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Crociera del Revenge
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LA CROCIERA DEL REVENGE

 

 

Il panfilo "Revenge" si dondola all’ancora nella rada incantata di Acapulco.

Il Revenge è una motonave che il mitico miliardario Howard Prescott ha trasformato in grande yacht da altura.

Lo yacht è illuminato, un’orchestrina suona allegre musiche messicane, lo stuolo di camerieri e inservienti è pronta ad intervenire: si attendono ospiti, ospiti di gran riguardo.

Howard Prescott è uno degli uomini più ricchi del mondo eppure di lui il mondo sa poco.

Di carattere schivo, dirige le sue multiformi attività economiche da un attico di Manhattan che raggiunge con il suo elicottero atterrando sul terrazzo del grattacielo.

Della sua vita privata si sa poco, ma non esiste grande finanziere e affarista internazionale che prima o poi non si sia imbattuto contro il "muro" Prescott.

Dal petrolio all’acciaio, dall’uranio ai calzini di cotone, nel gioco delle sue mille aziende il cui incrociarsi di partecipazioni sembra un rompicapo cinese, la mano di Prescott arriva dovunque e se si stringe, soffoca.

Ricevere un invito da Prescott per una crociera alle Galapagos e poi nelle Tuamotu è un evento unico e poiché il miliardario è famoso per sua pragmaticità, chi lo riceve è ben sicuro che non si tratta di una vacanza, Se non è vacanza è business e con Prescott l’unità è il milione di dollari.

Otto von Formis, ultimo rampollo di una lunga dinastia di re dell’acciaio, ha lasciato il suo palazzo di vetro di Essen in Germania, ha scelto tra le sue accompagnatrici la più bella, ha noleggiato un aereo e ora sta salendo sul motoscafo con cabina che funge da pram per il Revenge.

Otto ha 50 anni, robusto come un toro, tedesco di quelli che andavano avanti a birra e marchi e detestano l’euro.

Helga, la sua accompagnatrice appartiene alla strana fauna delle hostess personali. Se Otto la vuole a letto non si nega, ma poiché parla sei lingue e ha due lauree, è difficile catalogarla.

Con una candida cadillac appare in banchina Eva Schneider, la grande ex. Negli anni Settanta non c’era camionista americano che non avesse un suo nudo attaccato alla cuccetta.

Ex pin-up, poi ex diva del cinema, poi ex moglie del re degli hotel, e infine vedova del grande Michel Hood, re delle televisioni, morto in un incidente aereo.

Da vedova molto consolabile, Eva ha saputo tenere ben ferme le redini dell’impero ereditato, estendendo anzi le sue attività come una piovra in molti settori affini e non. Si accompagna da qualche mese con Janine, una bella creola che intona con la tappezzeria della sua auto.

Yuri Orloff, altro invitato, scende da un normale taxi e si avvia lungo la banchina con un sacco da marinaio in spalla. Consegna con un sorriso di curiosità l’invito che ha ricevuto al marinaio del motoscafo che lo porterà sul Revenge.

Yuri è simpatico, ancora giovanile, discendente da una nobile famiglia di russi bianchi fuggiti dopo la rivoluzione, non ricorda di avere mai avuto a che fare col miliardario Prescott, tuttavia è abituato a ricevere inviti da sconosciuti, "per via del bridge se a invitare è un maschio", aggiunge con un sorriso.

Attanasio Kalantzis stazza un quintale abbondante. Greco, armatore e amatore a dispetto della ciccia, famoso per ricoprire le proprie donne come alberi di natale con brillanti da tre carati in su.

Attanasio ricorda bene Prescott, ma non il miliardario, ricorda il Prescott dei primi tempi, tempi duri, quando facevano i mozzi sulle carrette del Pireo. E’ passata una vita da alloa e non ha idea del perché dell’invito.

Attanasio odia il mare forse perché deve a lui tutto il suo denaro. L’ultima cosa che desidera è fare una crociera nell’Oceano Pacifico, ma dire di no a Prescott o ignorare il suo invito gli è stato sconsigliato dal suo ufficio di PR poiché hanno in costruzione una superpetroliera di un gruppo multinazionale manovrato da Prescott.

Anche l’avvocato Giò Benelli ha meditato a lungo sull’invito del miliardario americano. Da dove poteva venirgli e perché? C’era forse qualche aggancio con quella operazione fatta in Africa per conto della CIA, oppure col fallito golpe in Sudamerica? O non sarà per quella corruzione di magistrati nel caso Enron? Oppure Prescott sta dietro al traffico d’armi? In ogni modo rifiutare non è pensabile ed eccolo lì anche lui.

Jean Remy ricorda un hippy ma sul dark. Guarda tutto quel viavai di VIP con ironia, addenta una mela e mastica con gusto. Senza bagagli, senza scarpe, senza pettine, è arrivato così da Parigi dove ha fregato il biglietto d’invito al suo grande nonno, Jean Remy anche lui: un grande nonno rincoglionito che tanto ad Acapulco non ci andrebbe mai perché ha paura delle navi e terrore degli aerei. Più in generale, Jean Remy junior sa che il vecchio nonno ha paura di morire. Perché la morte è perdita totale di potere e anche a farsi seppellire coi propri tesori come i faraoni serve solo ad alimentare il traffico dei tombaroli.

Jean junior non odia né disprezza il nonno, si limita a non capirlo ma non ne fa un dramma, lui non capisce quasi niente di quel che fa la gente e del perché lo fa. In fondo non sa neppure perché abbia preso quel biglietto e sia partito senza dir niente a nessuno, non lo sa non se lo domanda.

Quando vede, a sera ormai tarda, che il comandante del Revenge continua a far su e giù per il porto, salta giù dalla bitta su cui è rimasto seduto per due ore e mostra il biglietto d’invito. L’occhiata perplessa del comandante lo diverte: vuol controllare il suo passaporto?

A bordo a ricevere gli ospiti c’è una signora, gentile, cordialissima ,con tutti, assegna le cabine, provvede ad ogni cosa e chiede scusa per conto del signor Prescott che ha avuto un lieve attacco di spleen e non può lasciare la cabina, tuttavia la nave salperà all’orario stabilito e l’anfitrione desidera che i suoi ospiti facciano conoscenza e che dispongano di ogni cosa come fosse propria.

La nave lascia la baia di Acapulco con una luna piena bassa sull’orizzonte, un mare da favola, orchestrina in sordina, caviale, aragosta e salmone nei piatti, champagne come acqua minerale ma è tutta gente che non ci fa troppo caso.

Si chiacchiera, ci si conosce. Si parla soprattutto di Howard Prescott. Chi l’ha conosciuto racconta aneddoti, tranche de vie, chissà se veri o falsi, chi non l’ha conosciuto racconta aneddoti, tranche de vie, letti o sentiti dire chissà se falsi o veri.

La figura di Howard Prescott acquista ancora più ombra: chi lo vuole timido ma generoso, chi astioso e vendicativo, chi dice che sia omosessuale e chi sempre in fregola con donne pagate per tenersi sempre a disposizione, chi dice che ha una villa sul Grand Caňon, chi invece parla di una residenza sui laghi canadesi, chi lo vuole quasi eremita e chi alla marchese DeSade.

Il mare è sempre dondolante d’onda lunga, l’aria dolce, la prua puntata verso l’equatore, le Galapagos a mille miglia richiederanno tre notti e due giorni di navigazione poiché, come spiega il capitano, il Revenge tiene la bella media di 35 nodi.

Revenge vuol dire vendetta, strano nome per uno yacht, ma nessuno ci fa caso.

Hovard Prescott resta invisibile anche nei due giorni seguenti. La signora che. lo sostituisce e tutto il personale di bordo fanno a gara per rendere piacevole il soggiorno agli ospiti.

Il contatto tra persone così diverse ha già creato attriti o simpatie: Yuri insegna il bridge ad alto livello a Eva Schneider che coi. suoi cinquanta anni passati è sempre una splendida donna e punta Yuri come una mantide il maschio.

Giò Benelli, democratico nato, si farebbe Janine, l’accompagnatrice tuttofare creola, ma non vuole farlo capire troppo e poi, gentiluomo latino, teme di offendere la padrona.

Formis passa ore nella sala radio in mezzo a quotazioni azionarie di mezzo mondo e a dispacci delle borse merci dell’altra metà, Helga prende il sole e sopporta Attanasio che gli parla della purezza delle montagne e delle sue petroliere che lavano le stive al largo.

Jean Rémy passa ore a poppa a buttar da mangiare ai pescecani che affiorano nella scia.

La curiosità di tutti è su Prescott: c’è o é tutta una presa in giro?

La sua cabina è sorvegliata da due grossi marinai, però i vassoio dei cibi entrano pieni ed escono quasi vuoti: là dentro c’è qualcuno e mangia.

Appaiono prima le Galapagos e per alcune ore Prescott viene dimenticato. Isole fuori dal tempo, le iguana arrampicate sulle rocce brunite, immobili mostri preistorici mummificati dal tempo

Jean gioca con le iguane e si trova accanto Helene, francese, simpatica, nipote del padrone dell’albergo locale. Fanno l’amore sulla spiaggia illunata, in sincronia con la faticosa deposizione delle uova delle testuggini.

Ma il Revenge sosta solo per fare scorta d’acqua e viveri freschi, poi fa prua verso le Tuamotu, un bel balzo di più di. quattromila miglia di oceano aperto e fuori dalle rotte commerciali, Jean Remy non è abituato a rinunciare, vuole poco ma quando vuole tira fuori le unghie come il suo grande nonno rincoglionito. Lui ora vuole Helene ma non gli va di stare alle Galapagos chissà fino a quando. Per cui Helene deve andare sul Revenge.

Per lo zio galapaguegno basterà lasciare un biglietto da leggere quando il Revenge sarà partito e per Prescott basterà presentarsi quando si sarà in navigazione: lo zio albergatore non si getterà in mare all’inseguimento e Prescott non butterà Helene in mare solo perché non ha il cartoncino d’invito ( oh sì?). Helene è abbastanza matta da accettare.

Quando le Galapagos sono lontane,. Jean tira fuori Helene nascosta in uno dei motoscafi che fungono da pram e che in navigazione sono assicurati in coperta e ora deve ricevere la benedizione di Prescott,

La signora che ne fa. le veci sembra molto contrariata della pensata di Jean, più di quanto l’educazione vorrebbe, tanto che Jean si arrabbia e comincia a sbraitare davanti alla cabina di Prescott: si può o non si può parlare con questo cavolo di Prescott?

I marinai afferrano Jean senza tante cerimonie ma da dentro una voce sonora e secca ordina di "fare entrare".

Jean viene spinto nella cabina. E’ buia, gli oblò sono condannati dai portelli come in preparazione di chissà quale tempesta.

Prescott ( ma sarà lui?) dalla cuccetta si scusa per il buio ma la luce aggrava il suo spleen. Vuole sapere il perché delle grida. Jean spiega un po’ imbarazzato e aguzzando gli occhi. Distingue una forma umana distesa nella cuccetta. Quell’ombra muove un braccio e continua con voce roca:

-  Se l’universo è un ologramma sullo schermo di un computer, a te ti deve aver ficcato dentro un hacker.-

Jean la prende come un’accettazione.

La notte è calda, umida, afosa.

Il Revenge procede veloce lungo la linea dell’equatore puntando ad ovest. E’ la zona detta delle "calme dei cavalli" poiché gli antichi velieri che ci incappavano restavano fermi per intere settimane e gli equipaggi erano spesso costretti a uccidere e mangiarsi i cavalli che di solito portavano nelle stive.

Nel salone si fa un bridge; gioca Orloff in coppia con Eva contro Formis in coppia con Helga: una partita stanca, annoiata, troppo facile per Orloff che quando si permette di criticare il gioco di Formis ne solleva l’animosità: lui è abituato a ben altri giochi di quelle fesserie con le carte! Eva sorride:

-  Eppure il bridge comporta valutazioni e abilità molto simili a quelle che si incontrano nella realtà un uomo d’affari...-

In disparte Giò Benelli sta tracciando con Attanasio le linee di. un certo affare: Giò conosce chi è disposto a pagare noli dieci volte più alti occupando appena un terzo delle stive. Il resto del carico può essere regolare, meglio però se di roba pericolosa che tiene lontani i curiosi, per esempio piombo tetraetile o scorie nucleari. Attanasio è molto interessato: potrebbe utilizzare certo vecchie carrette, buone ormai solo come ferro vecchio, così anche se qualcosa va storto si fa un bel buco nella stiva è il mare copre tutto. E i marinai? Ah, quelli! Beh, sono strapagati e sanno i rischi che corrono.

Uno alla volta, entrano nel salotto i camerieri e i marinai: senza dare nell’occhio si dispongono a tre metri uno dall’altro, appoggiandosi alle murate

Che stia succedendo qualcosa di strano, gli ospiti se ne rendono conto quando vedono irrompere nel salone, sbattuti dentro senza tanti complimenti, Jean Remy ed Helene, seminudi, strappati dal letto sul più bello. Ma non c’è tempo per troppe proteste: marinai e camerieri hanno ora un atteggiamento assai diverso dal solito e ognuno di loro impugna una pistola.

Le proteste cambiano in esclamazioni di paura. Appare il comandante che annuncia col tono di un araldo:

-  Il signor Howard Prescott! –

Seduto su una carrozzella, spinto dalla signora che ne ha fatto le veci, entra uomo con metà del volto irrigidito da una paresi. Magro, asciutto, sulla settantina con occhi grigi vivissimi. Il suo ingresso spegne esclamazioni e proteste.

Howard guarda tutti uno ad uno e si ferma su Helene. I due si fissano per un momento poi sentenzia:

-  Cara nipote quando si va ad una festa senza essere invitati, si prende quei che si trova.-

Helene non risponde. Jean resta a bocca aperta.

Attanasio si muove col suo quintale verso Howard, largo sorriso cordiale, mani tese per una stretta amicale. Hovard ha una mezza smorfia di ribrezzo ma anche la metà del viso che resta immobile esprime repulsione.

-

-  Non mi toccare. Mi fai sempre schifo.- Attanasio non si lascia smontare:

-  Dai Howard, non me ne vorrai per quel peccatuccio di gioventù… Eri un mozzo biondo e liscio, delizioso… In fondo poi mi hai rubato il mestiere, no? Dimmi invece che significa tutta questa messinscena…-

-  Sono qui per spiegare – annuisce Howard – Né io né voi abbiamo mai creduto a dio e a una giustizia divina e in quanto a quella degli uomini siamo stati tutti maestri nel comprarcela. Sono certo che nessuno di voi conosce la M-Theory secondo cui ogni cosa è prodotta dalla vibrazione di microscopiche stringhe: se la realtà è un concerto, noi siamo le note stonate. Bene, amici, vorrei accordarvi. Nel senso di rimettere armonia in quello che avete così goffamente e crudelmente distorto. Non voglio gettarvi in pasto agli squali, vi abbandonerò su questa nave. Ognuno di voi si crede un superuomo perché è riuscito ad arrivare ai vertici di questa povera società ma io so di quale vigliaccherie e ignobiltà sono fatti gli scalini. Come disse quell’italiano? Io so di che lacrime gronda e di che sangue… E allora come contrappasso dovrete vedervela uno contro l’altro, senza l’ausilio corruttore del denaro e dei cento tirapiedi …-

Formis batte un pugno sul tavolo: e lui che c’entra in quella buffonata? Quando mai se l’è inculato lui il signor Howard Prescott?

Howard lo guarda tranquillo:

-  Lei è Herr Otto von Formis?— il tedesco annuisce - Ho letto il suo nome per la prima volta stampato su una lamiera d’acciaio nel 1983.-

-  Bella scoperta! La mia famiglia è nell’acciaio da due secoli! – sbuffa Formis e Howard annuisce:

-  Già, ma era una lamiera dei forni di Birkenau, quando andai a visitare il luogo dove furono gassati i miei genitori.-

Formis impallidisce appena:

-  Mio padre era tedesco e forniva acciaio, non poteva certo negarlo a Hitler.-

-  No di certo. Come lei non poteva negare i marchi per far vivere lunghe vite felici a Mengele e agli altri in Paraguay, vero? Purtroppo suo padre è morto di un naturale cancro alla gola e mi è rimasto solo lei…-

-  Ma questo è ingiusto! Io…

-  Certo che è ingiusto. E allora? – chiede Howard guardando il tedesco con sguardo ironico. Formis rinuncia e gli volta le spalle con un gesto di stizza.

Howard si fa spingere verso Eva Schneider. La donna sogghigna:

-  Ne è passato di tempo da quando mi sbavavi addosso…-

-  Tanto, sì. sapevo che eri una troia ma non pensavo che fossi anche un’assassina. –

Eva si muove verso Howard ma viene bloccata da uno dei marinai e Howard continua senza acredine nella voce: lui era amico di Robert Hood, uno dei pochi amici che ha avuto nella vita. Lo scoppio dell’aereo non fu un incidente, ha fatto parlare il meccanico che ha messo una bomba per ordine della cara mogliettina.

Eva starnazza e impreca, urla che è matto. Howard fa un cenno a un marinaio chiude la bocca della donna con un gran ceffone. Howard è quasi dolce quando le spiega che quello non è un tribunale e che non deve dimostrare niente: tranne che provare a sopravvivere.

Jean Remy si gratta e guarda Howard: lui teme di non essere della partita, ma certo anche per lui vale quanto detto per Helen: chi va ad una festa senza essere invitato, prende quel che trova.

Howard sorride e annuisce: il Jean Remy che ha invitato lui, ha quasi ottant’anni.

-  Quello non sarebbe venuto mai .Non prende più neanche l’ascensore per paura che caschi. Qual è la carognata di cui si voleva vendicare?-

Howard scuote la testa: non è carino parlar male degli assenti.

Giò Benelli è rimasto al suo posto a giocherellare con un accendino.

-  Lei avvocato non vuoi sapere perché è qui?-

-  No. Tanto lei farà quello che le pare se nessuno glielo impedirà.-

-  Giusto. Le dirò solo questo. Ho avuto un unico figlio, stava all’Accademia Aeronautica. E’ morto su un P104. Erano difettosi quei P104, avvocato Benelli. E lei lo sapeva, il suo cliente lo sapeva, chi aveva preso la tangente per quella fornitura lo sapeva. Bene, non c’è altro. Consideratevi miei prigionieri per stanotte. Domattina saprete il resto. –

Howard se ne va, spinto fuori dalla donna che lo accudisce.

I marinai, armi sempre pronte, accompagnano i prigionieri nelle loro cabine.

Jean Remy allunga una pedata ad Helen:

-  Nipote eh? Dormi per terra se credi, lurida bugiarda, con me, mai più! –

Helene butta un cuscino a terra e si sdraia sulla moquette: adesso può sembrare solo calcolo ma quando lo zio albergatore le aveva detto che in rada aveva gettato le ancore lo yacht di quel misantropo del fratello di sua madre e poi lui, Jean, la invitò a bordo… beh, la voglia di conoscere Prescott giocò la sua parte ma anche la voglia di stare con lui. Poi non pensava Prescott che l’avrebbe riconosciuta: gli speranzosi eredi sono trentanta e passa…

Jean finge di russare.

E’ quasi l’alba quando un urlo risuona sulla nave superando l’attutito ronfare dei motori. Il comandante raduna a prigionieri strappandoli dalle loro cuccette.

-  Chi è stato? Chi è stato? - urla fuori di sé.

-  Stato a far cosa? – chiede Benelli.

Il comandante li guarda come fossero tutti insetti immondi mentre la signora piangendo spinge davanti a tutti il corpo di Howard Prescott sgozzato nella sua sedia a rotelle!

-  Abbiamo invertito la rotta e ho contattato via radio la polizia di Acapulco: fino ad allora sarete confinati nelle vostre cabine e non potrete parlarvi. A meno che l’assassino non confessi subito…

- Il pazzo era Prescott, non noi… - fa spallucce Formis e ognuno protesta la propria innocenza.

Il sole tramonta a prua del Revenge.

Jean lo guarda dall’oblò della sua cabina cercando di non badare a Helene che si spoglia a un metro da lui: il capitano ha detto di aver fatto invertire la rotta ma la nave continua ad andare a ovest.

E’ quasi l’alba quando Formis si sente male ed Helga batte contro la porta della cabina chiusa a chiave dall’esterno. Grida, chiama. Il sordo brontolio dei motori è l’unico segno di vita della nave.

Orloff sente le grida della donna e cerca di sfondare la porta. In pochi minuti tutti i prigionieri picchiano contro le porte chiuse, gridando.

La prima porta a cedere è quella di Kalantzis col suo quintale di peso, il greco riesce a scardinarla e rovina nel corridoio. Jean, usando un estintore come mazza, riesce a sbrecciare l’uscio e a forzare la serratura.

Jean, Helene e Kalantzis si guardano: i corridoi della nave sono deserti e da dietro le porte i prigionieri continuano a urlare e a picchiare. Jean corre verso la scaletta che porta sul ponte, stacca un ascia d’emergenza e la getta al greco:

- Faccia uscire tutti! - e seguito da Helene sale in coperta. Kalantzis si avvicina alle porte delle cuccette, ma non serve l’ascia: ci sono le chiavi nelle serrature, basta girarle e tutti si affollano intorno a lui cercando di capire quello che sta succedendo.

La cabina di pilotaggio è deserta e la ruota del timone dondola un po’ a destra , un po’ a sinistra, come se a guidarla fosse una mano fantasma.

C’è un forte odore di gasolio. Lo yacht corre da solo nella notte.

Helene si aggrappa a Jean, in preda alla paura, quella corsa nel nulla mette angoscia. E quell’odore di gasolio prende alla gola.

- Guarda! La radio...la bussola….- Helene fissa quel che resta degli strumenti: qualcuno li ha sfasciati a martellate.

Jean va nella cabina di Prescott e la spalanca: il vento fa gonfiare un lenzuolo sporco di sangue che si avvolge intorno alla sedia a rotelle. La sedia è vuota!

Tutta la nave è vuota: camerieri, equipaggio, macchinisti sono tutti scomparsi e anche il cadavere di Prescott non c’è più.

Non è un sortilegio, come strilla Eva alla povera Janine, perché sono scomparsi anche i motoscafi che facevano da pram per lo yacht. Nessuno è scomparso, se ne sono semplicemente andati tutti.

Una linea grigia a est si va allargando e accendendo di rosa: sta per sorgere il sole.

Tutt’intorno, a 360 gradi, solo oceano. Niente e nessuno.

L’acqua che sciaborda sui fianchi dello yacht è oleosa e puzzolente: il gasolio dei serbatoi è finito in mare.

Nella stiva i due grandi turbodiesel si spengono tossendo, poi, fortissima, la voce amplificata di Prescott fa vibrare le membrane degli altoparlanti sopra la tuga:

- Ci sono novanta razioni di sopravvivenza nella mia cabina. In ogni razione mezzo litro d’acqua che per un giorno dovrebbe bastare. Siete in nove e ne avrete per dieci giorni. Naturalmente se foste solo in otto basterebbero per undici giorni, sette persone potrebbero resistere tredici giorni, sei ce la farebbero per quindici e così via. Una persona sola ne avrebbe per novanta giorni e in tanto tempo così lo yacht sarà avvistato o le correnti lo porteranno su qualche costa, chissà… Scannatevi come solo voi siete capaci di fare e buon divertimento-

La voce termina e resta il fruscio di un nastro che gira a vuoto.

In cabina viene trovato il pacco con le novanta razioni di sopravvivenza.

Jean propone di dividerle subito ma Formis si oppone. La situazione è di emergenza e richiede soluzioni forti: distribuire i viveri potrebbe spingere qualcuno a consumarli più in fretta. del dovuto e poi che succederebbe? Lasceranno 1’incauto a morire di fame o lo butteranno al. pesci prima che spinto dalla disperazione possa diventare pericoloso? Ci vuole disciplina e regole ferree. Un campo in cui i tedeschi non hanno rivali. Ma i nove naufraghi, perché ormai di naufraghi si tratta, sono abituati a dettar legge e non a subirla.

Convengono comunque alcune regole: risparmio della elettricità ormai affidata solo alle batterie, controllo del movimento dello yacht col movimento del sole per capire dove le correnti, se ci sono, lo stanno portando e tutte le razioni verranno chiuse nella cassaforte della cabina di Prescott e verranno distribuite all’alba di ogni giorno.

Uno terrà la chiave e due di loro a turno faranno la guardia in cabina.

Chi terrà la chiave della cassaforte? Si mette ai voti: Formis vince con 4 voti contro i 3 ottenuti da Giò Benelli e i 2 di Jean.

Lasciate fuori le nove razioni per la prima giornata, le altre vengono chiuse in cassaforte.

Si estrae a turno per il primo giorno di guardia e tocca a Orloff ed Eva.

Il sole si è alzato e fa caldo. Eva impreca all’idea di dover stare tutto il giorno chiusa in cabina e accende il condizionatore. Formis lo spegne. Eva lo insulta e il tedesco la butta a terra con una spinta e poi sfascia il condizionatore. Interviene Orloff con rabbia:

- Qui non siamo a Birkenau, Herr Formis! – urla ma subito si blocca: in mano a Formis è apparsa una pistola e il tedesco risponde che se dice un’altra fesseria le razioni dureranno un giorno in più.

Orloff si calma ma Formis non abbassa l’arma e dice a tutti gli altri:

- Adesso che ci penso, il vecchio pazzo che ci ha messo in questo guaio non ha parlato di Orloff. Secondo me questo bastardo è qui per conto di Prescott oppure è stato lui a tagliargli la gola. Allora, cartaio da salotto, trova una spiegazione e in fretta. -

Interviene Helen: alla dimenticanza di Prescott può sopperire lei.

Orloff si volta sorpreso a guardare la ragazza, Helene ne sopporta lo sguardo e prosegue raccontando come Orloff, nella sua qualità di ottimo giocatore di bridge, avesse accesso all’alta società e fu implicato nel sequestro di Enrique Cousteau, il multimiliardario della Ekkopetrol. Fu pagato un riscatto di cinque miliardi di dollari ma il miliardario non tornò mai a casa.

Orloff ribatte che fu prosciolto per non aver commesso il fatto, ma Formis abbassa la pistola: la Ekkopetrol era a maggioranza di Prescott. Quel riscatto a vuoto lo pagò lui.

Viene distribuita la prima razione: gallette, margarina, una tavoletta di destrosio, vitamine e mia lattina con mezzo litro d’acqua.

L’impatto concreto con la razione dà a tutti la misura della gravità della situazione.

Masticando piano le gallette e sorseggiando l’acqua tiepida della lattina si sentono davvero naufraghi.

Formis si ficca in tasca la chiave della cassaforte e Orloff ed Eva restano nella cabina di Prescott.

Lo yacht beccheggia piano nel mare di gasolio che ha intorno e che mantiene la superficie dell’oceano liscia e senza onde.

Sole. Mare. Niente vento.

Nel pomeriggio Formis, Kalantzis e Giò Benelli si incontrano in segreto per studiare un piano: è inutile sprecare quelle poche razioni. Se devono sopravvivere i più forti tanto vale eliminare subito i più deboli.

E’ criminale per Formis che Helga, che è una qualunque delle sue mantenute, gli possa rubare anche un solo giorno di vita!

E quel1a specie di vecchia maitresse di Eva Schneider? La creola poi non è neanche in discussione, per Formis il fatto che sia di colore la equipara a una bestia: la si può tener presente come supplemento alle razioni.

Anche ad Attanasio e a Giò, che non sono inclini ai buoni sentimenti, quelle parole provocano una smorfia di disgusto.

Formis sbuffa: vuol dire che non si sono ancora resi conto della tragicità della loro situazione: sono sperduti in mezzo all’oceano Pacifico, fuori dalle rotti commerciali.

Può darsi che siano fortunati e che qualcuno li avvisti in pochi giorni, ma è più probabile che i tre mesi di cui ha parlato Prescott siano pochi.

Bisogna agire subito e con grande decisione: i primi da eliminare sono i due uomini: Orloff e quel Jean Remy, poi con le donne sarà un gioco.

Attanasio è d’accordo. Giò esita sotto lo sguardo acuto di Formis, ma alla fine accetta. Attanasio e Formis si scambiano un’occhiata: anche Giò è entrato nella lista nera.

Decidono di agire appena fa buio: Orloff e Jean devono essere uccisi senza far rumore, ci sono dei grandi coltelli in cucina e andranno benissimo. Attanasio si occuperà di Jean e Formis e Giò, di Orloff.

Nessuno dei tre si accorge di Helga che, inorridita, ha sentito tutto con l’orecchio incollato dietro la paratìa. La donna è sconvolta ma si domina e quando Formis la chiama per il massaggio quotidiano, lo esegue come un automa.

Helga parla con Jean e Helene e dice loro tutto ciò che ha sentito. Bisogna avvertire Orloff e prepararsi alla difesa.

Jean va in cucina mai coltelli sono tutti spariti: questa è una conferma delle parole di Helga.

Jean va a bussare alla cabina di Prescott. Eva apre un poco l’uscio: Orloff non c’è. Le ha detto che aveva bisogno di un po’ d’aria e non è ancora tornato. Jean sale sul ponte ma non c’è nessuno. Jean lo cerca anche nella sala macchine ma di Orloff non c’è traccia, sembra aver lasciato la nave! O l’hanno già buttato ai pesci?

Il sole tramonta su un mare di rame fuso.

Helga, tornata da Formis, cerca di comportarsi in modo normale per non sollevare i sospetti del padrone.

Jean torna da Helene senza aver trovato Orloff. La donna vorrebbe barricarsi in cabina ma Jean la convince che la loro migliore arma è la sorpresa: meglio dare 1’impressione di essere vittime facili e inermi. Mentre parla mostra alla donna la sbarra di ferro che ha trovato in sala macchine e la posa accanto alla cuccetta. Poi dà la mano ad Helene e vanno in coperta a finire di mangiare quel che resta della loro razione di cibo.

E’ buio quando scendono in cabina.

Per risparmiare elettricità quasi tutte le lampadine sono state svitate, per cui i corridoi hanno assunto un’aria spettrale.

Helene si sdraia sul letto e Jean tiene la mano sulla sbarra di ferro. Spengono la luce e restano, tesi, ad ascoltare tutti i rumori della barca.

Un passo leggero in corridoio fa scricchiolare i paglioli di mogano e si avvicina all’uscio della cabina, ma il passo non si ferma, prosegue.

Jean va alla porta e la socchiude: vede l’ombra di Orloff che svolta in fondo al corridoio. Si volta per sussurrare ad Helene che bisogna avvertire il russo e, senza badare alle sue proteste, sguscia fuori. La donna non vuol stare sola, ha paura. Decide di seguire Jean, già scomparso oltre la scaletta in fondo.

La luce è molto scarsa, la nave dondola sull’onda lunga del Pacifico e dà la nausea.

Helene non riesce a capire da quale parte sia andato Jean. Sente una porta cigolare e sbattere . Torna di corsa sui suoi passi chiudendosi nella propria cabina.

Un’ombra si leva davanti a lei e la fa urlare: ma è Janine che la supplica di aiutarla. E’ certa che Eva e Orloff abbiano deciso di ucciderla: le hanno anche mangiato la sua razione!

Un altro rumore di passi. Qualcuno bussa alla cabina di fronte. E’ Giò che chiede a Helga notizie di Formis: avevano un appuntamento per… per una partita e non si è presentato.

Helga apre solo uno spiraglio e nella mano nascosta dietro alla schiena tiene un paio di acuminate forbici: dice a Giò che Formis non è in cabina ma che certo verrà da un momento all’altro. Giò annuisce e se ne va.

E’ Janine a trovare Formis: il tedesco è appeso alla gru di alaggio, per i piedi come un porco al mattatoio. Ha un coltello da cucina piantato in pancia e gli intestini fuori che gli nascondono il volto.

La creola urla come una sirena, isterica. Il movimento dello yacht fa dondolare il cadavere di Formis.

Pochi secondi dopo gli otto superstiti sono tutti in coperta a fissare stralunati quel cadavere sventrato. C’è anche Orloff e Jean lo guarda perplesso.

Tuttavia la sorpresa più agghiacciante viene subito dopo: qualcuno ha aperto la cassaforte nella cabina di Prescott e le razioni di sopravvivenza sono scomparse!

Eva giura singhiozzando che lei e Orloff sono rimasti sempre di guardia tranne quando han sentito urlare Janine e sono corsi fuori.

-  Quando sono venuto a cercare Orloff stanotte, lei mi ha detto che non c’era…-

-  Che c’entra? – strilla Eva – era andato a prendere un po’ d’aria ma è subito tornato. verso signor Orloff? – Il russo annuisce con un lieve sorriso.

Eva guarda i compagni di sventura: se non ritrovano le razioni moriranno di sete nel giro di due o tre giorni… e scoppia a piangere. Orloff la abbraccia e sorride: tanto quelle gallette non le piacevano, e l’acqua sapeva di latta, no?

Eva piange più forte.

Janine ha una crisi isterica e accusa Eva e Orloff di essere complici e di recitare la scena della disperazione solo per fotterli tutti. Eva scatta come un serpente e colpisce Janine al volto con uno schiaffo. La creola si getta sulla padrona e la stringe alla gola con forza rabbiosa. Eva starnazza, diventa blu ma Janine continua a stringere.

Dopo un’esitazione interviene Jean e salva Eva dalle mani di Janine. Nessuno degli altri si è mosso perché se Eva fosse morte c’era comunque una bocca di meno.

Il corpo di Formis viene gettato in mare e i pescecani fanno festa. Jean li guarda: forse si potrebbe pescare qualcosa… Nessuno ha attrezzi per la pesca, ma una sagola con un chiodo appuntito e ricurvo potrebbe andar bene lo stesso.

Jean e Giò ci provano per ore prima di tirar su un pesciotto da mezzo chilo: meglio che niente, ma il problema più che la fame è la sete. Bisogna ritrovare quelle razioni. Se almeno piovesse si potrebbe raccogliere l’acqua piovana, ma il cielo è pieno di stelle, bellissimo, ma disperante.

- Hanno sabotato i motori e scaricato in acqua il gasolio, però forse l’acqua dei radiatori… - dice Helene passandosi la lingua sulle labbra secche. Jean scuote la testa: i motori marini non hanno acqua dolce per il raffreddamento, si raffreddano con scambiatori di calore in cui circola acqua di mare.

-  Chi pensi che sia stato a uccidere quel tedesco? – chiede la donna.

-  Kalantzis. E’ l’unico che ha la stazza per farlo.-

Un’imprecazione in greco. Un colpo di pistola e poi un urlo belluino. Jean ed Helene corrono fuori.

Quando arrivano nella cabina di Kalantzis, Eva e Orloff sono già lì.

Il greco giace a pagliolo con un coltello da cucina ficcato in gola, lo sguardo sbarrato e un tremito osceno che fa tremare il grasso. Il tremito si gela nella morte.

-  Qualcuno ha sparato. Chi ha una pistola? – chiede Jean. Orloff scuote la testa.

- Lei! Lei ha una pistola! – strilla Janine indicando Eva che furibonda la copre di insulti. E’ vero che ha una pistola, piccola piccola e la tiene nel beauty-case, in cabina.

- So io dove la tiene! – esclama Janine – Vado a prenderla! – corre fuori inseguita dagli improperi di Eva. Orloff trattiene Eva: una pistola in giro è pericolosa per tutti. Meglio buttarla a mare.

Arriva anche Giò Benelli: guarda il cadavere di Kalantzis e poi i compagni di sventura. Chiede:

-  Chi è stato? – Nessuno risponde.

Orloff si guarda intorno: pistole non se ne vedono, ma l’assassino ha usato un coltello, quindi logica vuole che la pistola che ha sparato fosse del greco e che l’assassino l’abbia presa dopo averlo ucciso.

Frugando per la cabina invece della pistola saltan fuori le razioni rubate, stipate nel grande gavone sotto la cuccetta di Kalantzis.

Il sollievo dei superstiti è grande e la morte di Kalantzis passa in secondo piano. Chiunque sia stato l’assassino del greco ha fatto fuori il bastardo che aveva rubato le provviste attentando alla vita di tutti.

Helene è perplessa e sussurra a Jean che quelle provviste nascoste per modo di dire sembrano essere state messe lì a bella posta per far credere alla colpa del greco. jaean si stringe nelle spalle: forse. L’importante è averle ritrovate.

Helga si affaccia nella cabina e guarda il corpo del greco con occhi pieni di paura: Formis e Kalantzis sembravano i più forti e i più determinati e invece sono morti per primi.

- Ora a chi tocca? – singhiozza la donna. Helene la abbraccia cercando di calmarla.

Decidono all’unanimità di dividersi le razioni e che poi ognuno penserà per sé.

Il pacco viene portato in coperta e le razioni divise in sette mucchi uguali. Ognuno ritira la sua parte e ma ne resta una: quella di Janine che non è ancora tornata. Eva vorrebbe prenderla lei a nome della creola ma Helene si oppone, meglio chiamare Janine.

La chiamano a gran voce ma Janine non risponde. Jean vede un’ombra dentro la cabina di comando, l’ombra di un uomo! Giò Benelli e Yuri Orloff sono in coperta: non dovrebbe esserci nessun altro uomo a bordo!

Senza dire nulla, corre a vedere: in plancia c’è solo Janine che gli dà le spalle, aggrappata al timone, ondeggia appena col movimento della ruota, sembra guidare.

Con orrore Jean vede del sangue scorrere lungo la ruota e gocciolare sul pagliolo. Il corpo senza vita di Janine scivola da un lato e si affloscia. Un coltello le sporge in pieno petto, piantato fino all’impugnatura all’altezza del cuore.

I sei superstiti sono terrorizzati. si dividono le razioni di Janine e sembra un rito funebre,

-  Ne abbiamo per quindici giorni .- dice Orloff.

Helga ridacchia isterica: quindici giorni? Chi può dirlo… -

-  Aveva ragione quel bastardo di Prescott: lui sapeva che aveva riunito qui un branco di sciacalli! Credo sia inutile cercare chi è o chi sono gli assassini, vero?–

Orloff annuisce: chiunque può uccidere per salvarsi, è una legge di natura. Però loro sono caduti in una trappola mentre Jean e Helene ci si sono ficcati volontariamente. Magari qualche differenza potrebbe farla.

Jean ed Helene stanno sempre insieme, un po’ per paura, un po’ per amore. Tornano in plancia: il corpo di Janine è stato buttato in mare ma la macchia di sangue scurisce il pagliolo. Jean esamina gli strumenti fracassati: forse uno che avesse studiato fisica potrebbe aggiustarli, magari anche un tecnico saprebbe far qualcosa… ma lui ha una laurea in filosofia e non si è mai preoccupato di sapere come funzionavano le cose che usava: schiacciava pulsanti e basta. In fondo è come una scimmia ammaestrata: ora i pulsanti non funzionano più e lui morirà davanti a quei misteriosi circuiti che forse anche un ragazzotto di un istituto professionale potrebbe riparare.

Guarda il mare e sobbalza: sulla linea dell’orizzonte c’è una nave!

Jean ed Helene urlano di gioia, corrono in coperta e tutti i superstiti si avvicinano alla murata: è una nave! E’ proprio una nave!

Eva grida agitando una mano, come se potesse farsi sentire da quella distanza. Orloff cerca di bruciare dei giornali per fare del fumo.

Giò Benelli tira fuori una piccola pistola col manico di madreperla e spara per aria tutto il caricatore.

La nave sfila indifferente e si perde nella foschia oltre l’orizzonte. La delusione è pesante.

Eva guarda Benelli con odio: quella è la sua pistola! Dove l’ha presa? L’ha presa a Janine prima di ammazzarla?

Giò Benelli gliela butta con disprezzo: l’ha trovata nella cabina di Kalantzis e non ha detto niente perché non sapeva di chi fosse. Se è di Eva allora è lei che ha sparato al greco prima di tagliargli la gola!

Eva raccoglie la propria pistola e guarda Benelli con rabbia:

bulletTu me l’hai rubata quella notte che…. – si interrompe e Giò ride.
bulletUna crisi di pudore? Perché non finisci la frase? Quella notte che ti sei fatta scopare.-

Eva se ne va come una furia, seguita da Orloff che la chiama inutilmente.

Helene prende Jean per un braccio e lo tira via. Restano Helga e Giò Benelli.

- A quanto pare dobbiamo fare coppia…. – propone l’uomo con un sorriso, ma Helga è troppo spaventata e scappa via senza rispondere, andandosi a barricare in cabina.

Un’altra notte. Lo yacht alla deriva dondola più forte: si sta alzando il mare.

Jean ed Helene si sono chiusi in cabina. Hanno paura e l’emozione li spinge uno fra le braccia dell’altra. Fanno l’amore.

La luce lunare entra dall’oblò, a tratti cancellata da qualche nuvola scura che corre in cielo spinta dal vento. Helene si alza e va a guardare il cielo, poi chiede a Jean se crede che sia stato quel Giò Benelli ad ammazzare tutti.

-  Può darsi. E’ difficile ricostruire dove fossimo, noi lui e tutti omicidio dopo omicidio.-

-  O è lui o è Orloff. Direi che le due donne sono escluse, no?-

Jean è pensoso: chissà, forse c’è un’altra soluzione.

Qualcuno bussa leggero alla porta della cabina di Helga che impugna le forbici che sono la sua unica arma. La donna si avvicina all’uscio chiuso, davanti a cui ha ammonticchiato tutto quello che ha in cabina, dai giubbotti salvagente fino al proprio bagaglio.

-  Chi è? – chiede Helga con voce tremante.

-  Sono Orloff. Mi apra signora, è importante. –

-  No. se deve dirmi qualcosa, me la dica da dove sta.-

- Mi apra, la prego. Eva vuole che io la ammazzi e prenda le sue razioni. Le ho detto di sì perché quella donna è matta e ha messo dei nuovi proiettili nella sua pistola. -

Helga è indecisa. La solitudine le pesa ma la paura di essere uccisa è grande. Decide di rischiare e sposta la roba che ostruisce la porta. Prima di far scorrere il chiavistello detta le sue condizioni:

-  Ora apro: lei metta le mani aperte bene avanti, che le veda.- Nessuna risposta.- Ha capito? – Silenzio.

Temendo il peggio, Helga socchiude l’uscio a colpire con le forbici in pugno.

Yuri Orloff le scivola addosso, gli occhi velati dalla morte, la gola recisa che zampilla sangue dalla iugulare. Helga urla, poi ha un conato di vomito e richiude l’uscio appoggiandosi contro.

Eva Schneider con la pistola in pugno si precipita verso Orloff, si china su di lui ma non c’è più nulla da fare. L’uscio della cabina si spalanca e Helga colpisce Eva a colpi di forbici, isterica, fuori di sé. La colpisce dieci, quindi volte, finchè Eva giace a terra sfigurata e in un lago di sangue.

Ci vuole la forza di Jean e di Benelli per disarmare Helga e fermarla. Eva e Orloff sono morti.

Helene guarda i due uomini dal fondo del corridoio: Jean è stato sempre con lei, quindi l’assassino dev’essere Giò Benelli.

- Jean! E’ lui l’assassino! E’ lui!! – e si scaglia contro Benelli che la ferma con un manrovescio. Jean impugna le forbici di Helga, abbandonando la donna che, ancora in preda alla follìa, fugge urlando lungo il corridoio.

Giò Benelli tira fuori la pistola che fu di Formis e la spiana contro Helene e Jean:

-  Io non ho ucciso nessuno e ho fatto incetta di tutte le pistole che ho visto in giro per impedire che qualcuno fosse tentato di sparare a qualcun altro. Pensavo che uccidere uno a coltellate fosse più difficile ma mi sbagliavo. E adesso, lì dentro e alla svelta!

Jean ed Helene devono obbedire: entrano nella cabina di Helga e Giò la chiude a chiave da fuori.

I due giovani restano a fissarsi ansimando, scossi dalla paura che hanno avuto di dover morire.

- Perché non ci ha ammazzato? – balbetta Helene. Jean tenta di forzare l’uscio: moriranno lo stesso se quel bastardo è andato a rubarsi le loro razioni!

E così è. Quando Jean e Helene riescono a forzare l’uscio della cabina di Helga e a tornare nella loro cabina scoprono che le loro razioni sono scomparse.

La partita con Giò Benelli adesso è davvero mortale. I due sono stremati dalle emozioni e si addormentano abbracciati.

E’ l’alba e lo yacht rolla forte sotto la spinta del vento e delle onde. Helene si sveglia perché il rollio la scaraventa a pagliolo. Jean non c’è. La porta della cabina è aperta e sbatte ad ogni colpo del mare.

Helene si alza e va a frugare nel fondo di un gavone. Prende un grosso coltello da cucina che aveva nascosto lì, lo impugna e si affaccia in corridoio.

Non c’è nessuno. Lo yacht è pieno di rumori dovuti al beccheggio sempre più forte.

Helene esce in coperta: il cielo è nero e ogni tanto un lampo guizza fra le nuvole.

Il vento è forte e lo yacht corre sulle onde.

Un’onda più alta delle altre investe la fiancata dello yacht ed Helene è sbattuta con violenza contro la battagliola, ma questo movimento le salva la vita perché con un colpo tremendo l’asta di un mezzo marinaio si spezza a pochi centimetri dalla sua testa.

Helga, con la schiuma alla bocca e gli occhi stralunati si appresta a vibrare un secondo colpo ma una nuova ondata le fa perdere l’equilibrio. Helga non cerca di aggrapparsi a qualcosa, entrambe le mani serrate intorno al bastone, finisce in mare.

Janine si aggrappa ansimando e vede il corpo di Helga sparire fra la schiuma delle onde.

Si affloscia per riprender fiato.

Ormai lo yacht è una nave fantasma. Non si vede nessuno. Poi un’ombra si staglia per un attimo dietro i vetri della plancia di comando.

Helene si nasconde, poi striscia da quella parte cercando di mantenersi contro le murate.

Arriva a sbirciare in plancia: seduto con la schiena contro la paratia, la pistola in grembo e i piedi sulla ruota del timone cercando di tenerla ferma, Giò Benelli sgranocchia gallette. Tutte le razioni di emergenza giacciono ammucchiate da un lato. Giò guarda il mare. Helene si ritrae. Ha le labbra secche, ha fame e non sa che fare. Jean non si vede. Potrebbe essere già morto.

La donna cerca di agganciare col coltello la retina che racchiude una delle razioni, ma Giò si alza e la donna striscia oltre il vano dell’entrata restando immobile, fuori vista. Dopo un tempo che ad Helene sembra lunghissimo, la donna si riaffaccia per riprendere la sua pesca e comincia a tremare: il corpo di Giò Benelli giace riverso, la testa quasi staccata dal corpo, e il sangue ha già coperto quasi tutto il pavimento!

Helene si alza, coltello in pugno, e si china sul cadavere di Giò sporcandosi di sangue.

Una mano le blocca il polso e glielo torce.

Helene lascia cadere il coltello con un gemito. Jean la sovrasta guardandola con occhi di fuoco: come ha potuto fidarsi di lei sapendo che era una lurida bugiarda e che era salita a bordo con la frode?

Era d’accordo con quel bastardo di suo zio, vero? Però poi gli ha tagliato la gola per ereditare tutto? ma perché gli altri? Perché ammazzare tutta quella gente???

Jean si china a raccogliere il coltello di Helene e la donna ha un guizzo, scivola sul sangue di Giò Benelli e arriva a prendere la sua pistola. La punta contro Jean e spara tre colpi.

Jean lancia un urlo disumano e si avventa contro la donna imbrattata di sangue: Cade su di lui con la lama del coltello in avanti e il peso del proprio corpo la spinge in quello della donna che grida, cerca di dibattersi e poi resta immota, gli occhi sbarrati.

I corpi dei due, l’uno sull’altro, seguono il rollare dello yacht in una tragica caricatura di un atto sessuale.

La yacht balla fra le onde.

Sulla barca ci sono soli lo sbattere degli usci e il suono di oggetti che rotolano ora a destra ora a sinistra, seguendo le onde.

Il cadavere di Giò Benelli è scivolato sul suo stesso sangue contro la base della plancia degli strumenti. Ma da sotto la plancia qualcosa si muove: quella che sembrava una paratia fissa si rivela per una botola. Qualcuno spinge per scostare il cadavere di Benelli. Una mano vecchia, ossuta, artiglia la botola, poi emerge Prescott: impugna un coltello sporco di sangue. Il vecchio si mette in piedi a fatica e guarda Jean ed Helene: sputa per disprezzo.

- Gioventù di merda… - brontola con sarcasmo - … e vecchi di merda… - si volta per guardare il mare su cui un raggio di sole trae riflessi bellissimi.

- No. Solo vecchi di merda e giovani niente male…- gli sussurra la voce di Jean da dietro la nuca.

Prescott si volta: davanti a lui Jean con la pistola in pugno lo guarda con disgusto.

Anche Helene si sta alzando, rabbrividendo per tutto il sangue di cui è coperta.

Il vecchio Prescott ride. Sembra davvero lieto che i due siano vivi.

-  Quando avete capito? – chiede.

Jean scuote la testa: era difficile credere che avesse organizzato un simile spettacolo senza poterselo godere. Diffici1e credere che l’equipaggio, se lui fosse morto davvero, avrebbe continuato quell’orribile gioco. Così avevano combinato, lui e Helene, se fossero rimasti gli ultimi vivi sulla nave di inscenare la loro morte. Però non si fidavano l’uno dell’altra e lui la certezza l’ha avuta solo guardando il coltello di Helene dopo che Giò era stato quasi decapitato: la lama era ancora pulita.

-  Butta il coltello zio e chiama l’equipaggio. Avrai un radiotelefono per farlo,

Prescott butta il coltello e va a sedersi davanti la plancia. Guarda Helene con tristezza:

- Tu non eri della partita. Tu non c’entravi niente con questa feccia di cui avevo deciso di pulire la Terra. Ma ormai sei qui e probabilmente morirai anche tu, perché non ho nessun segnale da fare, non c’è nessun equipaggio che aspetta niente. Credevo che qualcuno di quei bastardi avrebbe fatto fuori tutti e magari si sarebbe salvato, così l’ultimo messaggio partito da questo yacht è stato un disperato SOS in cui dicevo che un pazzo assassino stava uccidendo tutti. Se un bastardo ce l’avesse fatta si sarebbe trovato la sedia elettrica pronta. Io ho un cancro qui dentro – e si tocca la testa – e creperei presto comunque. Meglio subito, vi pare? – e con un colpo netto si taglia la gola. Il sangue arterioso schizza fuori con forza, ma gli schizzi si fanno subito deboli mentre il cuore del vecchio si ferma.

Due settimane dopo la yacht viene avvistato da un cargo e abbordato: sopra solo cadaveri in decomposizione e sangue secco. Anche il cadavere di Prescott in plancia insieme a quello di Giò Benelli.

E un diario: scritto da Jean Remy in cui si dice che Helene è stata sbalzata in mare dalla tempesta e che lui ha deciso di farla finita.

Lo yacht viene rimorchiato verso il più vicino porto e nessuno si accorge di due figure, un uomo e una donna, vestite da sub, che quando le due navi sono in vista della riva, si staccano dal timone del Revenge per raggiungere la spiaggia a nuoto.

 

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