orientali, pelle bianca e grandi mammelle, altre dalla pelle ambrata con seno acerbo e appuntito.

- Vuoi provarle? Tutte troie da pompini. - gli sorride l’albanese con occhi acquosi in cui brilla una luce malvagia - Le abbiamo scelte con labbra speciali. C’è qualche difficoltà con quelle da culo, ma stiamo rimediando. -

Le ragazze lo guardano impaurite. Una sola si alza, statuaria nella sua nudità bronzea e fissa Primo negli occhi con uno sguardo appesantito di fard:

- Sei tu il padrone? Quanti dovremo succhiarne al giorno?-

Primo si ritrae ma non trova fiato nei polmoni per protestare. L'hanno scambiato per un negriero o uno sfruttatore su scala industriale. Dovrebbe essere indignato ma un'erezione fuorilegge gli tira le mutande.

- Questi sono i loro passaporti…- aggiunge lo slavato albanese - Tu le puoi provare mentre aspettiamo gli altri. Sono diventate tutte brave. Centomila lire a pompino, minimo trenta al giorno. Tre milioni garantiti. -

L’albanese fa cenno a un paio di ragazze che si avvicinano a Primo con indolenza. Fa schioccare le dita e una di loro slaccia la zip dei pantaloni del professore e si impadronisce del suo membro turgido cominciando a succhiarlo. A Primo manca il fiato e vorrebbe ribellarsi, ma già l'altra gli fa scorrere le mani sul ventre sfiorandogli la pelle con le unghie e il albanese magnifica con orgoglio la bravura delle sue allieve:

- Anche uomini molto più vecchi di lei tornano giovani con le mie ragazze. Hanno imparato a partecipare davvero. Loro godono mentre succhiano, signore. -

La ragazza inizia a torcersi e a succhiare Primo con più ingordigia finché non le inonda la bocca, sconvolto dal piacere e dalla colpa.

Perché le mappe del piacere coincidevano con quelle dell'abuso? Perché un uomo sessualmente sano viene definito potente?

Si riabbottona in fretta. L’albanese inarca un sopracciglio, timoroso che le sue ragazze non siano state abbastanza brave.

- Ci vediamo dopo. - sussurra il professore.

Sguscia nell'ingresso ed esce sul pianerottolo sbattendosi la porta alle spalle. Corre giù per le scale fino al piano terra e si aggrappa ansante alla balaustra della portineria. La portinaia gli dà un'occhiata critica:

- Qualcosa non va, professore?-

- Non ci sta più l'oculista al quinto piano, sopra casa mia?-

- Ha comprato un onorevole. Ma non ci abita. -

- Un onorevole? Guardi che hanno messo su un casino, è pieno di donne nude, forse l'onorevole non lo sa. -

La portinaia gli fa l'occhietto:

-  Lo sa, lo sa: è della corrente del Presidente. –

-  Quale presidente?-

-  Er presidente de tutto dicheno gli invidiosi... perché è uno che sa fà gli affari sua! E vorei puro vede....-

Primo guarda meglio la donna che lo fissa con un ghignetto complice sul viso fiorito di porri. Assomiglia alla portinaia del suo palazzo ma nota delle differenze: questa donna è più vecchia di qualche anno e più grassa.  Ha i capelli più grigi di come se li ricorda, il seno più cascante e le manca un incisivo nella corona superiore dei denti.

- Lei è la sorella della signora Giggia?- chiede con un po' di incertezza. La donna ride, facendo tremolare la pappagorgia: 

- Magari, professò. So' fija unica, io!-

La portinaia gli dà la copia dell'Unità che arriva gratis ogni martedì a nome del figlio minore che è iscritto alla Sinistra Giovanile, poi ancheggia lardosa verso l'ascensore. Pigia il bottone di chiamata guardando Primo con aria furba:

- Er sottocoso, lì, dice che so' modelle no mignotte. -

Primo scuote il capo mentre la portinaia gli apre le porte dell'ascensore. Entra:

- Mignotte, signora, mignotte.- contesta senza forza chiudendo le portiere dell'abitacolo. Pigia il pulsante numero quattro con grande attenzione e la cabina inizia la salita. L'ascensore è vecchio e lento come l'amministratore del palazzo. Dà un'occhiata al giornale. C'è un grosso titolo in prima pagina sotto l'immagine di un grande fungo atomico, recita:

LA CINA RISPONDERA' ALL'ATTACCO ATOMICO DI J.E.B. BUSH

Il professore sobbalza: di quale attacco atomico sta parlando il giornale? E chi è J.E.B. Bush? Non si chiama George Dabliù quel pirla che ha attaccato l'Iraq come già fece suo padre?

Lo sguardo gli cade sulla data: 12 settembre 2014. Dev'essere uno scherzo. Oggi è sì il 12 settembre ma del 2004. 

L'ascensore si ferma e Primo spalanca la porta della cabina per uscire e sbatte contro il muro della tromba dell'ascensore sporco di strisce di grasso nero. Richiude l'uscio e pigia con isteria il bottone del quarto piano. Non succede nulla. Schiaccia tutti i pulsanti insistendo su quello d'allarme. Nessun campanello suona da nessuna parte. Pesta i piedi sul pavimento, batte i pugni sulle pareti:

-  S'è bloccato l'ascensoreee! Signora Giggia, faccia la manovra a mano o chiami i pompieri!-

La sua voce solleva echi profondi, di inesistenti lontananze. Con un impeto di rabbia calcia una delle pareti urlando di dolore.

-  Sora Giggiaaaaa!-

Nessun suono in risposta. Riprende a colpire con furia. La luce si spegne lasciandolo in un grigiore scuro dove si scorgono appena i contorni della cabina. Si lascia scivolare sul pavimento, rannicchiandosi in un angolo. 

Duemilaquattordici! 

Da bambino si divertiva a recitare il numero degli anni futuri cercando di scoprire qualcosa attraverso il suono delle sillabe: ma quando arrivava 1999 si fermava. Duemila aveva un senso di improbabilità, di fantascientifico. Primo si stringe la testa fra le mani: il suo gioco si è impadronito del suo cervello, a forza di voler tornare indietro nel tempo adesso l’allucinazione lo porta avanti, sta diventando matto come suo figlio: risente cose dette decenni prima, gode con improbabili puttane, legge giornali che vengono dal futuro e si immagina bloccato in un ascensore kafkiano: lei è in arresto. Il perché non può spiegarglielo nessuno.

Tanto tempo prima, quando i nomi degli anni suonavano scorrevoli e ammiccanti, millenovecentosessantuno, millenovecentosessantadue, a Primo era già successo di rimanere chiuso in un ascensore ma non aveva avuto paura perché con lui c'era Giuliana, la bella figlia di un funzionario della banca Sella. La ragazza tremava e Primo era mostrato forte e tranquillo. La ragazza si era stretta a lui e il calore del suo corpo gli aveva provocato una erezione priapica. Non aveva ancora avuto una donna e si vergognava del suo stato. Giuliana aveva la pancia contro la sua e Primo si sentiva sempre più turgido e grande. Erano rimasti chiusi in quella cabina per tre ore, l'uno contro l'altra, e Primo si era mantenuto rigido come il suo sesso. L'erezione non era cessata neppure dopo che erano stati liberati e aveva dovuto buttarsi nelle acque gelide di un torrente per lenire quello che era diventato un crampo doloroso.

La luce investe il professore e gli fa male agli occhi: dalla porta spalancata la portinaia e due inquilini del palazzo lo guardano con aria dispiaciuta:

- Professò, abbiamo fatto più in fretta che abbiamo potuto, ma sa, la manovra a mano è lenta. Perché nun ce arrisponneva, professò?- dice a voce troppa alta la portinaia, mostrando la perfetta chiostra dei suoi denti.

-  Ci siamo spaventati, professore...- sorride l'inquilino del piano di sopra, il pelatissimo oculista dottor Sunna. Primo guarda Sunna con sospetto.

-  Me lei non era andato ad abitare altrove?-

L'oculista scuote la testa.

-  Magari, professore. Non si riesce più a dormire col traffico che abbiamo sotto le finestre. Prima o poi me ne vado davvero. –

La portinaia si china a raccogliere qualcosa sul fondo dell'ascensore e gli tende la copia stropicciata dell'Unità:

-  Il suo giornale, professò.-

Primo prende il giornale e lo liscia. Adesso il titolo di prima pagina dice soltanto:

GEORGE BUSH MENTE ANCORA SULLE TORTURE

Ma non c’è più la foto dell'atomica. Guarda la data: 12 settembre 2004. Oggi è tornato oggi.

Fatica a riprendersi. Ha avuto un'allucinazione. Ringrazia i suoi salvatori e si incammina su per le scale. Infila la chiave nella toppa dopo aver controllato la targhetta col proprio nome che lo qualifica dottore con una svolazzo inciso sull'ottone incollato sulla lucida porta blindata, apre l'uscio ed entra in casa. Penombra e silenzio col lieve profumo di Laura.

- Laura?-

Butta il giornale su una sedia. Non s'aspetta una risposta che infatti non viene. Va nel bagno e si chiude dentro seguendo l'istinto animale della tana. Si guarda nel grande specchio avvicinando il proprio viso alla superficie liquida del cristallo.

Dentro ai propri occhi riesce ancora a ritrovarsi: nel buio sferico delle pupille brilla una piccola luce che lo distingue dall'infinita umanità che semina la vita. Intorno a quella luce la carne sta decadendo. La pelle si è coperta di rughe e scende flaccida in sacchette semicolme di liquido. Le guance si sono inaridite, i peli della barba sbiancati, i capelli caduti e i superstiti diventati grigi sulle orecchie da cui spuntano peli sempre più grossi e irsuti. Anche le sopracciglia stanno mutando: più cespugliose, irte come le setole di uno spazzolino da denti troppo usato. Il naso si è fatto più massiccio e storto e sulla parte carnosa spuntano peli scuri, altri crescono grigi uscendo fuori dalle narici.

Primo fissa la luce in fondo ai propri occhi per trarne identità: ha avuto un'allucinazione. Per un tempo incommensurabile il cervello si è autoingannato costruendosi un intorno inesistente, allucinando le catene della percezione, oppure lo ha portato per strade inesplorate in un mondo parallelo?

Dentro i pozzi bui delle pupille, la fiammella non dà più consolazione, l'io vacilla nel dubbio che altri ego abitino quell'infinito che ha nella testa.

Che significa vedere cose che non sono se non cedere il comando del proprio sé? Ma cederlo a chi? Schizofrenia. Per quella malattia suo figlio s'è buttato dal sesto piano e Primo non ha saputo impedirglielo.

Continua a fissarsi negli occhi, in un'intimità assoluta, dove tutto diventa comunicabile e il tribunale della coscienza sentenzia senza alcuna pietà: quella malattia gli ha fatto sentire il figlio estraneo, glielo ha ucciso dentro prima che morisse, e Giuseppe ha avvertito quel gelo del cuore:

- Papà, io sono matto?-

Schizofrenia: un gene ha saltato una tripletta di basi durante la meiosi di un lontano antenato e lo sviluppo del talamo è risultato incompleto. Forse.

Un piccolo stolido errore molecolare avvenuto secoli fa può essere la causa di tutto il suo dolore e forse da altri errori simili sono nate filosofia, arte, scienza.

L'errore è il vero motore del mondo.

L'universo compie trilioni di trilioni di trilioni di scelte casuali a ogni microsecondo: è possibile che quelle che si discostano dalla norma si annullino a vicenda e che la curva dell'evoluzione resti sempre la stessa? Oppure non esiste alcuna evoluzione: sulla Terra la vita è rimasta unicellulare per tre miliardi di anni poi, senza causa conosciuta, in soli cinque milioni di anni è diventata pluricellulare e negli ultimi cinquecento milioni di anni non è successo più nulla di davvero rivoluzionario.

Primo si stira la pelle del volto con le mani alla ricerca di un'espressione perduta di giovinezza. Per cancellare le rughe si tira gli occhi a mandorla e il cranio pelato lo aiuta a vedersi bonzo. Non si è mai sentito più ferocemente antibuddhista: soltanto la meditazione può sublimare l'uomo e farlo finalmente smettere di esistere, interrompendo la condanna delle continue reincarnazioni. Quanta fatica inutile! per smettere di esistere basta buttarsi dal sesto piano di un palazzo.

In occidente migliaia di vite han lasciato traccia delle scoperte regolarità del mondo, pulite dalla casualità, dal rumore, che invece ne erano la vera essenza, ma in tal modo han potuto farsi pensieri-scalino per chi è venuto dopo e la scalata è diventata scienza.

La salita continua anche se si son dovute abbandonare le leggi deterministiche per accontentarsi di leggi probabilistiche e la fisica fondamentale è costretta a sommare giganteschi stormi di freccette di ampiezza di probabilità per spiegare i fenomeni che accadono in laboratorio, rinunciando a capirli.

Il caos fissa la freccia del tempo verso il futuro: massimo di entropia. Irreversibilità. Noi siamo caos organizzato e quel che è stato è stato. Ma gli stati del caos sono infiniti e l'allucinazione è uno fra i tanti.

Primo si riempie i polmoni d'aria e l'ossigeno avvelena i globuli rossi e si fa portare in circolo ossidando le cellule.

La natura ha fatto di un veleno un veicolo di vita e quando arriva al cervello i neuroni aumentano la frequenza degli impulsi elettrici creando pensiero.

Che c'è di strano se un animaletto su un pianetucolo che ruota intorno a una stella di media misura ha vissuto un miserabile brano di futuro?

Un sottoinsieme di mappe illumina un'idea correttiva: di UN futuro, uno dei tanti possibili e impredicibili. Per bilanciamento elettro-chimico obbligato dal primo pensiero altri neuroni creano un pensiero feedback: oppure è strano? Il dubbio, l'illusione del libero arbitrio. Un segnale endocannabinico retrogrado placa un poco l’ansia di Primo.

I neuroni eccitati calmano i loro eccitatori.

Le due reti neuronali si pareggiano in un terza e lampeggiano una risposta rinunciataria: "bo!"

L'attività cerebrale si placa nell'omeostasi e Primo distoglie gli occhi dai propri occhi e si occupa di un brutto pelo che sta crescendo oltre la linea decente della rasatura. Lo asporta con un magistrale strappo di pinzetta.

-  Ha telefonato una delle tue allieve!- gli grida da dietro l'uscio la voce di Laura, cogliendolo coi pantaloni calati.

-  Ha detto come si chiamava?-

-  Beatrice. –

-  Che voleva?-

Laura non risponde oltre.

Primo si siede sulla tazza. Sullo sgabello sotto il lavandino c'è un foglio di Repubblica.

Lo scorre per facilitare il lavoro dei muscoli ventrali che premono sugli intestini per espellere ciò che i villi hanno succhiato a fondo.

Un pensiero di sfondo quasi non percepito recita: essuno si preoccupa dei propri rifiuti, delle proprie unghie tagliate o capelli perduti, ma tutti si preoccupano di dove andrà il resto del corpo quando sarà tornato a essere un insieme inerte di proteine.

C'è un titoletto in cronaca:

TROVATA MORTA DAL MARITO IN UNA STANZA D'ALBERGO.

I DUE AVEVANO PARTECIPATO ALLA MARCIA DELLA PACE.

C'è una foto di donna, sembra un po' Luisa, o come potrebbe essere diventata Luisa. Ma no, Luisa ormai è una vecchia signora e quella della foto dimostra al massimo quarant'anni. Però lo stesso volto dal mento aguzzo, gli stessi occhi chiari che sembrano bucarti il cervello con lo sguardo. 

CRIMINE CONTRO CRIMINE

MARIA LUISA RIVETTI ACCUSA DI CORRUZIONE POLITICI E CARDINALI

Buffo, si chiama anche Maria Luisa che è (era?) il nome completo di Lisa. Che di cognome faceva però Laspina.

Primo piega il foglio di giornale e lo posa sull'orlo del lavandino. Si pulisce con cinque pezzi di morbida carta profumata, quella che piace a sua moglie. Si sciacqua nel bidè, si asciuga e si tira su le mutande curando che la canottiera superi i testicoli e li avvolga, poi liscia la camicia allacciandosi i pantaloni. 

Se un giornale del passato può restare dimenticato su uno sgabello accanto alla tazza del cesso continuando a dare le notizie al presente, lo stesso può fare un giornale del futuro dimenticato per anni in una piega del tempo e raccontare al presente fatti non ancora accaduti.

Non vuole leggere l'articolo in cui si dice che un certo Secondino G. di Biella ha trovato morta la moglie Lisa M. in una stanza d'albergo. Primo sa ma non vuole sapere di sapere che Dino l'ha uccisa. Sarebbe successo lo stesso se Lisa avesse sposato lui? Se non fosse partito per Roma... Stop! Smettere di pensare.

Se il suo primo grande amore è stato ammazzato dal suo primo grande amico non vuole che sia collegato ai ricordi dell'adolescenza. La storia del primo innamoramento, capitata a un altro lui, ha mantenuto nel cuore di Primo un riflesso di luce che non deve essere spento in una stanza d'albergo da un omicidio. Però smettere di pensare è molto difficile.

Primo straccia il giornale e affolla la tazza di parole stampate che comunicano ancora orrore, poi pigia il pulsante dello sciacquone e le guarda sparire nel vortice: anche sul fondo della tazza di un cesso il caos racconta la sua meraviglia. Esce dal bagno e va nello studio. Tutto è al solito posto. 

Si stende sul tappeto e immagina che il proprio cervello si stacchi dalla fronte e si raccolga in poltiglia nel concavo della nuca per effetto della gravità. Il corpo è staccato, pesante, inamovibile, e sotto le palpebre chiuse un infinito limbo grigio teso come un lenzuolo si estende in tutte le direzioni

Per qualche secondo il lenzuolo resta senza colori e senza increspature e Primo ha il curioso pensiero di non pensare, poi appare una grinza, si biforca ad angoli retti, si trasforma in un muro di pietre squadrate.

Primo lo spiana in una nebbia uniforme ma una lucertola guizza nell'angolo in alto e vien disintegrata a fatica, poi un grumo rosso di marmellata di ciliegie si accende al centro del limbo. Non è marmellata, è sangue e comincia a colare.

Non associare è diventato impossibile per Primo, dopo la disgrazia. Si siede davanti al computer per rompere i pensieri che stanno girando nel cerchio che gli condiziona la vita. Sta lavorando a un programma che ha battezzato "SE" e la esse l'ha disegnata con la testa di serpente nell'atto di mordere.

SE si fosse masturbato una volta di più  o una volta di meno, gli spermatozoi avrebbe fatto un giro in più o in meno e i suoi figli sarebbero stati altri. Ricorda bene la lunga lotta contro la tentazione vinta la notte prima dell'incontro per la selezione dei giocatori per la nazionale juniores di pallacanestro.

Se avesse ceduto Giuseppe non sarebbe mai nato quindi la disgrazia è colpa di quell'imbecille di allenatore che minacciava di cacciare i "segaioli" dalla squadra.

SE quella mattina di maggio del "45,   al ritorno dalla fuga fallita insieme ai soldati tedeschi, la madre gli avesse lasciato sulle spalle lo zaino pesante che portava da giorni, Primo bambino avrebbe insistito per andare subito a casa invece di passare dalla zia per sapere quello che era successo a Biella nei giorni seguenti la Liberazione e avrebbero incontrato il capo partigiano che aveva occupato il loro alloggio. Forse sua madre non avrebbe potuto tornare a Novara per avvisare il marito di restare il più a lungo possibile nella caserma dei carabinieri dove si era consegnato e lui sarebbe tornato a Biella invece di essere rinchiuso nel campo sportivo insieme agli altri fascisti così Franco Moranino, il vigile Givone e gli  altri assassini non avrebbero potuto ucciderlo nella strage sul ponte di Greggio la notte del 12 maggio.

E tutta la sua vita sarebbe stata altra SE suo padre non fosse stato ammazzato.

SE invece di venire a Roma fosse andato in qualsiasi altra città del mondo, avrebbe incontrato e amato altre donne, avrebbe avuto altre mogli, altri figli. In ogni città del mondo c'è una donna che ha avuto una vita diversa perché non è andato là.

SE alla vigilia del suicidio di Giuseppe avesse alzato il telefono e chiamato il figlio, forse sarebbe ancora vivo e sarebbe tornato a casa: sarebbe guarito oppure in una crisi avrebbe accoppato il fratello scagliandogli in testa un vaso di fiori dal balcone.

Tutte queste possibilità (e infinite altre!) forse sono altrettanto reali dell'unica di cui abbiamo coscienza di vivere. Forse le viviamo tutte, ma ne abbiamo consapevolezza di una sola per volta. Forse questa è l'equità dell'universo: ognuno ha tutto il bene e tutto il male possibile.

SE così fosse, miliardi di miliardi di vite sarebbero simili e mediamente poco interessanti: ma non sono proprio così le nostre vite?

Date due vie a un fotone e ne sceglierà una ma il solo fatto che avrebbe potuto scegliere l'altra crea il fenomeno dell'interferenza perché forse le percorre tutte e mentre arriva dritto al bersaglio i suoi fantasmi rimbalzano sulla galassia di Andromeda e tornano indietro attraverso qualche spazio misterioso.

E' la traccia fisica dell'esistenza di un tempo parallelo in cui il fotone ha scelto l'altra strada, è l'orma di un universo ombra.

SE le vite che apparentemente non son state ma che sarebbero potute essere modificano la realtà si dovrebbe riuscire a riconoscere la loro influenza. Primo sfoglia le pagine del diario che tiene da quando era ragazzo.

Cercando le condizioni iniziali dei grandi eventi della vita si arriva a sondare stupidaggini vuote di significato: uno zaino troppo pesante ha ucciso mio padre?

Il pregiudizio di un allenatore ha fatto nascere Giuseppe?

E' colpevole quel mio amico regista che mi ha coinvolto in una ricerca su Stradivari che ha fruttato il denaro con cui ho comprato l'attico da cui Giuseppe si è buttato? Senza quel denaro non ci sarebbe stato quel terrazzo. E quel lavoro ci fu perché quel regista andò a Cremona per un servizio RAI in sostituzione dell'inviato interno dell'azienda che si era preso un raffreddore perché era uscito senza ombrello perché il nipotino gli aveva rotto una stecca: quel bambino sconosciuto ha ucciso Giuseppe?

"SE"... parolina tremenda da schiacciare non appena la esse alza la testa.

 

CAPITOLO 10

"Dateci qualche decennio e vi spiegheremo l'anima. Temiamo però che la spiegazione sarà deludente. Ringraziamo intanto ogni giorno i settanta mila miliardi di esseri viventi e morenti che collaborando fra loro perpetuano l'esistenza della nostra configurazione, la cangiante Gestalt che con arroganza chiamiamo "io".

 

- Se il posto che occupi confina con due o tre presenze puoi sopravvivere. Se vicino a te non c'è nessuno o c'è una sola presenza muori per isolamento. Se ce ne sono quattro o più muori per affollamento. Per nascere occorre che accanto alla culla ci siano tre presenze. -

Beatrice si tira la maglietta di cachemire che le sottolinea il seno. Primo avverte la voglia di toccarlo ma è un desiderio censurato, non gradito al nucleo della consapevolezza di sé, visto come estraneo all'area dell'io su cui ha potere e la sua mano si alza per indicare lo schermo:

- Regole semplici del gioco LIFE in un universo bidimensionale di qualche migliaio di pixel.-

- Pixel?- interroga Beatrice con un sorrisetto vezzoso

- I puntini dello schermo si chiamano pixel, acronimo di picture element. Puoi pensarli come quadretti indirizzabili come quelli della "battaglia navale": 4A, colpito e affondato. Conway, l'inventore del gioco, ha cominciato con fogli di carta millimetrata quando i computer erano grandi come case e di difficile uso. Ogni quadretto confina con altri otto, quattro di lato e quattro di spigolo, che sono il suo vicinato. Ogni quadretto vuoto che confina con tre quadretti pieni diventa una cella di nascita e si accende, ogni quadretto acceso circondato da quattro o più quadretti accesi si spegne per sovraffollamento, mentre se intorno ha meno di due quadretti accesi si spegne per isolamento. -

- E a che serve?-

- A curiosare. Anche nei corpi viventi la vita delle cellule dipende dalle altre accanto. LIFE è un gioco possibile soltanto in un universo granulare dove la continuità è inesistente. Per un computer è facile gestirlo calcolando i punti che devono essere accesi e quelli che devono essere spenti a ogni nuova generazione: anche con regolette così semplici e universi limitati, le configurazioni sono tantissime e i risultati cambiano molto al variare, anche minimo, delle condizioni di partenza. Fa conto che ogni puntino acceso sia una vita. -

Primo dà il via al programma inserendo una dozzina di punti a caso. Beatrice fissa il monitor dove il computer, schermata dopo schermata, fa nascere e morire nuove "vite" in base alle regole del gioco: i punti raggrumano in un'isola che si ingrandisce, poi da essa si staccano colonie di "emigranti" che volano come alianti verso i bordi dello schermo sparendo in spazi matematici immaginari.

- Sembrano astronavi!- esclama meravigliata la ragazza - Le vediamo muoversi, ma niente si muove davvero sullo schermo, è solo un succedersi di pixel che si accendono e si spengono. Forse anche nella nostra realtà il movimento dei corpi è un'illusione...-

La forma dell'isola muta e si sposta, smagrisce fin quasi a sparire e torna a ingrossarsi: migrazioni, colonie e ritorni. Poi, un'esplosione: l'isola si disintegra in una dozzina di blocchi che spariscono oltre i bordi dello schermo che resta vuoto: LIFE è arrivata a DEATH. Primo fissa lo schermo sorpreso.

Beatrice si volta a guardarlo, dal basso, le labbra socchiuse in un accenno di sorriso. I suoi capelli biondi sfiorano le narici di Primo che sente avviarsi uno starnuto. Lo blocca stringendosi il naso fra le dita e si stacca dalla ragazza che lo fissa umida e interrogativa.-

- Qualcosa non va?-

- No, va tutto benissimo. Di solito il gioco va avanti molto a lungo...-

- A lungo, ogni gioco stanca...- gli smorfia Beatrice torcendo il corpo verso di lui, sottolineando con la propria flessuosità l'offerta sessuale che c'è nella morbidezza della sua pelle: le labbra gonfie, i denti piccoli e lucidi, l'effluvio feromonale di gioventù svegliano usati automatismi nei recettori di Primo.

La memoria emotiva scalpita i suoi segnali lungo il tronco cerebrale evocando piacevoli immagini di prossima soddisfazione sessuale, ma sperimentate mappe corticali inalberano regole morali sostenute in segreto da feed-back profondi di paura che non superano la barriera della consapevolezza e bloccano i circuiti tra talamo ed amigdala. Il risultato del lavorio elettrochimico è una sensazione soggettiva di disagio, di non padronanza, come quando si è al volante di un'auto che scivola sul ghiaccio.

Beatrice si diverte all'imbarazzo del professore. Sono soli nella camera da letto di lei e di fronte alla parete attrezzata con tavolo e computer c'è il letto gonfio di piumino rosa.E' stata Beatrice a chiedere al professore di prepararle un dischetto col programma LIFE. Primo ha accettato senza consapevolezza di secondi fini, ma quando ha sentito il silenzio dell'appartamento e visto quel letto, i suoi gesti han perso spontaneità.

Beatrice, come tutte le femmine della specie, ha captato e conduce un gioco molto più vecchio di quello che Primo le mostra sul monitor.

Il professore è lusingato, tentato e incerto: non sa fin dove Beatrice gli concederebbe di andare e non vuole farsi cogliere in fallo nell'esplorazione di quel limite.

Guarda il collo sottile di Beatrice, nota la massa tiroidea ben sviluppata, indizio di una pratica sessuale ben avviata. Immaginare la ragazza in estasi con uno di quei cuccioli goffi e brufolosi che riempiono i banchi della scuola lo infastidisce anche se un pensierino di nuca lo irrita con paragoni di potenza virile, tacitato da mille flash che costruiscono un elogio all'esperienza.

- Si può prevedere l'esito del gioco?- chiede Beatrice posando la sua mano morbida su quella asciutta di Primo che blocca un fremito e risponde in tono dottorale:

- Una buona domanda che non ha una buona riposta. Nell'universo semplificato del monitor mettendo i puntini di partenza esattamente negli stessi posti si ha sempre lo stesso sviluppo, ma basta spostarne uno per cambiare tutto. Nell'universo in cui viviamo le variabili sono infinite. In teoria un computer di adeguata potenza riuscirebbe a simularlo e forse noi siamo un passatempo per una civiltà superiore. -

Beatrice lascia scivolar via la sua mano da quella di lui, in una distratta carezza. Primo annulla LIFE e carica un BASIC di programmazione chinandosi sulla tastiera, superando la poltroncina a ruote. Beatrice scivola sulla sedia, infilandosi nel cavo del suo corpo piegato, la testa che gli tocca il ventre. Primo sente l'inizio di un'erezione e tenta di bloccarla, immergendosi in un ragionamento pseudoscientifico:

- Supponiamo che l'universo sia uno schermo tridimensionale e valutiamo il numero dei suoi pixel. -

Beatrice affonda un poco la testa nel suo ventre. Un flusso di sangue più veloce preme nelle arterie di Primo e i corpi cavernosi del pene si dilatano nonostante i suoi disperati ordini contrari. Si scosta di un centimetro dalla testa della ragazza, combattendo contro un pensiero laterale che considera con lussuria la piccola distanza che separa il suo glande dalle labbra di lei.

- Diamo una dimensione ai pixel...- si ascolta dire Primo e anche le parole più innocue gli suonano oscene mentre Beatrice, pensosa, si porta un dito sulle labbra -...ossia scegliamo la granulazione dell'universo. -

- Come dire che il vuoto è fatto di pallini di vuoto?- chiede Beatrice voltando un poco la faccia all'insù per sorridere a Primo che annuisce mentre un vigliacco afflusso di sangue ai capillari del volto gli dà una tinta pomodoro.

- Il vuoto è uno stato potenziale della materia, un grande buio pieno di una luce invisibile che ribolle di energia creando e annullando miliardi e miliardi di particelle dalla durata di un quanto di tempo, troppo poco per essere reali.

- Beatrice spinge in fuori le labbra, in una smorfia di perplessità ben nota a tutte le scimmie.

- Okay, e allora?- chiede con una sfumatura di impazienza.

Primo conosce questo tipo di incomunicabilità e una pluralità di segnali pulsa nel suo cervello per avere il privilegio di trasmettere ordini operativi ai suoi muscoli: stringere sul proprio corpo quella femmina profumosa, succhiarle le labbra, sgusciarla dai vestiti. Ma hanno ancora la meglio i circuiti di condizionamento e Primo riprende a parlare, irrigidendo tutti i muscoli per impedirsi un gesto che potrebbe scatenare automatismi istintivi.

- La meccanica quantistica suggerisce che la natura procede per piccoli salti. Vediamo quanto piccoli: a un decimilionesimo di millimetro troviamo gli atomi, decisamente troppo grossi no?

Beatrice si munge il labbro inferiore con le dita.

- Stai sbagliando...- sussurra nella testa di Primo una piccola routine abilitata a confrontare i fatti con i modelli del repertorio primario e fuori dall'influenza volitiva e gli mostra l'immagine di se stesso piegato su quella giovane femmina a parlar di cose che non capisce con l'unica cosa che capirebbe stretta nella camicia di forza delle mutande. Primo guarda il video per cancellare la proiezione interiore, non interrompe il parlare e il suono della propria voce, eccitando la corteccia uditiva, costringe le aree collegate a tenerne conto declassando la priorità delle altre spinte neuronali:

- I nuclei occupano centomila volte meno spazio degli atomi di cui sono il centro; coi nuclei atomici siamo intorno ai centomiliardesimi di millimetro, ancora troppo grossi...-

Beatrice muove di scatto la testa all'indietro e Primo ne sente la pressione contro il suo glande turgido. La ragazza fa finta di nulla e Primo sente vacillare il controllo del condizionamento morale:

- Si vive una volta sola, stronzo! La morale sessuale è un'invenzione per l'ordine pubblico...- gli sussurra uno dei sub-io con toni di saggezza. Primo si raschia la gola e continua:

- Dentro i nuclei ci sono i quark e qui siamo su una scala intorno al milione di miliardesimo di millimetro, se ricordi le potenze, 10 alla -15 millimetri. -

- Non la seguo più professore...- si lamenta Beatrice voltando la faccia in su e portando le proprie labbra a distanza atomica dalla punta del membro di Primo, nascosto dalla tela dei pantaloni.

Nessun animale maschio esiterebbe ma un'ondata di acido gamma-amino-butirrico scocca comandi inibenti sui neuroni delle aree prefrontali evolute dell'uomo e lascia in confusione le cellule del solco cingolato anteriore, sede di quello che i filosofi chiamano "il libero arbitrio". Il professore ascolta la propria voce, rauca, che gli spinge flussi d'aria contro i timpani:

- Le parole confondono, per questo è stata inventata la matematica. Ammettiamo che alla scala dei milionesimi di miliardesimo di millimetro l'universo sia granulare e che i nostri pixel siano la grana dell'universo e quindi non attraversabili: la luce, ossia il campo elettromagnetico, potrebbe scuotere 3 per 1012, che è la velocità della luce nel vuoto, per 1028 pixel al secondo non di più. Risultato 3 per 1040 pixel al secondo. -

Abbassare la zip dei pantaloni richiederebbe tre decimi di secondo e l'ipotalamo permette all'amigdala di pompare ormoni sessuali da parecchi minuti coprendo i segnali contrari provenienti dalla neocorteccia.

Pensare di fare non è fare. Uno stallo nel cervello di Primo separa il pensiero del fare dall'azione.

- Basta calcolare quanti di questi pixel ci vogliono per riempire l'universo e abbiamo il nostro superterminale per la simulazione...-

Primo si china per impostare il calcolo sulla tastiera e si trova le labbra di Beatrice premute sulle proprie. Il professore non sa se è stato lui a girare la faccia verso di lei o se è stata lei a percorrere la maggior parte della distanza. Si drizza tirandola a sé.

La punta della lingua di Beatrice gli forza le labbra ed entra imperiosa nella sua bocca. Un abbagliante allarme lampeggia nel cervello di Primo: ALT! O non ci sarà più schermo contro la disperazione. Se fa l'amore con Beatrice la sua fantasia non avrà più la potenza immaginativa sufficiente per bloccare i pensieri di morte, ma la base nervosa rettile-mammifero ha ormai fatto scattare i suoi programmi innati e una mano di Primo preme adunca sulle natiche sode di Beatrice stampandole nel ventre il pene turgido di sangue.

Il campanello dell'ingresso suona con insistenza. Primo si aggrappa a quel suono per sconfiggere l'appagante automatismo animale. Beatrice mugola, contrariata dai movimenti muscolari di lui che cercano di allontanarla, ma cede imbronciata:

- Lascia che suoni!- soffia con un lieve ansimo.

- Meglio aprire. -

- Beatrice stringe le labbra per il dispetto e va rigida verso la porta lanciandogli un'occhiata di odio che vale un commento ad alta voce: quando una donna si offre non può accettare un rifiuto, le motivazioni del razionale non arrivano alla consapevolezza, l'istinto la fa dubitare delle qualità maschili del suo partner per non dover dubitare del proprio richiamo sessuale. Dall'uscio aperto con sgarbo fa capolino un pony express che chiede:

- Il professor Primo Sibiè?-

Beatrice, colta di sorpresa, annuisce e si ritrae. Primo si avvicina e il ragazzo gli porge una busta gialla intestata a lui, senza indirizzo. Dietro c'è il nome del professor Drei.-

- Drei?- mormora Primo rigirandosi la busta fra le mani:

- Come hai fatto a trovarmi?-

Il ragazzo ride e scappa via:

- Me l'ha detto chi mi ha dato la busta, mica sono il mago Merlino!- Beatrice sbatte la porta seccata:

- Quel rottinculo di Drei! Non gli basta averlo più sfondato di un viados, viene anche a rompere le palle a casa mia! Si può sapere che vuole? –

Primo apre la busta: dentro ci sono sei fogli di grafici e formule e una pagina di quaderno coperta dalla grafia rotondina di Drei. Primo legge a mezza voce:

"Caro Primo, poiché sei sempre stato gentile con me, voglio farti un favore. Ti allego alcune equazioni circa gli spazi a più dimensioni di Calabi-Yau e rispettivi buchi . Come vedi spiegano bene come e perché esistono tre famiglie di particelle e c’è anche uno studio sul  senso cosmologico della M-teoria, sulla variazione della forza di gravità in un universo di n-brane. Non ti posso dire come le abbia avute, non me l’ha date Eugenio ma certo non è farina del mio sacco e per qualche anno non sarà farina del sacco di nessuno, quindi pubblica a tuo nome senza porti problemi morali e ti daranno il Nobel per la fisica. Così ti rifarai di tutti questi anni passati a parlare dell'universo a gente interessata soltanto alle proprie secrezioni. "

- Gli ha dato di volta il cervello. Troppi soldi fanno male. - sbuffa Beatrice e torna verso la sua stanza, girandosi per vedere se Primo la segue: l'uomo è rimasto immobile accanto alla porta, lo sguardo incatenato ai foglietti di Drei.

Beatrice vede Primo impallidire mentre i fogli hanno una lieve vibrazione, amplificando l'emozione del professore.

- E allora?- chiede col disappunto della femmina che si sente trascurata dal maschio.

Primo la guarda: i circuiti primitivi significanti per l'istinto sessuale hanno rallentato i loro spike e si affievoliscono mentre quelli della curiosità chiedono un maggior afflusso di sangue attivando le reti più complesse della razionalità e il risultato è un imperio ad appartarsi per controllare quei calcoli. Primo dice con fatica:

- Sembra una cosa seria...-

- Se viene da Drei non può essere seria...-

L'entusiasmo di Primo trabocca e sventola i fogli come una bandiera:

- Da sempre siamo alla ricerca dei costituenti ultimi della materia, prima gli atomi, poi i nuclei, poi i protoni e i neutroni, poi i quark e adesso le stringhe... sarebbero gli oggetti fondamentali le cui vibrazioni danno origine a tutto...-

Beatrice si stringe nelle spalle e ancheggia verso la sua stanza:

- Siamo, ha detto? - ironizza tornando alla forma di cortesia per sottolineare la fine dell'intimità- Siamo chi? Siete, professore, siete! Siete quattro matti... Ce l'ha spiegato lei che il nostro cervello di raccoglitori-cacciatori si è evoluto per distinguere le bacche buone da quelle velenose e non per elucubrare intorno alla decadenza del protone... - ride Beatrice buttando la testa all'indietro e avvolgendo il professore in un'occhiata di provocazione e di sarcasmo:

- Si ricorda Gianni, quello del terzo banco?Lui fa bene l'imitazione della decadenza del protone, più o meno così!-

Beatrice si dinoccola, ciondola, barcolla come un'idiota rientrando nella propria stanza.

Primo è troppo eccitato dalla curiosità per seguire il gioco d'amore della femmina:

- Non capisci! Le vibrazioni delle stringhe creano l’armonia della materia! E’ la spiegazione scientifica della musica delle celesti sfere dei filosofi! ...- batte con un dito sui fogli mandatigli da Drei – Non è solo il divertimento di un genialoide, é...- segue con occhi avidi quei segni, incomprensibili per Beatrice e parla per sé: - ...è… oh mio dio, ma certo! Nessuno ha misurato la gravità a distanze micrometriche! E se ci sono microdimensioni compattificate…. Cazzo! Non diminuisce più col quadrato della distanza perché a livello della lunghezza di Planck le dimensioni sono undici! E allora diventa una signora forza, perché le altre sono sensibili solo alle dimensioni classiche… porca puttana, potrebbe spiegare la massa mancante... nel senso che non manca affatto! E forse anche l'entanglement...--

Primo sposta lo sguardo da un foglio all'altro, la fronte corrugata, l'entusiasmo frenato dalla paura che sia soltanto uno scherzo, cercando il dato sbagliato che gli sgonfi l'eccitazione:

- L'universo nel suo insieme ha massa zero, energia zero... non è mai stato creato niente, è solo una sfocatura del nulla... come un intonaco gonfio di umidità che si è staccato dal muro di qualche millimetro... ma il muro è il nulla, siamo una scrostatura del nulla... se le piccole scaglie tornano a posto resta niente... neppure lo spazio... potrebbe essere la risposta alla domanda dei filosofi "perché esistono le cose?". Logico sarebbe che ci fosse il nulla e qui forse è dimostrato che c'è nulla se non la vibrazione intima del nulla... -

Beatrice sbadiglia:

- Non capisco come possa entusiasmare roba che non si riuscirà a vedere mai, con tante cose belle che ci stanno al mondo. -

Primo ride con toni alti come se avesse annusato cocaina. Si passa quei fogli da una mano all'altra, scorrendo le formule senza poterle verificare ma cogliendone l'eleganza, sentendole giuste prima col sentimento che con la ragione.

- Queste formule sono belle - sussurra- se c'è un dio, le ha usate di sicuro!-

Primo si infila i fogli nella tasca della giacca e corre via lasciando la porta dell'appartamento spalancata. Beatrice la chiude con un calcio:

- Stronzo!-

Il professore sbuca dal portone della villetta in cui abita Beatrice e attraversa di corsa la strada senza guardare: l'autista del bus numero 52 non ha il tempo per frenare e l'urto è frontale.

 

CAPITOLO 11

"Per ogni uomo la nascita è la nascita dell'universo e la morte ne è la morte."

 

Il grande angelo di bronzo, le ali semiaperte a freccia, sta spiccando il volo dalla tomba, il peso del metallo tutto sull'alluce destro. La scolaresca dell'istituto partecipa al funerale del professor Drei, trovato morto asfissiato all'Olgiata, nel garage della villa che aveva appena comprato.

Gli studenti lanciano occhiate vogliose alla bella vedova velata di nero, sorretta da uno stallone biondo.

- Ecco perché si è suicidato...- sussurra un compagno di Beatrice- ... aveva più corna di un cesto di lumache. -

- Uno con quattordici miliardi non si suicida... - commenta un bruno dal ciuffo gelato lisciandosi il chiodo di cuoio nero che lo fa sentire tanto fico - Drei non aveva la patente e non capiva un cazzo di motori, secondo me ha acceso la Ferrari ed è rimasto intrappolato nel garage. -

Scartando l'anellone che gli buca una narice, il ragazzo accanto a Beatrice, si scaccola pesantemente e dice con voce nasale:

-  Aò, hai visto i due old di Paola? Una stragge...- schicchera via il muco ricavato dal naso lasciandone un bavetta sottile intorno al metallo che gli trapassa la carne.

- Quando è successo?- chiede Beatrice.

- Di Paola ? - chiede lo scaccolatore anellato e Beatrice sbuffa: 

- E chissenefrega di Paola! Dico di Drei... quando è successo?-

- Giovedì, ma la moglie l'ha trovato solo ieri mattina. Si vede che di notte è troppo occupata per notare che il marito non c'è. -

Beatrice gli dà di gomito per farlo tacere perché il prete sta dicendo che l'anima di Drei aleggia in mezzo a loro in attesa della resurrezione della carne.

- Come carne, Drei era uno schifo!- ridacchia il brufoloso mettendosi una mano davanti alla bocca.

- Uno con quattordici miliardi, quando risorge, darà una bella mazzetta a qualche angelo per avere indietro un corpo fuoriserie. -

- Magari si è già reincarnato in quel biondo, guarda come strizza la vedova. -

La grande pietra tombale cala, pesante sipario di marmo, separando la morte dalla vita.

Gli studenti si dividono in gruppetti ed escono dal Verano. Il piazzale è pieno di sole. Uno declama ironico:

- All'ombra dei cipressi, dentro l'urne confortate di pianto e forse il sonno della morte men duro?-

- Piantala menduro, invece peccato per la festa. Drei ci aveva promesso di pagare lui.-

- Non è possibile che sia morto l'altro ieri perché ieri pomeriggio ha mandato una lettera al professor Sibiè con un pony express. - dice Beatrice.

- Gliel'avrà consegnata il giorno prima. -

- No. Il professore era a casa mia e un il pony gliel'ha portata lì, dicendo di averla appena avuta da Drei.-

- Allora era il suo fantasma. Che c'era nella lettera?-

Beatrice si stringe fra le spalle:

- Stronzate sull'universo. -

Il ragazzo passa un braccio intorno alle spalle di Beatrice e le fa l'occhietto:

- Bea, gliel'hai data al prof? - Beatrice sbuffa, fingendo di essere seccata: se tutti credono che lei e Primo sono stati amanti ne guadagna la sua reputazione. Nega per affermare:

- Ma no!-

- Sei andata all'ospedale? Anche se per un po' è fuori uso...-

- ...e anche fuori dalle palle!- aggiunge ridendo il bruno dal ciuffo unto, passandosi una mano sul gel e facendo assumere una piega diversa alla cresta di peli appiccicati che si curva a punto interrogativo sulla sua fronte callosa.

- Usciva da casa tua quand'è finito sotto l'autobus. Che gli avevi fatto?- ammicca il biondo brufoloso

- Perché non ammazzi anche me?- piega le gambe e agita il bacino, simulando l'atto sessuale. Beatrice lo cancella con un gesto.

- Vi va una pizza?-

- Sì, ma io non ho più una lira. Ho speso tutto per questi nuovi papalini ritardanti con frangia al sapore di prugna, roba da estasi. -

Ha parlato un magro filiforme, sventolando in aria una confezioni di preservativi.

- Se vuoi sentire la prugna te lo devi infilare in un dito e succhiare!- ride un compagno.

- Smenarselo con le frange da più gusto, eh, segaiolo? Parli tu che l'unica estasi che hai provato è quella in pastiglie!- carica un altro.

Ridono tutti e prendono d'assalto il tram che va verso i Parioli. Uno spinge Beatrice da dietro e la ragazza lo redarguisce corrucciata:

- Toccati il tuo di culo, no?-

- Che fai? M'imbruttisci?- ride il compagno.

Citirie se la trova schiacciata addosso e le sorride. Il tram è affollato. Il mezzo arabo è vestito con blazer, camicia azzurra e cravatta reggimentale, sembra pronto per entrare nell'arena di un circo con rullo di tamburi. Beatrice gli volta le spalle. Il ragazzo magro si piega verso il suo orecchio e le sussurra:

- Averlo dietro è più pericoloso che davanti. -

Citirie sente e fissa il ragazzo che sostiene il suo sguardo con sfrontatezza:

- Avanzi qualcosa, marocchino?-

Citirie strabuzza gli occhi e fa il vocione del povero negro:

- No, badrone, io non avanzare mai niente. Io dopo tirare sembre l'acqua. Non mi biacere vedere brutti stronzi. -

Beatrice sogghigna inquieta in mezzo ai due e incita il compagno a smetterla dandogli una gomitata nello stomaco, ma quello non accetta la sconfitta verbale e si appella alla folla strizzata sul tram:

- Questi negri di merda vengono qui a toccare il culo alle nostre donne. -

- Dovrebbero starsene a casa loro. - mormora una signora tarchiata dalle anche a panettone. -Se ci lasciassero fare, noi ce li rimanderemmo a calci nel di dietro!- esclama un anziano pelato, appeso al mancorrente del tram.

- Noi chi?- si informa ironico un passeggero di mezza età col farfallino.

- Noi!- precisa il pelato mollando il mancorrente e stendendo la mano in un saluto fascista. La frenata del tram lo coglie senza appiglio e lo sbatte addosso a Citirie che, dopo averlo rimesso in verticale, si spazzola la giacca con una smorfia di schifo e si accoda alla gente che scende. Quando il tram si rimette in movimento, il filiforme si torce, sporgendosi a mezzo busto da un finestrino, e gli urla dietro, levando il braccio destro a squadra:

- Negro di merda!!?- e giù un sonoro pernacchio.

Citirie non si volta, alza il pugno sinistro col dito medio ben steso e si avvia verso il Policlinico in un coro starnazzante di clacson eccitati dal cartello che annuncia la zona di silenzio.

Il pelato incrocia lo sguardo ironico del passeggero col farfallino e se la prende con lui:

- Cos'hai da ridere stronzo! Guarda che ero un professionista dei pesi medi io! - e allunga un diretto al volto del passeggero che gli blocca il pugno con uno scatto imprevedibile, gli torce il polso fino a farlo urlare e inginocchiare a terra, poi prima di stenderlo con una ginocchiata in faccia, gli sorride:

- Modesto dilettante -

I ragazzi guardano  ammirati. 

- E chi sei, Mandrake???-

- Sei della Cia?-

- Sei dei Marines?-

- Trent'anni fa, si'. Oggi sono solo del Controstronzaggio.-

Il passeggero col farfallino si muove verso di loro sorridendo minaccioso e quelli sciamano fuori approfittando della fermata dell'autobus.

Primo ha le gambe in trazione e un busto di gesso fino al mento. Ha gli occhi chiusi e respira a fatica con una cannula infilata nel naso. Laura, seduta accanto al letto, gli bisbiglia in un orecchio parole senza inflessioni come il rumore di un liquido che scorre:

- Quella sera gli hai detto che era meglio che si buttasse dal balcone. Si dice questo a un figlio? E dopo hai negato di averlo detto, perché? Io me le ricordo bene quelle parole, le ho stampate nella testa: è meglio che ti butti dal balcone, gli hai detto, ricordi? Certo che ricordi, ma non vuoi ammetterlo. Ormai è tutto finito, che cosa cambia se lo ammetti? Gli hai detto di buttarsi e lui si è buttato... non ti posso perdonare se non lo ammetti, capisci? Lui voleva tornare a casa, me l'aveva detto perché io e lui avevamo un dialogo, a me diceva tutto, eravamo così uguali... Se tu non l'avessi mandato via, Giuseppe sarebbe vivo... l'hai sempre trattato male, gli hai sempre detto che era un cretino... gli hai tolto sicurezza... e poi la violenza... ti ricordi che l'hai inseguito nell'ascensore e hai cercato di rompergli un braccio? E quando l'hai svegliato a pugni in testa perché non era andato a scuola, nemmeno questo ricordi? Giuseppe era come me, molto sensibile, senti cosa scrive qui...-

La donna sfoglia un quaderno fitto della grafia disordinata del figlio morto e non si accorge che Citirie la sta ascoltando in silenzio dalla soglia della stanza. L'infermiera che l'ha accompagnato gli sussurra:

- Abbiamo fatto il possibile. Gli abbiamo tolto un ematoma dal cervello grande come una noce. Non si è ancora ripreso dal coma ma c'è qualche speranza. L'encefalogramma non è piatto, e la signora gli parla giorno e notte sperando che dia un segno di coscienza.-

Citirie fa una smorfia che storce le rughe del suo volto ma non dà nuova significanza alla faccia. Fa un passo verso il letto:

- Mi scusi, signora, sono... un amico. -

Laura si alza di scatto chiudendo il quaderno e nascondendolo dietro di sè. Citirie si china su Primo:

- Non sente?- le chiede.

- Sente, sente. Capisce tutto ma non vuole rispondere. -

- E perché non dovrebbe rispondere, signora?- Laura stringe la bocca e non spiega oltre.

- Me ne stavo andando. Ho un altro figlio. Continuo a vivere solo perché devo pensare a lui.-

- Resto un po' io, signora. -

La donna esce dalla stanza e Citirie si siede sulla sedia liberata. Guarda la faccia pallida di Primo, segnata da occhiaie profonde sotto le palpebre chiuse e ascolta il respiro faticoso con cui il torace si dilata per portare aria al sangue.

- Bella moglie amico, ma matta come un mulo. Ha lo stesso portamento di quella bastarda di Fiammetta. Ti ricordi di Fiammetta, professore? Te n'ho parlato quel giorno che ti sei arrabbiato senza motivo e mi piacerebbe sapere perché ti sei incazzato tanto. -

Primo è immobile, di cera. Citirie sospira e si sistema meglio sulla sedia. Il silenzio sa di agonia e di morte. Il respiro rauco di Primo sembra cessare a ogni espirazione e Citirie, ogni volta, aspetta con angoscia che torni a inspirare.

- La sai quella del barbone, lercio e stracciato, che si siede su una panchina del parco accanto a una bella signora impellicciata, profumata ed elegante? Beh è da pisciarsi sotto. Dunque, il barbone si siede, appoggia le sue buste di plastica piene di stracci e pentolini, tira fuori un pezzo di pane casareccio e con le dita nere di sporco ci piazza sopra una fetta di mortadella vecchia di giorni. La addenta, un filo della buccia gli resta attaccata alle gengive cariate e lui se ne libera infilandosi in bocca le dita come pinze odontoiatriche, poi, masticando, dà un'occhiata alla bella signora e galante le offre il panaccio morsicato:

" Vuol favorire?" La signora gli dà un'occhiata di traverso, si tira addosso la pelliccia schifata e risponde a labbra quasi ferme

" No, grazie."

Il barbone mastica con rumore di sciacquo, prende da una busta una bottiglia d'acqua minerale mezza piena di un liquido rosato, forse vino a giudicare dalla cancrena bruna attaccata all'interno del vetro, e se la ficca fra le labbra succhiandola come un bambino. Gira lo sguardo verso la signora, stacca la bottiglia della bocca lasciando sul bordo residui masticati di pane e mortadella e gliela offre con un sorriso:

" Un goccio, signora? "

Disgustata la donna scuote la testa e si alza. Il barbone rutta deluso, mette via la bottiglia, addenta di nuovo il pane, mastica pensieroso e poi, a bocca piena, con un sorriso laido sotto i baffi gocciolanti vino, domanda alla dama con rassegnata amarezza:

" Naturalmente di chiavare non se ne parla neanche..."

Citirie ride ma smette guardando le labbra immobili e diafane di Primo. Non si dà per vinto:

- E quella di quell'altro barbone, freddoloso, sempre avvolto in sette coperte anche in pieno agosto, ladro e bestemmiatore, che muore e va all'inferno? Beh, qualche mese dopo arriva da Belzebù un suo collega e chiede di lui e gli dicono che sta nell'ultima bolgia, quella del fuoco. Lui scende i gironi: quello pieno di merda, quello pieno di ghiaccio, quello pieno di serpenti, quello pieno di politici, e arriva alla fornace centrale. E' come un altoforno coi portelloni chiusi. Guarda da un oblò e vede tra le fiamme, nel metallo fuso, i dannati, fra cui c'è anche il suo amico barbone. Spalanca il portellone e lo chiama. Quello si volta, gli dà un'occhiata irritata, rabbrividisce e gli urla: "e chiudi quella porta, coglione!"-

Citirie resta triste a guardare la faccia da morto di Primo.

- Raccontate in arabo sono meglio, mica son bravo come il tuo Dante che ha tradotto in bei versi toscani il racconto del viaggio nell'aldilà del nostro Maometto. -

L'unico suono è il respiro sibilante di Primo. La stanzetta è in penombra. Citirie allunga una mano e gli sfiora una guancia: un contatto freddo e umido. Citirie affonda un dito e sulla pelle gommosa si disegna una fugace areola blu che sbianca subito. Lo pizzica. Primo non dà segno di sentire alcunché.

- Proprio non mi senti, professore? Guarda che tuo figlio, la droga, se non la comprava da me, la comprava da un altro. Non avevo da mangiare e ho dovuto spacciare per un po', ma ora ho smesso, lavoro per un'agenzia internazionale di attori. Fiammetta sarebbe contenta di questo mio lavoro, oggi, se fosse viva avrebbe cinquant'anni, meglio così, lei odiava invecchiare. Per lei è stato meglio morire giovane e bella: come dice il poeta "meglio venirci con la testa bionda"... ma la cosa migliore è non nascere. -

Primo ha un breve arresto nel ritmo strusciato del respiro e Citirie trasalisce, poi la cadenza torna regolare e il mezzo arabo si passa una mano sulla faccia spianando le rughe e rivelando un momento di gioventù:

- Ieri sono tornato al Centro Sperimentale, dove avevo conosciuto Fiammetta. E' stato brutto, molto brutto. C'ero già tornato una dozzina d'anni fa ed era stata una rimpatriata fra amici, c'erano ancora gli stessi impiegati, gli stessi insegnanti, anche dietro al banco del bar c'era ancora la stessa signora. "Cappuccino e cornetto!" le avevo gridato entrando, come facevo quando arrivavo al mattino e lei aveva sgranato gli occhi ed era corsa ad abbracciarmi. Gli insegnanti mi avevano fatto entrare nelle aule e mi avevano presentato ai ragazzi: ecco uno che si è diplomato qui e che ha lavorato in molti film di successo. E tutti mi avevano guardato come un loro sogno realizzato. Ieri sono entrato nella palazzina quadrata della scuola e l'ho sentita estranea, umida e morta come un teatro abbandonato. Sugli scalini esterni una muffa verde sta disgregando il travertino. Le grandi porte a vetri, le stesse porte!, sono incorniciate da crepe, l'intonaco lebbroso perde strati di pelle, il giardino interno è umido e abbandonato, solo i tronchi degli alberi sono più grandi e nodosi. Appoggiata a quel tronco avevo visto Fiammetta per la prima volta: aveva un vestito di panno grigio abbottonato davanti con una fila di grossi bottoni rotondi che partiva dalla gola e le arrivava fin sotto le ginocchia, mi si era seccata la bocca per la frenesia di sbottonarli.-

Citirie inghiotte un groppo di commozione. Soffia irritato: la morte di Fiammetta è in lui come se fosse appena accaduta.

- Se c'è Allah dovrà chiedermi perdono per quello che mi ha fatto.- si passa una mano sugli occhi per asciugare lacrime che non sono sgorgate - Ieri sono entrato nel bar della scuola e una giovane sconosciuta serviva cappuccini. Mi ha guardato e mi ha chiesto se il signore desiderava qualcosa. Che potevo dirle? Ho fatto di no col capo, mentre il mio sguardo smarrito vagava sulle targhe d'ottone inchiodate sulle porte delle aule: aula Antonio Valente, aula Alessandro Blasetti... ecco dove sono i miei amici! Sono targhette d'ottone e i ragazzi che entrano ed escono da quelle porte nulla sanno di loro. -

Citirie si china a scrutare le palpebre chiuse di Primo, perché gli è sembrato di vedere un piccolo movimento. Forse Primo sta sognando ha mosso i globi oculari. Che potrà sognare un uomo in coma?

- Lo sai, amico? Se non ti vuoi svegliare più, se non ti sveglierai più, io t'invidio. Hai passato l'ultimo esame, ormai sei oltre. Lo so che non c'è un dopo, ma io non voglio un dopo, mi è bastato il prima. -

Citirie tira su col naso. Si alza. Odia piangere di se stesso.

- Hai conosciuto il grande Tiliani? Quello delle musiche per film: ha avuto un ictus cerebrale ed è rimasto per dodici giorni in coma profondo. Quando è rinvenuto credeva di essere ancora sulla poltrona di casa sua, davanti al telefono, là dove aveva perduto conoscenza. Ha vissuto la prova che dopo la vita c'è nulla. Se tu sei in quel nulla, professore, beato te, hai già fatto la cosa più difficile che deve fare chiunque sia nato. Credo che nessuno voglia farla due volte. -

Gli occhi di Primo sono fermi sotto le palpebre abbassate. Citirie giocherella con la cannula dell'ossigeno: qual'è la cosa giusta? Lasciar correre il flusso di gas che tiene in vita quel corpo sperando che il cervello ne riprenda possesso oppure interromperlo salvandolo dal dover affrontare nuovamente la vita? Rutta e butta fuori tanfo di cuscus:

- Essere o non essere, questo è il problema. Forse stai sognando, amico, e io per fortuna posso fregarmene del problema. Che il tuo sogno sia con te!-

E lascia che la cannula segua il suo corso.

 

CAPITOLO 12

"Fermati attimo, sono felice. Dammi l'eterno presente della velocità della luce"

Il vento gonfia le vele della Sgnuffi II.

Giuseppe è bello e abbronzato. Si siede sulla tuga, sotto la randa di maestra, ha gli occhiali da sole in mano e sorride:

- Papà, mi fai una foto?- Primo annuisce senza entusiasmo.

Ce l'ha con Giuseppe, bello come il David di Michelangelo ma che non ha finito le scuole, che non inizia un lavoro, che si intruppa con gente ignobile. Ha voglia di dirgli cose sgradevoli nella speranza che il suo amor proprio insorga e reagisca. Primo ha l'illusione carnale che suo figlio debba ragionare come lui.

Lo inquadra. Calcola la distanza e mette a fuoco. Giudica la luce e chiude il diaframma di due punti. C'è il vento nella vela, l'onda è piacevole, Giuseppe, piega una gamba, guarda lontano. Clic.

La fotografia è perfetta. Quell'attimo si è fermato su un pezzo di carta.

Quella carta, smaltata e incorniciata, adesso è fissata su una lapide di marmo: nato il primo aprile 1966, morto il cinque dicembre 1989.

In quel frusciare di vento, in quel calore di sole, in quello sciacquare dell'onda, negli occhi castani di suo figlio, nel suo sorriso da fico, nelle grandi nubi piene di panna, nell'azzurro calcinato del cielo, in tutto il maledetto universo percorso da quella sfera rocciosa coperta di acqua bevuta e pisciata migliaia di volte e di terriccio, impasto di miliardi di carogne, nel perverso disegno di un qualche dio, sul quadrante di qualche macchina del tempo, non c'era un segno, un pensiero, un'intuizione, un presagio... perché nulla e nessuno gli ha detto che stava scattando la foto per la tomba di suo figlio?

Al centro del buio, nel cervello di Primo, c'è una caotica teleconferenza di ricordi. Le cortecce cerebrali, isolate dai sensi, mettono in scena i loro archivi. Non ci sono schermi, non ci sono figure, solo mappe di impulsi che invece di andare dai neuroni della retina al corpo genicolato laterale del talamo e poi alle cortecce visive, fanno il percorso inverso mettendo in moto i bulbi oculari come se stessero costruendo immagini captate dal mondo esterno. Manca la congruità spaziotemporale che nello stato di veglia è sostenuta dai segnali d'ingresso degli altri sensi. Illusioni di immagini e suoni si affollano nel cervello di Primo, chiuso su se stesso: allucinazioni.

- Tu sei un materialista, per te anche lo spirito è materia. -

- Tu sei un idealista, per te anche la merda è spirito. -

- Sì, per me anche tu sei spirito. -

Voci sussurranti evocano sonanti echi in un'ipersfera di nulla.

In una chiazza di consapevolezza c'è un mondo di giganti, ricordi che cent'anni prima hanno selezionato percorsi neuronali entrando a far parte di un repertorio secondario paiono adesso freschi di nanosecondo: Primo ha un anno e mezzo e torce il collo per vedere il mento della nonna che si muove seguendo l'incomprensibile sequenza di suoni che modula con la bocca.

E' appoggiato alle falde scure del suo lungo vestito, in una strada di paese. La nonna fa un passo indietro e Primo cade in avanti nel totale passivo rispetto della legge di Newton, battendo con stupore la fronte sul chiodo del coperchio di un tombino. La testa del chiodo balza contro di lui, enorme, omicida. Sangue. Grida. Mani che lo sollevano, nuvole dense di pioggia e stracci blu di cielo, gli umidi vicinissimi occhi di sua madre, begli occhi di ragazza, soffitti decorati passano veloci, anticamere, corridoi e l'immensa mano di un uomo cala a cucirgli la fronte: non c'è dolore nel ricordo, la chimica di sopravvivenza del cervello l'ha cancellato.

Vertigini di voci e pozze di luce si accendono e si spengono nella testa di Primo come in una sala di controllo tv. In un angolo in alto, nell'adimensionalità del ricordo, ha tre anni e una bambina cattiva gli sfonda il secchiello di latta. Primo piange e urla il più grande dispiacere della sua breve vita.

- Ah, se qualcuno mi avesse detto che gli stavo facendo la fotografia per la lapide!- continua a lamentarsi una rete neurale preposta al rimpianto, sovrastando il bisbigliare di una moltitudine di voci che soffiano rabarbaro-rabarbaro come un brusio fatto in sala di doppiaggio.

Nessuno gli risponde. Tutte le sub-personalità del suo io sono assorbite dalle loro pene contingenti.

- Abbiamo ormai conficcato nel cervello due parole -persona e libertà- da cui non sappiamo staccarci e che costituiscono la nostra vera schiavitù. -

- Stronzate. Non dicevo quello Spirito lì. -

Riaffiora più stridulo il sussurro dei due litiganti incorporei.

Un'areola di luce si allarga a occupare la consapevolezza conquistando l'attenzione di Primo: una fila di culetti di bambine piegate in avanti è offerta a spettatori sotto i dieci anni che scoprono emozionati i primi movimenti della libido. Ridono le amichette con le mutandine sulle caviglie, si piegano e si drizzano, si piegano e si drizzano.

Un'immagine ne trascina un'altra per i meccanismi analogici di rete: Primo ha diciassette anni quando la figura folgorante di Lisa che entra nell'aula di Quinta seleziona brutalmente nuove vie corticali nell'intrico stellare dei miliardi di miliardi di connessioni possibili. La ragazza ha una camicetta rossa, la coda di cavallo, gli occhi grigi, Primo la conosce da quattro anni eppure oggi gli appare nuova e magnifica. Quale movimento casuale nella chimica del cervello, al livello delle strutture preposte alla selezione dei valori, gli dà per nuova ed eccitante un'immagine vista moltissime volte?

Il turbamento solleva echi di futuro: basilari le strade del possibile si biforcano qui. Distrarsi, impedire l'ingrossarsi degli assoni e delle dendriti che scolpiscono l'immagine di Lisa come parte fondante del pensiero per cui ogni parola, ogni profumo, ogni carezza, ogni canto di grillo, ogni sospiro, rafforzeranno in un feed-back continuo l'immagine di lei. Ma Lisa è morta e tuttavia sorride a Primo, lo prende per mano, abbandona le dita fra le sue, calde e lisce e gli dice che devono parlare. 

Non è permesso al faro dell'attenzione di concentrarsi su Lisa. Significherebbe imboccare la strada che porta a diventare direttore di banca, a non partire per Roma e a rimpiangere di aver perso l'opportunità di incontrare la bellissima attrice, che nella fantasia delle occasioni perdute gli avrebbe dato solo paradiso, e sposare un'altra facendone la madre di figli, sani forse.

Innamorarsi di Lisa e non scoparla vuol dire ripercorrere la strada percorsa e rimpiangere di essere partito.

I bivi nella vita sono tanti quante le pulsazioni del cuore, ma solo pochi sono evidenti, la stragran parte resta nascosta nel non accaduto, nel quasi nulla che i cervelli umani trattengono dei milioni di input che ricevono ogni momento, ci sono le immagini rafforzate dalle emozioni e quelle rafforzate dal tornarci sopra col ricordo. Gli archivi cerebrali più vengono consultati e più profonde diventano le registrazioni, ma a ogni consultazione particolari falsi cancellano particolari veri, per cui i ricordi ossessivi sono quasi del tutto falsi.

Ci sarà stata una  strada verso la felicità  a fianco di Lisa?

Com'era bella l'infanzia! Che sensazione fantastica andare a canestro col pubblico che urlava in delirio il numero della tua maglia! Com'era dolce la mamma! Com'era giusto il papà! Com'era orribile il sangue scolante in quel tombino!

Baluginano migliaia di immagini tutte conviventi, colorate e parlanti e Primo, osservandole, ne aumenta l'ampiezza, la durata e la profondità, ma sono soltanto un milionesimo della sua vita, piccoli brandelli che le strutture dell'ippocampo hanno valutato elettrochimicamente degne di essere trasferite nella memoria a lunga durata. Il cervello è una formidabile macchina per dimenticare.

Non c'è più un flusso temporale. Il prima e il dopo si mescolano e trovano nuove relazioni causali, valide, sembra, come quelle vissute. Lampeggiano anche misteriose immagini di altre vite, di altri mondi, futuri pencolanti nel vuoto o passati alternativi incomprensibili, grattacieli che crollano, funghi atomici che sbiancano tutto, popolazioni macellate dalle bombe, schiavitù orwelliane e idilliache spiagge hawaiiane col vento che fruscia tra le palme. L'improbabile è possibile e il possibile accade. Tutto intero.

- Il Mondo 1 è quello delle cose, il Mondo 2 è quello dei pensieri e dei sentimenti, il Mondo 3 è quello dell'arte e della scienza. -

- Il Mondo 4 è il tuo, quello degli stronzi. -

Più flebili e lontane le voci litiganti non tacciono mai, ma affiorano come un'onda sotterranea a frequenza instabile.

Nel cielo di uno degli illusori schermi interiori brillano riflessi di vetro. Primo bambino si ripara gli occhi dal sole e scruta l'aria: sono già arrivati i pistapistùn?

E' solo il filo cristallino di un ragno, teso tra le pallide foglie primaverili, a creare il riflesso traslucido, l'estate delle libellule è ancora lontana come lontano è il ritorno di Mariolina dalle lunghe trecce da strattonare. I suoi genitori l'han portata dai nonni, in un posto remoto che ha un suono buffo, "asceglie bisceglie cisceglie", in mezzo a gente che parla una lingua incomprensibile. Meglio scavare nel deposito sabbioso che si alza contro i muri trecenteschi che chiudono il piccolo mondo di Primo, un ex convento fatto di orti, di mamme che fanno la maglia parlottando strane parole con risatine chiocce, di papà che tornano dall'ufficio alle sei di sera e che vogliono sapere quali delitti i figli abbiano commesso durante il pomeriggio per distribuire le punizioni.

Scavando in quella sabbia a volte si trovano piccole uova morbide con dentro feti di lucertole. Non si pone problemi di morte il piccolo Primo nell'aprirle e nel contemplare quegli esserini annegati nell'albume.

Crede ancora che Gesù Bambino porti i doni ai bambini buoni e la Befana punisca i cattivi riempiendo le loro calze di carbone.

Le mamme vanno alla benedizione della sera e credono in una madre vergine che ha dato a dio un figlio maschio da inchiodare su una croce.

Ogni cosa è al suo posto in quel piccolo universo e Primo non ha né dubbi né domande.

Il corpo di Laura emerge allo sgusciare dei venti bottoni del vestito grigio, perfetto come quello di Venere dalla spuma del mare. Le mani di Primo lo accarezzano con meraviglia sacrale. La giovane donna tiene gli occhi chiusi in un abbandono da anestesia. Come un'opera d'arte pulsante e calda, vellutata e profumata, partecipa col solo fatto di esistere, esca irresistibile per una trappola di vita.

Sono arrivate le libellule e lo schermo mentale ne è pieno. Si posano sospettose sugli steli d'erba, sulle cime delle canne che sorreggono i pomodori, sui pampini dei piselli attorcigliati ai bastoni. Si posano con cautela, gli enormi occhi sporgenti captano la luce a trecento gradi e se nulla si muove i recettori della retina mandano segnali di distensione al loro piccolo cervello che ordina ai muscoli di rilassarsi e abbassare le ali trasparenti come mica in posizione di riposo. Il cervello di Primo non sa nulla di motoneuroni ma sa che quello è il momento di agire. Un carabiniere dalla coda rossa si è posato sulla punta di una grande foglia e si è messo tranquillo a incamerare ultravioletti. Primo tende la mano, l'indice e il pollice aperti a pinzetta, pronti allo scatto predatorio. La foglia è troppo lontana. Primo sposta il piede in avanti, ma c'è un filo spinato che delimita l'aiuola di pomodori. Torna ad allungare la mano: mancano tre centimetri alla coda rossa della libellula che si gonfia e si sgonfia nel respiro. Primo si spencola un poco, un poco di più... perde l'equilibrio e cade in avanti sul filo spinato. Il carabiniere vola via come da software neuronale e la spina di ferro lacera la carne rosea della gamba destra di Primo incidendola profondamente poco sopra il ginocchio.

- Destrofront! Passoo passoo passoo cadenza! Sinistrofront! Unòdue unòdue unòdue...- l'istruttore ha l'aria virile e la camicia nera. Primo ha l'occhio fisso sulla sua cicatrice, ben visibile oltre i pantaloncini grigioverde di Figlio della Lupa: destrofront! Un attimo di esitazione: dalla parte della cicatrice, benedetta disgrazia!

- Il materialismo è una filosofia aperta che deve ancora costituirsi attraverso l'indagine scientifica e la lotta per la liberazione dalle ideologie. -

- La scienza è solo una costruzione di pseudo-concetti. Usa l'intelligenza e non lo spirito.-

- Adesso capisco perché sei tagliato fuori. -

Le voci tornano a interrarsi nel sottofondo mormorante facendosi rauche e non intelleggibili.

Una voce che cambia le erre in elle emerge cantilenando nel profondo buio della consapevolezza la storiella del saggio cinese il cui figlio vinse un cavallo bianco alla lotteria.

Che fortuna! lampeggiano in coro neuroni dalle parti dell'area di Wernicke. Ma il ragazzo cadde da cavallo e si ruppe una gamba.

Che sfortuna! lampeggiano in feed-back neuroni adiacenti all'aerea di Broca. Però scoppiò la guerra e gli altri giovani del villaggio partirono e morirono tutti in battaglia, il figlio del saggio, grazie alla gamba rotta fu il solo a restare vivo.

Che fortuna! La ripetizione mentale della vecchia storiella non è volontaria e Primo la subisce passivo. Il saggio cinese aspetta e Primo lo scruta in attesa del punto di vista che possa far esclamare "che fortuna" davanti a suo figlio con la schiena spezzata, suicida sul bordo del marciapiede. Ma non c'è alcun saggio cinese: la figura mentale non ha spessore, è solo un'ombra colorata nel teatrino delle impressioni: tutto quello che poteva esprimere, l'ha espresso con la vecchia storiella. L'infermiera gli mette fra le braccia un neonato biondo:

- E' maschio! Contento, dottore? Oggi è il primo di aprile, giorno fortunato per venire al mondo!-

Nello spazio virtuale della riminiscenza, Primo sorride più di San Giuseppe la notte di Natale, certo di essere il vero padre. Laura è al suo secondo taglio cesareo e domenica è Pasqua. Primo le ha portato una medaglia d'oro al valore ed un uovo di cioccolato alto un metro incastonato in un cesto. Ride commosso sul pesce d'aprile che gli ha fatto la moglie dandogli un figlio proprio in quel giorno.

- L'equivalenza delle scelte impedisce di scegliere e dà la nausea. -

- La nausea la danno i filosofi incapaci di leggere nel gran libro della realtà. Prima bisogna conoscere tutto il conoscibile e solo dopo si può cominciare a filosofare. -

- E se il possibile fosse necessario?-

- Tu sei possibile ma non necessario. -

- Ma vaffanculo!-

-Scopa!- grida la sorellina trionfante scuotendo la frangia color polenta. Ha vinto di nuovo e Primo, seduto sulle ginocchia della madre, sente un pizzicore al naso.

- T'æ pardüüü! T'æ pardüüü!- gli dà la baia la bambina nel loro dialetto semiceltico e il pizzicore diventa insopportabile. Primo tira su col naso due volte e poi scoppia in un pianto senza freni. La madre lo stringe al seno accarezzandolo e rimproverando la sorella.

- Pesci! Pesci!- si protende sulla cisterna colma d'acqua stagnante e melmosa, guidando dei bastoncini con la mano. I piedi non toccano terra, Primo è sospeso col ventre sul bordo di pietra di una cisterna.

- Pesci! Pesci!- ripete e agita le piccole gambe cercando di arrivare più lontano, fino al rametto che ha preso il largo. Il peso della testa fa cadere Primo in avanti nell'acqua scura. Una visione sfocata, verdastra e fredda.

Due mani lo afferrano e lo tirano fuori, poi, seduto sul tavolo della cucina, la madre lo asciuga e gli infila una maglietta pulita. Gli strati della corteccia scaricano i loro schemi interni, prosopagnostici, con errori sistematici dovuti all'antico stress. Primo rivede il volto grande e liscio della madre ma non riesce a focalizzarne i lineamenti, tuttavia "sa" che quella è la faccia della mamma per imprinting, "sa" che la sua pelle è fresca e senza creme, "sa" che i suoi capelli sono castani, "sa" che sta parlando ma non sente quel che dice. La voce della madre esprime meraviglia, pur nell'assenza parole, e un sollievo che sta diventando rimprovero.

Lampeggia in punti impredicibili l'immagine di Giuseppe rotto sul bordo del marciapiede. Una colata bruna fluisce nel tombino. E' un'interferenza forte nel caos dei ricordi e Primo vorrebbe spegnere la sua attenzione all'apparire del flash, ma le immagini tremende sono là, dentro la sua testa, tatuate per sempre nel groviglio delle fibre, ingrossate dalla più violenta scarica emotiva della sua vita, legate in via analogica e semantica a tutte le zone del cervello.

- Tu sei un materialista, per te anche lo spirito è materia. -

- Tu sei un idealista, per te anche la merda è spirito. -

- Sì, per me anche tu sei spirito. -

Le voci vanno, vengono e sfumano come vapori senza uscire da alcuna gola.

La consapevolezza di oggi cerca un dialogo con le sotto-personalità del passato ma nessuno ascolta, nessuno risponde, non è una teleconferenza, è una proiezione multipla con scarse possibilità di interazione.

Primo non desidera riaprire gli occhi, muovere le mani e i piedi, camminare, parlare. Non vuole riavere un corpo, una vita, delle responsabilità. Immerso in se stesso e nel già accaduto non può più commettere errori e non deve effettuare scelte. I sensi danno rari input al suo cervello che è isolato nel vissuto fatto di sequenze chiuse su loro stesse a riccio, come le dimensioni extra postulate dalla M-teoria.... chissà cosa c'era in quelle equazioni di Drei...

Deboli segnali elettrici guizzano intermittenti lungo i nervi acustici e una voce di donna monotona, lontana, fuori dallo spazio interno, mormora parole che non collega, che non vuole collegare:

-...dal balcone... tu gli hai detto... buttato perché... fuori di casa... –

I baffi bianchi del nonno, visti da vicino, sembrano fili di paraffina piantati su un labbro di cera. Il colletto del follicolo, perlaceo, tradisce la falsità di un impianto inesistente, come in un trucco cinematografico.

Quel corpo immobile e gelato sembra finto. Una cosa. Cartacea la pelle sotto gli occhi come un pupazzo di carnevale, le palpebre stropicciate, incollate come in un bambolotto da poco prezzo, freddi i muscoli induriti.

Il sangue stagna nei canali e si separa per densità affondando in un acquiccia gialla. I neuroni piramidali della neocorteccia si sono afflosciati sulle cellule gliali come abiti smessi su attaccapanni in via di disfacimento, soffocati dalla mancanza di ossigeno, mentre ioni di calcio e di potassio attraversano le membrane sinaptiche senza messaggi, galleggiando nei canali ionici collassati e azzerando le differenze di potenziale. La materia non parla più con se stessa, la fine del grande colloquio durato decenni è la morte. Anima e mente sono fantasie consolatorie.

Primo era tornato a casa quando sua madre gli aveva telefonato che il nonno era morto.

Era un uomo possente il nonno, durante la guerra l'aveva visto piantare i porfidi nello stradino dell'orto martellandoli coi pugni perché la patria gli aveva portato via gli arnesi di ferro per farne cannoni.

Era pelato, con una cornice di capelli candidi sopra le orecchie e bei baffoni bianchi spesso orlati dal rosso del vino.

Era un uomo antico che veniva da un mondo pieno di carri e di lanterne, di stalle con le vacche scaldavano le mani delle donne che filavano. Un mondo dove la gente moriva di mal di pancia o di tosse, dove funerali, matrimoni e battesimi davano un ritmo quotidiano e concreto al tempo breve della vita e tutti sapevano per istinto che quando suonava la campana era un altro pezzo di loro stessi che se n'era andato.

Il nonno era antico e forte. Primo l'aveva visto una sola volta con gli occhi rossi, il giorno che aveva saputo che il suo unico figlio era stato ammazzato. Era andato a piangere in qualche angolo nascosto dell'orto, per non mostrare la sconfitta, un pianto senza supplica, contando anzi sulla distrazione di dio.

Dopo quel giorno il nonno era tornato sereno ma non aveva più parlato del grande pranzo che soleva prefigurare per il giorno del suo centesimo compleanno.

Davanti a quei baffi cerati, piantati su una pelle di gesso, Primo aveva capito che il nonno, da quel giorno di pianto, non aveva più desiderato vivere fino a cent'anni. Forse non aveva più desiderato vivere del tutto, ma aveva tirato avanti coi suoi occhi chiari, il suo sorriso buono, ridendo alle troppe volte che Primo bambino si divertiva a fargli volar via il cappello.

Era sopravvissuto per tanti anni, prendendo nell'immaginario di Primo la solidità della figura del padre e ogni domenica, quando andava al paese a trovarlo insieme a sua madre, aveva recitato per lui saggezza e serenità, con la sua pipa spenta tra i denti e il cannino di lucido bambù fra le mani.

Quando si sa che il dolore non finirà che con la morte, è cattivo ed inutile comunicarne lo strazio. Bisogna lasciare sperabilità al prossimo e seppellire la propria verità come si seppelliscono i cadaveri.

La gioventù e la salute creano un muro di incomunicabilità contro la vecchiaia e la morte, un muro che protegge la vita, necessario per bilanciare la malattia dell'autocoscienza. Se non ci fosse questo muro, i ragazzi si sederebbero a terra, la testa fra le mani, e non si muoverebbero più, in attesa della fine. Le mappe di coordinamento pulsano di nuovo nella corteccia di Primo, i pensieri si fanno meno casuali.

- Forse mio figlio non aveva quel muro...- pensa Primo a se stesso.

Un sospiro gonfia l'espirazione ritmica, interrompendola. Laura si china su di lui:

- Primo, lo so che mi senti. E' da vigliacchi sfuggire alle proprie responsabilità. Tu hai detto a nostro figlio di buttarsi dal balcone e lui ti ha obbedito: l'hai ucciso tu, devi trovare il coraggio di ammetterlo. Non ti ricordi? Quella sera, a tavola, quando lui ci aveva detto di aver picchiato quella ragazza? Tu gli hai risposto queste esatte parole: falla finita, buttati dal balcone! Te lo ricordi?-

Beatrice ha in mano una rosa e si avvicina al letto, fissando il volto sciupato di quella donna tesa nel suo monologo paranoico sussurrato a due centimetri dal volto bianco del marito.

- Sono una sua allieva. Lei è sua moglie?- Laura trasalisce, la guarda, annuisce, infastidita dallo splendore giovanile di Beatrice, dai suoi capelli ariosi, dalle sue guance rosee e senza rughe, disturbata dalla vitalità che avvolge la ragazza come un'aureola.

- Come sta?- chiede Beatrice a disagio e Laura distoglie lo sguardo da lei permettendole di valutarla a sua volta: quella è il grande amore del professore. Piccola cosa, grandi occhi e resti di giovinezza. Anche Primo ne viene sminuito. Quella donna non sembra la compagna giusta per l'uomo che è abituata a sentir parlare dalla cattedra. Forse vale meno di quanto le è sembrato a scuola. L'ha baciata ed è scappato. Nessuno dei suoi compagni l'avrebbe fatto, neppure il più imbranato.

- Non è mai rinvenuto?- Laura scuote il capo:

- Sente tutto, ne sono sicura, ma non vuole rispondere.- guarda la ragazza e si alza con alterigia:- Me ne stavo andando. Ho ancora un figlio. Sopravvivo solo per lui.-

Laura esce con passi orgogliosi di cosciente martirio e Beatrice gira intorno al letto e si china su Primo a scrutarne la pelle perlacea e le labbra grigie.

- Un vecchio...- si trova a pensare- stavo per fare l'amore con un vecchio...-

Anche l'odore che sale dal volto di Primo è respingente, dai suoi polmoni esce un flusso d'aria che pare provenire da un'antica tomba e si mescola col mentolo del medicinale dilatatore che inala col naso. Beatrice gli sfiora il volto coi petali della rosa, sorride a quel gioco che le evoca eccitanti sensazioni blasfeme. Le labbra di Primo si stirano in un lieve sorriso. Beatrice si ferma, interdetta:

- Professore! Mi sente? Sono io, Beatrice! Mi sente?- e gli passa la rosa sulla faccia, su e giù, su e giù. Il volto di Primo resta inespressivo.

Beatrice posa il fiore sul comodino, va alla porta e guarda nel corridoio, a destra e a sinistra, poi chiude l'uscio e torna al capezzale di Primo.

Gli tocca le labbra con la punta di un dito e avverte una lieve risposta. Beatrice si china e lo bacia con leggerezza poi preme con maggior decisione le sue labbra su quella bocca inerte: i muscoli di Primo hanno una piccola reazione non restituiscono il bacio ma vorrebbero farlo. La bocca di Beatrice gli accarezza la guancia e scivola verso l'orecchio:

- Svegliati, professore, svegliati, la vita può essere ancora bella. So che ti piaccio, te l'ho letto negli occhi tante volte. So quello che vorresti fare con me ma non ho capito perché non l'hai fatto invece di andare a buttarti sotto quel bus. Professore, se mi senti, fammi un segno... sorridi, apri un occhio, muovi un dito... qualcosa...-

La voce femminile piena di messaggi sessuali arriva attutita e spezzata alla corteccia uditiva di Primo che non ne compone il senso, ma il messaggio sessuale raggiunge il sistema limbico e qualche spike freme lungo gli assoni dell'ipotalamo. Gli schermi dei ricordi si fanno più vividi e nuove macchie di luce si allargano inondando le precedenti, confondendole. I piccoli glutei paffuti segnati dalle mutande delle bambine in fondo alla scala tornano in primo piano e le natiche infantili si aprono e si chiudono offrendo e nascondendo un non ancora intuito regalo.

- Ti prendo i fiori se mi fai vedere il culetto. - sorride tentatore l'amichetto bambino sulla scarpata di un bosco indicando un mazzo di primule. L'amichetta bambina dai boccoloni biondi annuisce facendoli oscillare e si abbassa le mutande. Il piccolo Primo, spettatore del ricatto infantile, si sente eccitato e ignobile.

- Una proposizione ha senso solo se può essere verificata. -

- Niente si può verificare con assoluta certezza quindi niente ha senso. -

- In laboratorio si fanno le verifiche. -

-"Molte" verifiche, mai "tutte" le verifiche. -

Le labbra suggenti della prima bocca di donna gli danno una sensazione di viscido, come la ventosa di un polipo che gli stia risucchiando la lingua. Primo reagisce indurendo le proprie labbra e passa al contrattacco pensando ai baci del film "Notorius", visto la domenica precedente. Un bacio lungo a cui non corrisponde però la scarica ormonale che fa scrosciare il sangue nei corpi cavernosi inturgidendo il pene che resta timido e vergognoso incollato ai testicoli coperti dai primi peli.

Ride Valeria, la ballerina d'avanspettacolo rimorchiata al cineteatro Espero, in fondo alla Nomentana.

L'ha portata nella sua stanza d'affitto, prima donna a varcare quella soglia, prima donna a sdraiarsi su quel letto, prima donna da godere dopo quella splendida puttana nel casino della sua adolescenza. La donna ride della sua erezione gigantesca perché sa di non poterla soddisfare e gli mostra la garza con l'antibiotico che le tappa la vagina: blenoraggia, scolo.

Primo fa l'uomo di mondo, non vuol mostrarsi sorpreso né schifato, intanto la ballerina, per riparare, si china a succhiargli il pene tenendolo stretto tra le dita. Al momento dell'orgasmo preme con l'indice sul canale di eiaculazione facendo urlare di rabbia Primo per la perdita del piacere.

La ballerina ride di nuovo:

- Non potevo mica lasciarlo schizzare dappertutto!-

Beatrice accarezza le orecchie fredde del professore. Si sporge a stuzzicargliele con la punta della lingua. La guancia ha un lieve contrazione:

- Ha ragione tua moglie: tu senti. -

Oltre le inferriate della finestrella del seminterrato, passano le gambe velate di nylon nero di Laura. La bocca dello stomaco di Primo ha una contrazione violenta. La prima volta con Laura!

Il buio astratto dello spazio virtuale prende un contorno rosso scuro come il sangue. Il ricordo del pulsare delle arterie scuote le immagini e Primo si lascia trascinare in quella corrente.

Le labbra di Laura sono morbide e profumate e ha voglia di mangiarle. Le sue gambe calde, rese senza attrito dalle calze, accompagnano la sua mano alla morbidezza delle cosce verso il calore umido e scivoloso del pube.

Nuda sotto di lui, morbida come un felino, da amare per l'eternità. Le palpebre chiuse e tremanti, labbra che baciando sussurrano no. Un velo si rompe contro la spinta infrenabile del desiderio, come un cellophane che ceda di colpo, e i denti di Laura si conficcano nella guancia di Primo stringendosi fino a congiungersi. Piacere e dolore, intensi e indistinguibili, un riassunto del loro futuro insieme.

Il rivissuto accende le mappe del repertorio secondario che innesta una mappa globale motoria scambiando segnali con l'ippocampo e con la corteccia parietale e frontale, attivando i circuiti basali e del cervelletto fino al tronco cerebrale, verso i neuromotori che stimolano le secrezioni per le contrazioni muscolari.

L'ago ipodermico del medico sguscia fuori dai muscoli del torace di Primo. Beatrice si è tirata da parte, dietro il cerchio delle infermiere.

L'oscilloscopio delle funzioni vitali a cui è collegato il professore mostra una variazione di parametri che decadono verso la normalità del coma di terzo grado.

Il medico scuote la testa e guarda Beatrice con un sorriso triste:

- Sicuro, signorina, che ha notato una reazione? - Beatrice, rossa come i petali della rosa che ha di nuovo in pugno, annuisce.

- Adesso è meglio che se ne vada. Torni domani, se ci saranno dei miglioramenti saranno evidenti.

Beatrice si allontana in fretta e il medico scherza con le infermiere:

- Questo disgraziato aveva delle belle pischelle, eh?-

L'azione della sostanza eccitante svanisce, i canali chimici si chiudono e le sinapsi tornano a scambiarsi ioni a ritmi più pigri. La consapevolezza di Primo è diffusa nel cervello che, simile a un sofisticato sistema operativo, testa le sue periferiche migliaia di volte al secondo e sa di essere staccato dalla realtà esterna ma non ne avverte il dramma, come quando si sogna e si sa di sognare ma le emozioni non ne vengono sciupate. Allo stato di coma non profondo corrisponde una veglia interiore intensificata dalla deprivazione sensoriale, ma non meno laboriosa della normale veglia e Primo, esausto, si addormenta. Palpebre immaginarie calano davanti al sé, oscurando le rappresentazioni neuroniche.

Come un grande lunapark che stia chiudendo, il cervello è un pullulare casuale di microimpulsi elettrici. Impulsi inibitori dal tronco cerebrale bloccano l'archivio delle immagini. Un lento sincronismo nelle frequenze di scarica domina la corteccia. L'allentamento coordinatore del sé lascia libere le varie aree di ristabilire i potenziali. Anelli riverberanti di memoria temporanea si spengono, perduti per sempre. I bulbi oculari sono fermi. Nel sonno senza sogni la coscienza è spenta. L'io è disattivato. Il cervello riorganizza la memoria a lungo termine senza partecipazione consapevole. Dopo novanta minuti di morte dell'io cosciente suona una sveglia chimica: le immagini allocate in mappe più compatte si irrobustiscono e facilitano il loro accesso rinsaldando le fibre di rientro che interessano anche i neuroni motori. I fantasmi delle allocazioni precedenti vengono cancellati attivando i motoneuroni collegati ai bulbi oculari che seguono il muoversi delle immagini interne come se accadessero nel mondo esterno. Questo treno di immagini viene interpretato dai meccanismi logici che tentano di dar loro un nesso significante, insomma, il cervello sogna.

Non è Giuseppe quel ragazzo spezzato sul marciapiede, è un suo amico, compagno di droga e di vizio. La gioia che esplode sul volto di Laura è oscena. Primo respira sollevato e sale le scale di corsa. Giuseppe è a letto, interrogato da un questore di polizia. Risponde in modo confuso, si erano fatti con pillole di ecstasi e l'amico correva sul parapetto del terrazzo... poi non l'aveva più sentito correre e si era addormentato.

Il questore conclude: poiché il corpo del ragazzo, dopo un volo di sei piani, si è infranto sul bordo del marciapiede largo appena un metro, è evidente che nessuno lo ha spinto ma dev'essere caduto lungo la parete.

Lo shock della morte dell'amico blocca la dopammina nei recettori di Giuseppe, sostituendo l'effetto dell'aloperidolo.

Una settimana dopo si trova un lavoro in un negozio di dischi e ci sta per sei mesi mettendo incinta una ragazzotta, sua collega.

Giuseppe vuole una femmina e ha deciso di chiamarla Fiore. Nasce maschio ma Giuseppe non gli cambia il nome.

Il neonato tiene per tre mesi Giuseppe nei limiti definiti normali, poi le carenze genetiche dei suoi neurotrasmettitori e le serrature ioniche forzate dalle droghe tornano a imporre immagini irreali alla sua coscienza allontanandolo dalle interazioni sociali. Invano psichiatri si affannano intorno a lui, cercando il guasto in una "mente" che esiste solo nella loro cultura, con le stesse probabilità di successo di un soldato di Cesare davanti al cofano chiuso di un'automobile con un difetto di carburazione.

Giuseppe si sveglia nella metà della notte e picchia a sangue la moglie fino a rendersene conto e a supplicarne il perdono, tamponandole i lividi col ghiaccio del freezer.

Anche il piccolo Fiore viene forzato dal padre ad aspirare uno spinello e Primo riprende il figlio in casa sperando di poterlo aiutare.

L'immagine onirica mostra un vaso di gerani in caduta. La faccia ghignante di Giuseppe vista dal basso, una macchia di sangue enorme e schiumosa, il vaso lanciato da Giuseppe dal quarto piano cade sulla testa di suo fratello e lo uccide. Nel sogno diventato incubo, la faccia di Laura lo accusa:

- E' colpa tua! perché hai permesso a Giuseppe di tornare a casa?-

Primo urla nell'incubo:

- Non era meglio che si fosse buttato lui dal balcone??!- milioni di risonanze violente spezzano le visioni oniriche e Primo si ritrova dentro la veglia del coma con un fastidioso prurito a un piede. Ordina al piede di muoversi ma l'ordine resta pensato e non eseguito.

Con angoscia Primo si rende conto di non aver mai fatto caso a come riuscisse a far muovere un piede: pensava il comando? Certo sì, ma non pensava di pensarlo, era un'automatica misteriosa obbedienza. Adesso vuole muoverlo, pensa di muoverlo, ma non si muove. Terrorizzato spalanca gli occhi. Un torrente di fotoni colpisce i coni e i bastoncelli della retina che attivano i neuroni retinici che scaricano verso il talamo. I circuiti che portano i segnali alla corteccia per rendere la visione cosciente restano inerti: una bruna colonna di sangue denso sbarra la strada ai collegamenti che insistono nelle sinapsi invischiate e morenti. Per i neuroni della corteccia non ci sono segnali e agli strati visivi primari continuano ad arrivare i ritmici spike che significano "buio". Primo sbatte le palpebre cercando invano di vedere le vivaci mappe colorate che i neuroni simbolizzano inviando le loro scariche al corpo genicolato laterale del talamo. Nulla arriva alla sua consapevolezza.

Urla dentro di sé "Accendete la luce!" ma le sue labbra hanno appena un lieve tremito e la lingua gli resta immobile in bocca come un pezzo di carne morta.

- Professor Sibiè, finalmente! –

La voce anonima di una donna sconosciuta fa vibrare i timpani di Primo e la trasmissione meccanica delle onde sonore attiva i neuroni della corteccia auditiva senza trovare ostacoli. Le parole gli suonano lontane ma chiare, con una lieve eco in quel pozzo adimensionale in cui si sente prigioniero.

Urla la sua angoscia ma sente il suo silenzio e il disgusto di quel topo morto bagnato di saliva che avverte nella cavità della bocca gli provoca un conato di vomito. Primo si impone la calma opponendosi all'affollamento di terrori che scrosciano su di lui come cascate di acidi corrosivi. Pensa con rabbia al proprio cervello, tentando un esame impossibile: non ci sono neuroni preposti alla rilevazione dei danni cerebrali. La macchina per pensare non è attrezzata per l'autodiagnosi.

Primo si rende conto, sgomento, di aver sempre creduto di aver dentro la testa un supersé che comandasse cervello e corpo. Un supersé immune da malattie, traumi e morte. Si aggrappa a quest'illusione e tenta un'infantile battaglia contro il proprio cervello per obbligarlo a funzionare. Ma quell'altro sé dovrebbe avere a sua volta un cervello, creando una sciocca catena senza fine. L'anima! L'anima immortale che ha sempre deriso potrebbe essere la forza per comandare quel chilo e mezzo di gelatina che deve comandare il suo corpo di ottanta chili.

"Anima, ordina al piede destro di alzarsi!"

Il comando muto gira nella testa di Primo come una cavia spaurita che cerchi l'uscita da un labirinto. Il piede resta fermo con quel fastidioso prurito che pure aiuta il cervello a identificarlo come appartenente al corpo.

"Anima!" singhiozza dal fondo del suo pozzo d'angoscia "Anima, voglio parlare!" Il freddo topo sciacqua nella saliva non più inghiottita che cola lungo la trachea in un gorgoglio soffocante.

fine

 

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