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Iperbole cosmica(infinita)
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n. 220 - URANIA       "IPERBOLE INFINITA"

di Julian Berry

(1° edizione 03 Gennaio 1960)
Titolo originale: Iperbole Cosmica


"Arek, esponente di una misteriosa razza superiore che ha quasi raggiunto la perfezione, e che si trova a un passo, un solo piccolo passo, dal diventare essenza pura, viene incaricato di una importante missione da svolgere sulla Terra. Ma prima deve conoscere gli uomini, sapere da dove sono venuti, come sono arrivati a formare la loro civiltà e ad evolverla sino al punto da mirare alle stelle. E dovrà essere lui, Arek, a decidere se così come sono adesso, gli uomini possono venir considerati pronti al grande balzo che permetterà loro di espandersi per l'universo. Attraverso la mente di Arek, in questo romanzo di un nuovo e promettente autore,
vedremo il piccolo O-Baa, bianca scimmietta inerme di fronte ai pericoli della vita primitiva, lottare per difendere la sua vita e quella della compagna che si è scelto, arrivando a formulare il primo importante concetto dell'Homo Sapiens: il concetto della società. Assisteremo alla fine della favolosa
Atlantide, sapremo perché fallì in tempi lontanissimi da noi il primo tentativo fatto dall'uomo per raggiungere la Luna, e faremo la conoscenza con Henry, lo strano e curioso studente dei giorni nostri, il quale alla fine scopre improvvisamente di essere l'autore dì un libro che lui non ha mai scritto."

IPERBOLE COSMICA (già Iperbole Infinita)

 

I.

Arek scivolò lungo la scanalatura del gigantesco telescopio. Il grande occhio magnetico puntato contro l'infinito captava senza posa le perturbazioni stellari di lontanissime nebulose.
Nel buio freddo dell'Osservatorio, Arek rabbrividì. Fin dalla nascita, egli sapeva come avrebbe dovuto essere l'Universo. Poi era cominciato il "flagello".
La voce della Gran Madre gli risuonò irritata nel cervello. Da troppo tempo Arek si isolava per pensare, prima di fare il regolare rapporto. E adesso la Gran Madre voleva che lui le si accostasse.
Arek non era mai stato vicino alla Gran Madre, eppure ne conosceva perfettamente l'enorme mole oblunga, giù nella grande caverna. Tutti i Trug nascevano sapendo le cose che dovevano sapere. E il concetto primo era la forma e l'infallibilità della Gran Madre.
Arek scivolò lungo il condotto circolare che dall'Osservatorio portava nella Città. Continuava a sentir risuonare nella mente l'appello imperioso. Il suo corpo ovale aderì perfettamente alla superficie liscia e magnetizzata di un condotto, e si lasciò portare, cercando di radunare i pensieri.
Che ci fosse luce o buio, era per Arek completamente indifferente, per il semplice fatto che lui poteva appena vagamente ricordare il concetto di queste parole. Anche i suoni erano solo vaghi ricordi atavici... Forse, chissà, molti millenni addietro i Trug erano forniti di organi atti a distinguere e a ricevere tali sensazioni. Forse nella Gran Madre riposava il ricordo di quei lontani tempi.
Il condotto era pressoché deserto. Pochi, i pensieri di altri Trug apparivano e si affievolivano subito nella mente di Arek. Per coloro che si trovavano a passargli accanto, il chiaro appello che suonava nel cervello del Trug era ordine perentorio di precedenza.
Così Arek doveva soltanto lasciarsi andare. Tra poco avrebbe sentito contro la sua la pelle della Gran Madre!
Il contatto avvenne, dolce ma deciso. La mente di Arek venne annullata, come se una spugna bagnata gli avesse cancellato ogni ricordo, ogni volere. Poi affluirono i concetti della Gran Madre.

II.

Il ramo biforcuto era spazioso e cedevole. O-Baa si sistemò meglio. Tra le grandi foglie della cima, ondeggiante nel vento della notte, brillavano i punti luminosi del cielo.
La grande foresta era piena delle voci dei terribili animali in caccia. Il rauco grido di
Grro, il leone, si alzò poco lontano dall'albero. O-Baa rabbrividì. Guardò in giù. La poderosa mole di O-Paa, il capofamiglia, accosciato sulla grande piattaforma dei primi rami, lo rassicurò un poco. Accovacciate accanto al fortissimo O-Paa stavano le sue femmine: la vecchia O-Maa, la bella O-Lii, e la piccola O-Ree.
O-Baa si fece scorrere le mani sulle braccia e sul torace. I. suoi muscoli erano ben poca cosa in confronto a quelli di O-Paa. E la piccola O-Ree apparteneva a lui.
O-Baa conosceva la Legge. Il maschio più forte della famiglia aveva per sé tutte le femmine. Per prendergliele bisognava ucciderlo. Ma da tanti anni O-Paa era il più forte. Da sempre, per quel che lui riusciva a ricordare.
Il lungo barrito di Muu, l'elefante, fece di nuovo fremere O-Baa. Avrebbe voluto scendere sotto, accoccolarsi come una volta tra le braccia della vecchia O-Maa, ma ormai non poteva più farlo: O-Paa l'avrebbe ucciso.
Muu urlò più forte, e tutti gli altri rumori tacquero. No, non tutti. L'orecchio acutissimo di O-Baa percepì un lieve annaspare sulla parte più bassa del tronco. Guardò giù, raggomitolandosi tutto sul suo ramo. Adesso il rumore era cessato, e O-Paa sembrava non essersi accorto di nulla. Ma stavolta la calma di O-Paa non rassicurò più il piccolo. Si era accorto, negli ultimi giorni, di riuscire ad ascoltare rumori che sfuggivano alle orecchie del capo famiglia. La bella O-Lii si mosse leggermente.
Intanto, dal cielo, la pallida U-Ua gettò sulle cose il suo sguardo cinereo. O-Baa si protese di più sul suo ramo. Il buio sotto continuava a rimanere impenetrabile, eppure O-Baa comprese. Istintivamente si ritrasse su un ramo più alto, poi la curiosità vinse la paura, e si lasciò di nuovo scivolare sulla biforcazione.
Adesso la sagoma scura di O-Gaa era visibile tra i rami.
O-Gaa aveva lasciato la famiglia quando le piante stordivano col profumo dei loro fiori. Era fuggito dopo che O-Paa l'aveva sorpreso troppo vicino alla bella O-Lii. Quella notte, il piccolo O-Baa aveva cercato di capire. L'urlo del fiori, l'ansare degli animali, U-Ua alta nel cielo, gli avevano messo in corpo qualcosa che gli formicolava nelle vene e lo spingeva a strusciarsi contro la corteccia del suo ramo fino a farsi sanguinare la pelle. Quella notte lui sentì che avrebbe voluto aver vicino la piccola O-Ree.
O-Gaa era fuggito. Tutti fuggivano di fronte al poderoso O-Paa. Ma adesso era tornato. Era tornato sapendo che il suo gesto significava la morte di uno dei due. Il vincitore avrebbe avuto le femmine.
O-Baa arrotò i denti. Quando avrebbe avuto la forza per prendere O-Ree? Lui era nato, insieme alla piccola, dalla bella O-Lii, nata a sua volta da O-Maa, e O-Paa aveva difeso i suoi piccoli contro i mortali pericoli della foresta. Li aveva difesi, pur sapendo vagamente che un giorno avrebbe dovuto lottare contro di essi per il possesso delle sue femmine. Ma questa era la Legge, e O-Paa lo sapeva. Lui aveva ucciso il padre in una notte in cui tutta la Natura sembrava essersi scatenata per rendere più grande la sua lotta. Per ore e ore si era rotolato con lui in una stretta mortale, e infine lui solo si era rialzato e aveva avuto O-Maa. Ma erano passati molti anni, molte volte le piante si erano coperte di fiori, molte volte aveva atteso il daino steso sul ramo basso di un albero, accanto a una sorgente. Com'era veloce il daino! Ma O-Paa sembrava volare, e lo raggiungeva sempre. Da qualche giorno però, le bestiole sembravano avere aumentato la loro agilità. Al tramonto, O-Paa non aveva raggiunto la preda, e adesso il giovane O-Gaa stava salendo verso di lui.
Quando O-Paa si accorse del nuovo venuto, era ormai troppo tardi. Il braccio peloso e duro di O-Gaa si chiuse intorno al suo collo. Il capo famiglia radunò le sue forze e il suo orgoglio. Una mano pesante come una clava calò sul viso di O-Gaa. Il giovane urlò ma non allentò la presa. Un dito di O-Paa gli penetrò, spietato, in un occhio, e cominciò a girare. O-Gaa urlò in un modo orribile. La foresta tacque come per il grido di Muu. Il piccolo O-Baa seguiva la lotta, ansando come se lui stesso vi partecipasse.
O-Gaa, nel tentativo di sottrarsi al dito crudele, perdette l'equilibrio e cadde, trascinandosi dietro, tra un rovinio di rami, il vecchio O-Paa.
Per qualche attimo, Il piccolo O-Baa sperò che fossero morti entrambi: cosi le femmine sarebbero state tutte sue! Ma presto il rauco grido di vittoria di O-Gaa risuonò nel buio.
Il vecchio, poderoso O-Paa, era morto. Il grande, valoroso O-Gaa, l'aveva ucciso! Questo era il senso del grido, alle orecchie del piccolo O-Baa. Ben presto sentì nuovamente annaspare sul fondo del tronco, ma senza precauzione, stavolta.
Il piccolo guardò la bionda O-Ree, che tremante di paura stava addossata al tronco, mentre la bella O-Lii si stirava come una pantera in attesa.
O-Baa prese la decisione più importante della sua vita. Con un balzo fu sulla piattaforma di sotto, afferrò O-Ree per i fianchi e cominciò ad arrampicarsi veloce verso l'alto. O-Lii non li degnò di uno sguardo: eppure questo era contro la Legge!
O-Baa era appena scomparso con la sua bionda preda, che apparve sulla piattaforma la faccia sfigurata e sanguinante di O-Gaa. Il giovane si issò sui rami e rimase per un momento eretto davanti a O-Lii. Poi si percosse il largo petto con un pugno:
- O-Gaa, forte! O-Gaa, capo! — articolò con fatica, e sollevata la bella O-Lii per i capelli, la strinse fra le braccia.
Cosi O-Baa poté salvarsi. Dai rami superiori dell'albero si lasciò scivolare su quelli di un altro, e poi di un altro ancora, allontanandosi nella notte.
Quando O-Gaa, ruotando intorno il suo unico occhio, si accorse della scomparsa di O-Ree, con un unico salto raggiunse la biforcazione su cui O-Baa passava la notte e, non trovando nessuno, cominciò a percuotersi il petto con un sordo rumore. Si lasciò cadere di sotto e prese a scuotere la bella O-Lii, che a gesti gli spiegò l'accaduto.
O-Gaa grugni di rabbia.
- O-Baa, morte! — sillabò.
La vecchia O-Maa si alzò in piedi e venne verso O-Gaa. Forse voleva tentare di dissuadere il giovane dalla sua minaccia, ma non poté neppure articolare un suono, perché O-Gaa, con uno spintone, la scaraventò giù dall'albero. O-Lii non si mosse. Anche questa era la Legge: O-Gaa era il capofamiglia.

 

III.

Il biancore dell'alba sorprese O-Baa e O-Ree, tremanti, stretti l'uno all'altro, accovacciati su un albero sconosciuto.
Man mano che il sole avanzava nel cielo, O-Baa si andava rendendo conto di avere ben poche di speranze di salvezza . La foresta era grande, ma O-Gaa lo avrebbe certamente ritrovato. E lui non aveva nessuna possibilità di farcela, contro il vincitore di O-Paa! Fece passare una mano sui lunghi capelli di O-Ree e scopri i denti bianchissimi in un sorriso. O-Ree allungò una mano a toccargli i denti, e lui la morsicò, piano, con dolcezza, facendone uscire appena una goccia di sangue che poi succhiò avidamente. Aveva visto O-Paa fare cosi una notte con la bella O-Lii. Il ricordo della donna gli riportò subito alla mente O-Gaa che, certamente, stava già saltando di albero in albero alla loro ricerca.
Camminare sul terreno era estremamente pericoloso e molto più lento, ma O-Gaa non li avrebbe cercati laggiù, almeno non per diversi giorni. O-Ree aveva paura, ma O-Baa la convinse.
Il terreno era soffice, elastico, putrescente. Una luce verdastra illuminava la pelle dei due giovani. Il maschio camminava avanti e la femmina gli teneva dietro guardandosi intorno con paura. Da un momento all'altro la morte poteva piombare su di loro in mille forme. Grro il leone, Muu l'elefante, Soo l'orso bruno, Zee la pantera, Sii il serpente. La paura non aveva nome, ogni fruscio faceva fremere O-Baa. Tuttavia il maschio cercava di mostrarsi sicuro: O-Ree doveva avere fiducia in lui.
Blaa, la scimmia, lanciò contro i due una grossa pigna e poi fuggi tra gli alberi. O-Baa accolse il proiettile e lo soppesò, pensieroso.
La marcia continuò per diverse ore. Un gorgogliare di acqua corrente li arrestò. Il giovane costrinse O-Ree ad accovacciarsi tra le grosse radici di un albero, poi, guardingo, cominciò a strisciare verso l'acqua che scorreva poco lontano. O-Baa ricordava che il vecchio O-Paa si muoveva sempre con grande cautela, ogni volta che si avvicinava all'acqua corrente. Tutti gli animali devono bere, e i più forti aspettano al varco i più deboli.
Scostando gli ultimi rami del sottobosco, O-Baa si affacciò sulla riva del placido torrentello. Gli alberi intrecciavano i loro rami da una sponda all'altra, formando un verde soffitto, brillante per la luce del sole ormai alto. O-Baa scrutò attentamente le due rive, e i grossi sassi che affioravano qua e là rompendo la molle corrente delle acque. Tutto il posto parlava di pace. Il grido acuto, lacerante, di O-Ree giunse inaspettato alle orecchie del giovane. Serrando istintivamente la mano contro la pigna, balzò in piedi e corse verso la ragazza.
Un grosso rettile giallastro a chiazze nere stava avvolgendo la povera O-Ree tra le sue spire. Sii, il serpente, si avvinghiava lentamente intorno alla preda, ben sicuro della sua enorme forza. La testa, vagamente triangolare, ondeggiava nella danza di morte.
O-Ree ormai non gridava più: gli occhi sbarrati, i muscoli irrigiditi, pareva non vedere e non sentire.
Sii continuò ad avvolgersi. Forse vide il piccolo O-Baa. Ma cosa poteva temere da quella scimmietta bianca?.
Fu allora che O-Baa, pazzo di rabbia, di dolore, di paura, si buttò sul serpente colpendolo con la pesante pigna.
Sii abbandonò subito l'inerte O-Ree e si avvinghiò alle gambe della scimmietta bianca che era riuscita a fargli male. O-Baa comprese che per lui ormai non c'era scampo, ma invece di abbandonarsi al terrore, sentì una forza nuova corrergli su per le arterie. Con una mano afferrò la testa di Sii, che aveva ripreso la sua danza, e con l'altra afferrò la dura pigna e colpì, colpì, colpì finché lo sforzo lo sopraffece. La foresta cominciò a danzargli davanti agli occhi e la notte calò su di lui, ma O-Baa continuava. a colpire. Gli pareva di non potersi più fermare, gli pareva che se avesse smesso Sii lo avrebbe stritolato.
Quando tornò in sé, sentì l'acqua fresca scendergli in gola attraverso la chiostra serrata dei denti. Apri gli occhi. Le azzurre iridi di O-Ree, i capelli biondi come il sole di O-Ree riempivano il cielo. Dalla bocca di O-Ree entrava, a forza, acqua nella sua. Le labbra della ragazza premevano sulle sue nello sforzo di farlo bere. La mano di O-Baa accarezzò le spalle esili di O-Ree, poi il ricordo di Sii tornò nella sua mente, e lui balzò in piedi terrorizzato, buttando da un lato la piccola, bionda O-Ree. Fece alcuni passi. Dietro un cespuglio giaceva, inerte, il lungo possente corpo di Sii. O-Baa fece un salto indietro, ma poi capì che Sii era morto. Si avvicinò al serpente e lo osservò. Sii aveva il capo ridotto a un'informe poltiglia in cui si mescolavano anche scaglie di pigna. Un po' più in là c'era la pigna semidistrutta. O-Baa toccò Sii. Dapprima con rispetto e poi sempre più allegro, lanciando piccole grida soddisfatte. Con uno sforzo, sollevò il lungo Sii e lanciò un altro urlo:
- O-Baa forte! O-Baa capo! O-Baa ucciso Sii!
O-Ree si avvicinò al giovane e gli si strinse contro, dolcemente. Lui l'aveva salvata dalla morte: adesso lei gli apparteneva anche per la Legge.
O-Baa comprese. Ebbro di gioia, afferrò O-Ree per le spalle e la buttò per terra. Poi si chinò su di lei e si avvolse il viso dei suoi capelli. O-Ree si allacciò a lui. La foresta ricominciò a girare davanti a O-Baa. Quella non era la stagione dei fiori, eppure O-Baa ne udiva lo stordente profumo. Le sue braccia stringevano O-Ree sempre più forte, senza che lui lo volesse. Il sangue gli gonfiava le arterie. I suoi muscoli gli sembravano fortissimi. Nessuno in quel momento avrebbe potuto vincerlo.

La luce si andava ritirando dalle cime degli alberi. La fame colse i due giovani ancora stesi sulla sponda del torrente. O-Paa cacciava spesso il daino anche di notte, ma O-Paa conosceva molte astuzie. Però anche O-Baa conosceva qualcosa. Il giovane entrò nell'acqua fino alle ginocchia e si chinò per raccogliere un grosso sasso. Lo guardò un poco, lo soppesò e lo lanciò con forza. Il sasso compì una lunga traiettoria e cadde nel torrente sollevando un alto spruzzo.
O-Baa scoppiò a ridere e ne lanciò un altro, e un altro ancora. Anche O-Ree volle provare, ma i suoi tiri erano assai più incerti e più corti. Il giovane gonfiò i muscoli e indicò alla ragazza un grosso tronco che sorgeva sulla sponda opposta del torrente. Bilanciò a lungo un pesante sasso e lo scagliò con forza. Il proiettile colpì il tronco, asportando un grosso pezzo di corteccia. L'urlo di vittoria di O-Baa risuonò a lungo sotto la volta, ormai quasi buia, della fitta foresta.
Strani fruscii notturni stavano nascendo intorno ai due giovani. O-Baa, però, si sentiva assai più tranquillo. Aveva ucciso Sii, e il massiccio sasso che teneva in mano gli dava uno straordinario senso di potenza: poteva colpire a distanza!
Poteva forse dare la morte con un solo gesto del braccio! O-Ree gli si avvicinò tremando. Il contatto col corpo caldo del giovane le diede fiducia. O-Baa se ne accorse e ne gioì. Ormai era diventato un uomo. I grandi occhi della ragazza adesso chiedevano che lui facesse il suo dovere. E il suo dovere era quello di trovare cibo. O-Baa guardò il sasso che teneva in mano e sorrise tra sé.
I due giovani camminarono per un'ora lungo il greto del torrente, ormai immerso nell'oscurità della notte. Di tanto in tanto, O-Baa fiutava rumorosamente l'aria. Così faceva O-Paa per scoprire la pista della selvaggina e l'aspro odore delle belve. Alla fine il giovane si fermò, e O-Ree si addossò a lui. L'aria era impregnata dal caratteristico odore di selvatico. O-Baa costrinse a terra la propria compagna e continuò ad avanzare guardingo. Dopo pochi metri si fermò. Indovinò il sentiero, più che vederlo. Bee, il daino, non avrebbe dovuto tardare. O-Baa sapeva che sarebbe venuto a bere, passando per il consueto sentiero.
Il tempo trascorreva lento. Grro il leone ruggiva, ora vicino, ora lontano. Anche il leone era in caccia. Quante volte O-Baa aveva invidiato la sua forza e i suoi artigli! Adesso però si ricordò di Sii: neppure Grro avrebbe potuto far meglio! Un leggero fruscio attrasse la sua attenzione: Bee si stava avvicinando.
Il giovane si raccolse pronto allo scatto, poi si distese e soppesò il sasso. Bee era veloce e lui sapeva che non l'avrebbe mai raggiunto. Vagamente aveva pensato al sasso fin da principio. Per questo se l'era portato appresso.
Bee apparve trotterellando sulla pista. L'oscurità, umida, pesante, silenziosa, aveva qualcosa di teso. Bee si fermò titubante, pronto a una fuga velocissima. Anche O-Baa tendeva le orecchie a quello strano silenzio. Grro non ruggiva più... Forse stava acquattato in un cespuglio poco lontano e teneva i suoi grossi occhi di fuoco fissi su Bee...
Il daino, immobile come una statua, fiutava l'aria. Il dolce effluvio dell'acqua fresca del torrente gli arrivava a solleticare le nari, secche per la lunga corsa. La tentazione era forte, per Bee, ma non irresistibile. Bee era molto sospettoso e prudente. O-Baa sapeva tutto questo e non attese più. Intuiva, sentiva il punto esatto in cui il daino doveva essersi fermato: l'oscurità era troppo fitta per distinguerlo con certezza. Ma il sasso di O-Baa si abbatté pesante, terribile, inaspettato sulla testa del povero Bee. Il daino crollò al suolo senza un lamento. Morto. O-Baa stesso si spaventò. Non osò muoversi subito.
Un tonfo sordo lo riscosse dal suo strano stupore. La pallida U-Ua si infilò nel groviglio dei rami e inargentò la scena. La possente figura di un uomo sconosciuto era china su Bee, immobile, terrorizzata forse da quel misterioso sasso piovuto nel buio sul cranio dell'animale.
O-Baa raccolse un'altra pesante pietra: non si sarebbe certo lasciato portar via la preda senza combattere!
Il lieve tocco di O-Ree lo fece sussultare. Costrinse di nuovo la femmina a terra, e prese a bilanciare il sasso. La perdita di questi pochi attimi, non solo salvò la vita di O-Baa, ma accorciò, forse per diversi millenni, il periodo ferino dell'Uomo.
Lo sconosciuto stava per caricarsi Bee sulle larghe spalle, quando il sordo, agghiacciante brontolio di Grro si fece sentire a pochi passi da lui. Il brontolio si spense subito, ma l'uomo sembrava essere diventato di sasso. In preda alla più completa paura, i suoi muscoli non gli avrebbero più obbedito, anche se il suo primordiale cervello avesse saputo ancora formulare dei comandi.
E Grro, sicuro del fatto suo, uscì maestosamente alla luce di U-Ua. Lanciò un sonoro, breve ruggito, volgendo intorno la testa regale, come a chiedere se qualcuno osasse avanzare qualche diritto sulla preda che si accingeva a divorare.
O-Ree sussultava dalla paura, mordendosi le palme delle mani. O-Baa sentiva i suoi muscoli irrigidirsi dal terrore. Eppure Bee era suo: lo aveva ucciso lui. Nessuno avrebbe dovuto prenderglielo: questa era la Legge. Ma né Grro, né l'uomo sconosciuto, avevano capito che era stata la sua mano a uccidere. Grro si avvicinò all'uomo e al daino a passi lenti. Girò loro attorno, sferzandosi i fianchi con la coda. O-Baa senti uno strano furore crescergli dentro: lui aveva ucciso, Bee gli apparteneva! La figura di quell'uomo, immobilizzato dal terrore dinanzi a Grro, non fece che accrescere la sua rabbia. Quell'uomo doveva essere molto forte. Al suo confronto lui, O-Baa, doveva sembrare un cucciolo caduto da un albero.
O-Baa non aveva mai visto Grro. Aveva sentito la paura degli altri e il brivido sottile nelle notti in cui le sue urla si avvicinavano troppo all'albero su cui si accovacciava, tra le braccia di O-Maa. All'improvviso balzò fuori. Grro si fermò interdetto. Arricciò il labbro superiore, quasi in un sorriso di scherno e di sorpresa. O-Baa fece roteare il braccio.
- O-Baa forte! O-Baa ucciso Bee! O-Baa ucciso Sii! Bee è di O-Baa!
L'uomo, sempre col daino sulle spalle, si voltò verso O-Baa. La sorpresa dello sconosciuto ebbe il sopravvento sulla paura, perché lasciò scivolare il daino a terra, distogliendo il suo sguardo dal leone.
In effetti, l'acerba figura di O-Baa appariva ben minuscola in confronto a quella dell'uomo, e addirittura ridicola se paragonata a quella formidabile di Grro.
Il leone scosse la criniera, incredulo. Com'era possibile che un cucciolo di quelle scimmie bianche e spelacchiate osasse sfidarlo? Ma O-Baa non lo lasciò molto nelle sue supposizioni. Il pesante sasso si abbatté sul muso di Grro squarciandogli un occhio. L'urlo di dolore del leone fece tremare tutta la foresta. Soltanto Muu, l'elefante, talvolta resisteva a Grro. Neppure Soo, il formidabile orso bruno, amava discorrere col temibile Grro.
Un secondo, pesante sasso, calò sul muso del leone proprio mentre la belva stava per balzare su O-Baa. Un nuovo altissimo ruggito squarciò la foresta.
O-Ree, pallida, sorrise a O-Baa. L'aiuto della ragazza era stato provvidenziale. O-Baa aveva lanciato il primo sasso seguendo un impulso di rabbia, irrazionale. O-Ree aveva scagliato il secondo, solo perché la paura di perdere O-Baa era stata più forte di quella di finire tra le fauci di Grro. Ma, presi insieme, i due sassi erano qualcosa di più di una reazione dovuta alla paura: erano un nuovo modo di combattere. Il giovane si chinò e raccolse una terza pietra. Allora lo sconosciuto comprese e, ormai libero dal terrore di Grro, si chinò e raccolse a sua volta un sasso. O-Ree lo imitò. Adesso Grro era in completa balia dei tre: la gragnola ininterrotta di pesanti pietre lo costringeva a girare in tondo senza lasciargli il tempo di prendere una qualsiasi iniziativa. I suoi ruggiti sembravano non avere più effetto su quelle scimmie bianche che ora intravedeva attraverso il sangue che gli velava gli occhi. Confuso, coperto di lividi e di piaghe, con un occhio quasi accecato, Grro dopo un ultimo lamentoso ruggito si sottrasse con un balzo alla lapidazione, sparendo nel buio.
O-Baa lanciò il suo urlo di vittoria. L'uomo si avvicinò al giovane, che al ritrasse in atteggiamento di difesa, proteggendo col suo corpo O-Ree. Ma l'uomo scosse vigorosamente il capo. Si puntò un dito sul petto e sillabò:
- O-Too!
O-Baa, diffidente, ripeté il gesto dell'altro e disse il suo nome. O-Too puntò il dito verso il giovane.
- O-Baa piccolo ma grande! O-Too non volere sua femmina. O-Too capo, O-Too tante femmine, ma O-Baa più forte di O-Too, O-Baa vinto Grro.
Questo lungo discorso sembrò aver stancato lo sconosciuto. Aprì ancora la bocca per parlare, ma sembrò non trovare le parole. Si avvicinò a O-Baa e gli tese le mani a palma in su. Il giovane distese le sue su quelle dell'uomo, che grugnì di soddisfazione. Forse per la prima volta nella storia del mondo, due uomini si erano toccate le palme delle mani in segno di amicizia. O-Too indicò Bee e poi ancora O-Baa:
- Bee è di O-Baa. O-Baa ucciso Bee!
Il giovane si avvicinò al daino e lo sollevò con evidente sforzo, portandolo verso O-Too. Lo posò a terra e, coi denti, aprì la vena giugulare dell'animale. Il sangue ancora caldo della bestia prese a sgorgare. O-Baa Invitò O-Too ad accostare le labbra alla ferita. L'uomo ubbidì e bevve un lungo sorso, poi fu la volta di O-Baa e infine di O-Ree.
U-Ua si ritirò lentamente e il buio fitto tornò a regnare sul teatro di tanti avvenimenti.
O-Too si picchiò il petto con un pugno, brontolò, grugnì e poi, all'improvviso, si allontanò tra gli alberi.
I due giovani furono ancora soli. Soli: non si erano mai accorti di esserlo. Il maschio con la sua femmina, o con le sue femmine. Il maschio coi suoi piccoli, mai un maschio con un altro maschio.
Tirarono il corpo del daino sui primi rami di un albero e, nel silenzio della notte, consumarono il loro primo pasto da quando erano diventati una famiglia.

 

IV.

Vennero sorpresi dall'alba, strettamente abbracciati. O-Baa scese dall'albero. Cominciava a preferire spostarsi sul terreno col solo uso delle gambe, ai lunghi salti da un ramo all'altro degli alberi.
Tornò sulla sponda del torrente e cominciò ad esaminare i sassi che via via trovava. Durante la notte aveva ragionato sul suo combattimento con Sii e Grro, e aveva deciso di non lasciarsi mai più sorprendere senza sassi a portata di mano.
L'attenzione di O-Baa fu presto attratta da una pietra appuntita, stranamente assomigliante alla pigna con cui aveva ucciso Sii. Il giovane l'afferrò e si accorse che le sue dita aderivano perfettamente a una specie di manico che spuntava dal sasso, levigato nei secoli dalle acque.
O-Baa alzò il pugno armato e di nuovo si sentì invincibile. Dopo un'ora di cammino lungo il greto del torrente, i due giovani sbucarono sul bordo di una sterminata zona pianeggiante, quasi completamente sgombra di alberi. O-Baa, che serrava sempre nel pugno il sasso del torrente, si fermò interdetto. La pianura verdeggiante, priva di alberi e quindi di ripari, gli diede un senso di sgomento.
Lunghe erbe spuntavano a ciuffi radi e il torrente vi si perdeva. Vaghi luccichii qua e là, nel verde, rivelavano dovunque la presenza di acqua.
O-Ree chiuse le palpebre al sole che le batteva sfacciatamente sul viso, come mai nella foresta. La linea del bosco continuava da una parte fino all'orizzonte. O-Baa sentì la curiosità di seguirla. Non avrebbe mai osato addentrarsi nella pianura, ma nello stesso tempo quel verde a vista d'occhio esercitava su di lui uno strano fascino.
Il terreno cedevole, intriso d'acqua, conservava profondamente le loro orme. I rumori della foresta parevano disperdersi di fronte a quell'immenso vuoto. Sciacquii, gracidii, tonfi, li avevano sostituiti.
O-Ree si fermò. Perché continuare? Perché non rientrare nella foresta? Ma O-Baa la spinse rudemente. Non avrebbe saputo rispondere altrimenti.
Un lungo barrito sonoro si alzò nell'aria, seguito da un altro. O-Baa si arrestò: Muu, l'elefante! A volte si sentivano le sue grida dagli alberi della foresta; O-Paa raccontava di averlo visto un giorno immerso in uno stagno e indicava un grosso albero per dare un'idea della sua mole. Però Muu attaccava difficilmente, se non aizzato.
O-Baa rassicurò O-Ree con un basso grugnito e continuò ad avanzare. Sentiva dentro di sé un desiderio nuovo, quello di conoscere. Strinse il sasso appuntito e allungò il passo.
A cento metri da lui, gli apparve all'improvviso una grande placida pozza d'acqua. O-Baa non ne aveva mai vista tanta insieme. Alcuni elefanti vi si erano immersi e barrivano fiutando l'aria. I bestioni erano immensi. Lunghissime zanne, fortemente ricurve, uscivano ai lati delle massicce teste. Lunghi peli lisci ricoprivano i loro corpi. Proboscidi grosse come tronchi si arrotolavano e stendevano continuamente.
O-Ree, tremando, si addossò al suo maschio. O-Baa si sentì inerme davanti ai pachidermi. Anche il suo sasso era diventato una ben misera cosa. Il branco si sparpagliò sulle rive dello stagno. All'improvviso, un grosso maschio si fermò e annusò l'aria. I due giovani si sentirono morire. Muu, però, non si mosse nella loro direzione, trotterellò verso un grosso cespuglio. Alzò la proboscide e barrì. Stavolta l'urlo suonò terribile. Non era più un grido di soddisfazione: ira, paura e sfida vibravano insieme.
Il terreno rombò, quando il pachiderma partì al galoppo verso il cespuglio. Prima che Muu arrivasse a calpestarlo, un bolide giallo scattò contro di lui. L'animale piombò sul muso di Muu, trattenendosi con gli artigli.
O-Baa non aveva mai visto lo strano animale giallo. Gli ricordava un poco Zee, la pantera, ma era almeno quattro volte più grosso. Larghe strisce nere gli correvano sulla schiena. Dal muso uscivano molti denti larghi e ricurvi.
Muu barrì di dolore, mentre gli artigli della belva si piantavano sempre più profondamente nelle sue carni. Gli orribili denti a sciabola del felino aprirono una grande ferita nella testa di Muu, che cominciò a scuotere il capo, lanciando intorno grandi spruzzi di sangue. La belva gialla non mollò la presa, ma alla fine Muu riuscì ad afferrarla con la proboscide. Con la sua terribile forza, il pachiderma la staccò dalla propria carne, pur rimettendoci larghi brandelli sanguinanti che restarono appesi ai lunghi artigli dell'avversario.
Con un ultimo sforzo, Muu lanciò il nemico contro il suolo con inaudita violenza, poi in un baleno gli fu sopra con le pesanti zampe. Pazzo di dolore, Muu continuò a calpestarlo per diversi minuti, finché le forze non gli vennero meno e, con un ultimo barrito, soffocato da un rigurgito sangue, si abbatté sulla belva ormai ridotta a un'informe poltiglia.
Gli altri elefanti continuarono a giocare nell'acqua come se nulla fosse avvenuto.
O-Baa si allontanò pensieroso. Lui, con l'aiuto di O-Too e di O-Ree, aveva messo in fuga Grro. Senza di loro ci sarebbe mai riuscito. Muu era morto, ma se i suoi compagni fossero intervenuti, adesso il bestione sarebbe tornato a giocare nell'acqua in mezzo a loro. O-Baa scosse la testa. Non aveva mai pensato tanto. Volse lo sguardo in giro e abbracciò il grande, libero orizzonte: nemmeno i suoi occhi avevano mai spaziato su tanta terra con un solo sguardo.
Afferrò O-Ree per un braccio e tornò dentro la foresta.

Camminava da forse dieci minuti, quando una sagoma scura piombò a poca distanza da lui. O-Ree lanciò un urlo di terrore: O-Gaa Stava davanti la loro. L'uomo li fissò con il suo unico occhio e arricciò un labbro in segno di sfida. O-Baa alzò il suo sasso. Sapeva di non avere speranze contro O-Gaa, e non osava lanciare la pietra per paura di mancarlo.
O-Gaa cominciò ad avvicinarsi, con la sua andatura ciondolante. O-Lii fece capolino attraverso le foglie di un albero.
O-Baa lanciò la pietra che colpi l'uomo su una spalla, strappandogli un grido di dolore e di sorpresa. O-Gaa, guardò il giovane che gli aveva rubato una delle sue femmine e poi si osservò intorno, come per capire che cosa lo avesse colpito. Infine scosse il capo, si leccò la spalla contusa e sanguinante, e riprese ad avanzare. Per O-Baa non c'era alcuna possibilità di difesa.
Proprio nel momento in cui le mani enormi di O-Gaa stavano per calare sul giovane, un grosso sasso solcò l'aria, fischiando. L'uomo, colpito alla nuca, si abbatté come un tronco schiantato dal fulmine. O-Baa non si mosse. Lo stupore lo irrigidì.
Dal bosco emerse O-Too con le palme tese in avanti. Dietro di lui un gruppo di cinque femmine.
O-Baa capì. Se O-Too non fosse intervenuto, lui avrebbe fatto la stessa fine di Muu. Ma O-Too era intervenuto, come lui era intervenuto salvandolo da Grro.
Dall'albero scivolò al suolo la bella O-Lii e andò a stringersi contro il corpo muscoloso di O-Too: lui aveva ucciso il suo maschio, quindi quello era il suo nuovo padrone. Ma O-Too la spinse contro O-Baa. Il giovane sorrise. O-Lii rimase ferma accanto a lui: non capiva. O-Too fece un gesto verso il bosco, e allora O-Baa vide altri due grossi maschi della sua specie, seguiti dalle rispettive femmine. I due, diffidenti e pronti all'attacco, osservavano la scena. O-Too puntò il dito verso O-Baa.
- O-Baa — sillabò — O-Baa vinto Grro! O-Too salvato da O-Baa! O-Baa salvato da O-Too! — e stese le palme verso l'amico, che le toccò con le sue.
I due maschi avanzarono un poco. Non capivano, ma erano curiosi.
O-Too parlò di nuovo.
- O-Too ucciso O-Gaa! O-Gaa, nemico di O-Baa, O-Gaa nemico di O-Too! O-Too dà femmina di O-Gaa a O-Baa! — e spinse ancora di più O-Lii verso il giovane. O-Baa sorrise all'amico. Aveva accettato il dono. Il primo dono fatto da uomo a un altro uomo.
Gli altri due maschi, rassicurati, avanzarono ancora. O-Baa scorse allora che ognuno di essi portava in mano un grosso sasso. O-Too sorrise a O-Baa. Poi stese le palme verso i due maschi:
- O-Too non vuole le femmine di O-Pee! O-Too non vuole le femmine di O-Taa.
I due maschi sillabarono piano:
- O-Pee non vuole le femmine di O-Too! O-Pee non vuole le femmine di O-Baa!
- O-Taa non vuole le femmine di O-Too! O-Taa non vuole le femmine di O-Baa!
I quattro maschi, in mezzo alla radura, si sfiorarono le palme. O-Too parlò:
- I nemici di O-Baa sono nemici di O-Too! I nemici di O-Pee sono nemici di O-Too! I nemici di O-Taa sono nemici di O-Too!
La dichiarazione venne ripetuta da tutti. E O-Too parlò di nuovo:
- O-Baa scaglia pietra, O-Too scaglia pietra, O-Pee scaglia pietra, O-Taa scaglia pietra! O-Too paura di Grro, O-Baa paura di Grro, O-Pee paura di Grro, O-Taa paura di Grro! O-Too con O-Baa con O-Pee con O-Taa, non paura di Grro!
A quattro maschi raccolsero le rispettive pietre e si incamminarono con le loro femmine, a poca distanza gli uni dagli altri: era nata la società.
In breve, Il clan degli Scagliapietre divenne famoso nella foresta e nessuno poteva resistere loro. I figli dei primi quattro andarono a ingrossare il clan e, aiutati da tutti, uccisero i maschi isolati per appropriarsi delle loro femmine. Allora gli altri maschi si riunirono in un altro clan.
La Storia era cominciata.
I clan, ingrossandosi, elessero un capo e divennero tribù. Le tribù si moltiplicarono e la terra non bastava mai. Allora si stabilirono su una certa estensione e la difesero contro tutti: cosi nacquero gli Stati.
Poi gli Stati si ingrandirono e si combatterono, si fusero e si separarono, finché ne rimase uno solo, uno solo su tutto il pianeta.
Allora gli uomini conquistarono gli spazi e si impadronirono delle energie della materia. Questo unico Stato aveva la sua capitale in una grande isola, la più grande della Terra, un'isola chiamata di volta in volta Isola di Mu, Atlantide, Antartide, e con altri nomi ancora.

 

V.

La Gran Madre si ritrasse di qualche centimetro, e Arek tornò in sé. Gli pareva di aver vissuto millenni interi nel corpo di strani esseri dotati di sensi assai diversi da quelli della sua razza.
Li aveva seguiti dalle origini, su fino alla conquista degli spazi, ma non capiva assolutamente né dove questi esseri fossero vissuti o vivessero, né perché la Gran Madre avesse voluto raccontargli tutta quella storia.
Lui, Arek, doveva tornare all'Osservatorio. Il grande telescopio magnetico avrebbe potuto registrare il formarsi di altre catene di supernove e forse registrare un aumento del pericolo!
Il pensiero della Gran Madre suonò chiaro nel cervello del Trug.
- Arek, non ho finito. Ho solo voluto che ti riposassi. In questo momento altre milleduecento catene di supernove sono scoppiate nelle nebulose a venti miliardi di millenni luce, nella zona 1127/C.
Arek ebbe un fremito: venti miliardi di millenni-luce! Non erano mai state così vicine. E il fenomeno si spostava senza leggi apparenti, a una velocità assolutamente incalcolabile, se pure di velocità di trattava!
La Gran Madre continuò, senza emozione:
- So bene il pericolo che corriamo. Ma tranquillizzati, non è la prima volta. Con questo non voglio dire che arriveremo in tempo, solo che ci sono ottime possibilità di arrivarci.
- Arrivare dove? - chiese Arek, ma la Gran Madre ignorò la domanda e disse:
- Hai vissuto con gli esseri che ti ho mostrato... Che pensi di loro?
Arek si annebbiò, poi divenne quasi luminescente, alla fine concentrò il suo pensiero sugli esseri con due gambe e due braccia.- Gran Madre, hanno lottato per avere il loro mondo. Sono strani. Soprattutto non capisco quel loro affannarsi per potersi stringere con un loro simile. Sembra che questo sia il massimo scopo della loro vita... Tuttavia mi sono piaciuti.
- Bene - disse la Gran Madre nel cervello di Arek. - Anche a me erano piaciuti. In quanto a quel loro stringersi, che ti ha lasciato perplesso, ti dirò che sono degli animali bisessuati, ecco tutto.
All'improvviso il corpo della Gran Madre tornò a sfiorare dolcemente quello del Trug. Arek si senti di nuovo invaso da una sensazione di annullamento. Il suo cervello tornò limpido e le immagini ricominciarono ad apparire.

VI.

Tutto era pronto da diversi anni. I grandi radiotelescopi elettronici registravano, da un decennio, i segnali dei grandi satelliti artificiali. Ormai lo spazio non era più un mistero totale. Radiazioni, raggi X, raggi cosmici, ultravioletti, erano stati profondamente studiati dai satelliti telecomandati.
Luhna, alta nel cielo, a una distanza media di 187.000 chilometri, aspettava gli uomini. Ma gli uomini volevano essere sicuri.
L'alba sorse sul grande altopiano artificiale. Quasi volesse restituire la punta al vecchio monte, spianato per costruire l'astroporto, un gigantesco missile si ergeva là in cima brillando alle prime luci dei giorno.
Una squadra di uomini stava lavorando alacremente per togliere l'ultima incastellatura.
Era l'alba del I Periodo dell'anno 3258 di Anthin.
Dalla cima del missile si potevano scorgere, a nord, i luccichii dell'Oceano Atlantico, mentre a sinistra si evidenziava una linea scura: la lunga penisola di Gramh. A ovest, l'oscurità ancora non permetteva di scorgere le acque del Grande Oceano. A sud, il chiarore vivissimo di Sylva, la capitale, si rifletteva nel cielo. Sylva era anche la Città per antonomasia. In tutto il pianeta non esisteva nulla di simile. La sua popolazione superava i cento milioni di anime, i suoi palazzi gareggiavano con le nubi, a cinquecento metri di altezza. Sylva distava dall'astroporto, sorgente sul monte Ulmer, più di mille chilometri. Si affacciava sul Grande Oceano sdraiata sul fondo di un immenso golfo. Ad est, dove il cielo cominciava a tingersi di rosso, si estendeva la maggior parte del continente. La grande Isola degli Anthin, il centro della civiltà terrestre, l'evolutissima Atlantide.

Tagliata in mezzo dalla linea dell'equatore, fin dal tempi più antichi che si perdevano nella foschia della preistoria, era stata teatro dei maggiori eventi umani. Eventi che, uno scalino alla volta, stavano per condurre l'uomo nello spazio. Il resto del pianeta, quasi interamente coperto dalle acque e da giganteschi vulcani, era scarsamente popolato. Da 3258 anni, gli Atlantidi erano riuniti in una sola grande nazione sotto la dinastia degli Anthin.
Le grandi maree prodotte da Luhna, non erano molto sensibili sulle coste della grande isola.
Abolite le guerre interne, gli Atlantidi non avevano mai sentito il bisogno di combattere le tribù selvagge abitanti in altre parti del globo, e cosi il pianeta Terrah faceva placida mente il giro intorno a Shol nel corso di lunghi duecentotrentuno giorni e altrettante notti.
Shol aveva percorso appena un quarto del suo cammino nel cielo, quando i motori atomici del Luhnic, il missile del monte Ulmer, avviarono le loro reazioni. Cinquecento milioni di Atlantidi seguivano le varie fasi della partenza dai loro grandi televisori.
Anthinea LXII, imperatrice di Atlantide, seguiva da una delle casematte dell'astroporto lo scatenarsi delle forze atomiche nel ventre plumbeo del missile. Un grande elicottero a pale l'aveva trasportata ai tremilaottocento metri dei monte Ulmer nel cuore della notte.
Il tecnici e gli scienziati erano eccitati e scortesi. Per la prima volta nella storia del mondo, un oggetto terrestre stava per essere lanciato fuori della gravità del pianeta.
Sul missile non c'era nessuno: solo una quantità di perfezionatissimi apparecchi, che avrebbero comunicato agli uomini tutti i dati necessari per il primo vero viaggio interplanetario.
Il Luhnic si staccò dal suolo, scavando una profonda voragine nel cemento armato dell'astroporto. Nell'intero continente gli uomini trattennero il fiato. Tutti sapevano che la fase più delicata dell'operazione era il superamento dei primi mille chilometri.
In pochi minuti, il missile si mise in rotta. Il suo moto era continuamente accelerato fino a raggiungere la velocità di fuga, poi i motori si sarebbero fermati e il missile avrebbe proceduto per inerzia, rallentando, fino a venire poi agganciato dall'attrazione di Luhna. In spirali sempre più larghe, il Luhnic prese a girare intorno a Terrah. Avrebbe impiegato trentasei ore per raggiungere la velocità di fuga.
Per questo, un anziano imponente per statura e portamento, si avvicinò ad Anthinea LXII.
- Anthinea, quello che si poteva vedere, l'abbiamo visto. Ora non resta che incollarci
al radiotelescopi e ascoltare. Ti terremo informata, naturalmente, ma adesso ti conviene rientrare a Sylva.
Anthinea si scosse e sorrise un po' al vegliardo. L'imperatrice era forse anche più anziana del suo interlocutore, ma dai suoi occhi azzurri si sprigionava una luce fulgida di vivacità e intelligenza.
Aiutata dal pilota dell'elicottero, Anthinea si alzò.
- Hai ragione, Clitoh. E inoltre quest'aria cosi ricca di ossigeno non si confà più ai miei polmoni... - L'imperatrice mosse alcuni passi, poi si voltò verso il vecchio.

- Clitoh - disse - grazie!
Il vecchio arrossì come un bambino. Anthinea sorrise ancora.
- Grazie in nome dei popoli di Atlantide. Tu oggi li hai tolti dalla schiavitù di Terrah!
Lo scienziato arrossì ancora di più e chinò il capo, con reverenza.
- Gloria a te, Imperatrice! Poiché sotto il tuo Impero, Iddio ha concesso che l'uomo cominciasse a scuotere le sue catene.
Anthinea salutò con un cenno della testa, poi si volse al suo pilota:
- Andiamo Than, aiutami!
- Appoggiati a me, Imperatrice.
La coppia usci dalla casamatta. Poco dopo il radiotelescopio cominciò a captare i segnali del missile. Tutto funzionava alla perfezione, solo la velocità era leggermente in eccesso.
Dal ventre del Luhnic miliardi e miliardi di atomi cedevano la loro spaventosa energia e fornivano al veicolo spaziale la spinta necessaria.
Nel buio dello spazio, il missile continuava a lanciare i suoi segnali. Su tutta la superficie di Atlantide gli abitanti seguivano la sua corsa con la stessa ansia che se fossero stati a bordo.
Dopo trentasei ore il missile aveva raggiunto la velocità di fuga. Clitoh si accorse subito che qualcosa non andava. L'oggetto sfuggiva alla gravità terrestre, ma non sarebbe stato catturato da Luhna: la sua velocità era eccessiva.
Nervosamente impostò i dati del calcolatore elettronico e i risultati gli diedero ragione. Il missile sarebbe passato a seimila chilometri da Luhna e poi avrebbe continuato la sua corsa attraverso il Sistema solare. Nonostante il piccolo errore, questa non era una sconfitta: in fondo l'obiettivo principale era stato pienamente raggiunto, e adesso il Luhnic non sarebbe mai più tornato su Terrah. Quasi impossibile calcolare la deviazione datagli da Luhna, comunque il missile si sarebbe, prima o poi, messo in un'orbita ellittica intorno a Shol; oppure sarebbe precipitato sull'astro in una vorticosa spirale.
Clitoh si alzò. Indubbiamente il mondo conosceva ormai l'esito dell'impresa: centinaia di scienziati avevano certamente fatto gli stessi suoi calcoli ed erano giunti alle stesse conclusioni.
Si avvicinò alla grande vetrata e guardò in alto. Shol splendeva ancora nel cielo, prossimo al tramonto. Tra poco sarebbe sorta Luhna. L'armonia affascinava Clitoh. Ora l'uomo avrebbe dovuto sapersi inserire in quella musica senza scompigliare nulla. Ma l'uomo era pronto. La grande astronave era già nei cantieri. L'immenso motore atomico sarebbe presto entrato in azione e l'uomo avrebbe volato tra gli astri.
Un'idea strana affiorò nella mente del vecchio. I corpi celesti si muovono in base alle loro leggi, notissime nei loro effetti ma assolutamente oscure nelle loro cause. L'uomo stesso avrebbe cominciato a muoversi egli pure con gli stessi effetti, ma l'origine della sua forza poggiava su basi totalmente estranee all'armonia dei cieli. L'uomo sarebbe passato con la forza. L'uomo avrebbe infranto le barriere gravitazionali, le sue parabole sarebbero state artificiali, obbligate.

Nell'altissima, metallica reggia degli Anthin, si festeggiava la riuscita del lancio del Luhnic.
Invitati d'onore, tre uomini: Reeh, Alstoh e Brenh. I tre che avrebbero assai presto affrontato lo spazio; i tre uomini che le macchine selezionatrici avevano ritenuto più idonei alla grande avventura.
I redattori dei giornali visivi, murali e teletici assediavano i futuri astronauti.
Tutti potevano avere accesso alla reggia. Tutti coloro che fossero riusciti a farsi largo nella calca della folla che riempiva il piazzale antistante. D'altra parte la festa dilagava dalla reggia per tutte le strade e le case di Sylva. Gli ultimi aerobus vomitavano sui lungomare e sulle terrazze dei palazzi del centro vere e proprie fiumane di curiosi, desiderosi di partecipare alla festa.
Anthinea LXII, assisa su di uno scranno di plastica azzurra, portava sulla fronte i simboli dell'Impero: un triangolo d'oro in campo celeste.
La vecchia imperatrice fece vagare il suo sguardo sulla fuga di saloni che si dipartivano a raggiera dalla sala del trono, tutti pieni di gente di ogni età, che si abbandonava alla più schietta allegria. Tra loro c'erano anche i tre uomini che avrebbero per primi sfidato lo spazio. Li cercò con lo sguardo, e il tumultuoso cerchio di giornalisti che li circondava le facilitò le ricerche.
D'un tratto però il cerchio si ruppe, ondeggiò, si riformò, mentre il vocio andava crescendo.
Anthinea si alzò in piedi con evidente sforzo. Qualcuno portava a braccia un uomo, svenuto, fuori dalla calca. Quell'uomo era Reeh!
Anthinea pregò una guardia d'onore di sorreggerla e si diresse verso la sala medica in cui Reeh era stato trasportato.
La festa proseguì, come se nulla fosse accaduto. Milioni di Atlantidi brindarono alla loro civiltà imperitura. Avevano abolito le guerre, le diversità sociali di ogni genere, il denaro. Anthinea, l'imperatrice, era esattamente uguale a qualsiasi cittadino, e ognuno poteva parlarle come se si fosse trattato di una qualsiasi vicina di casa. Le cariche erano puramente onorifiche e lo Stato si reggeva con la democrazia diretta, resa possibile dalle meravigliose macchine selezionatrici e dalle calcolatrici elettroniche che erano in grado di sondare l'opinione pubblica per la decisione di qualsiasi problema. Ogni atlantide era quindi deputato di se stesso, in un parlamento grande come la Nazione.
Erano ben degni di balzare nello spazio. Cosa potevano temere?
Il pianeta Terrah avrebbe girato intorno a Shol ancora per miliardi di anni e quando il gelo e il fuoco l'avrebbero ucciso, gli Atlantidi sarebbero stati ormai padroni dell'intera Galassia, forse di tutto l'Universo.
E gli Atlantidi, popolo felice, brindarono e brindarono per tutta la notte.
L'alba sorprese Sylva ancora piena di risa e di canti.
Le macchine selezionatrici tacevano e avrebbero invece dovuto trasmettere parole di morte. Di una morte minacciata da un nemico irraggiungibile, invincibile, che lottava per la propria sopravvivenza. Ma le macchine tacquero perché nessuno poté ricevere le parole di Reeh.
Anthinea LXII seguì subito il futuro astronauta, inspiegabilmente svenuto. Per tutto il giorno l'imperatrice aveva avuto strani presagi che la sua mente razionalissima aveva respinto in fondo al cuore.
Reeh stava sdraiato su una barella di gas compresso. Il suo corpo si trovava così nel riposo assoluto. Un medico osservò l'astronauta e sorrise:
- Non è nulla. Probabilmente si è stancato di rispondere a tutte le domande dei giornalisti! Vero, Reeh?

Reeh aprì gli occhi ma non sorrise. Girò lo sguardo attorno come se non capisse dove si trovava, balbettò qualcosa di indistinto. Il medico rise e gli fece passare una mano tra i capelli.
- Ci hai fatto prendere un bello spavento!
Stavolta Reeh sorrise. Poi alzò una mano e se la guardò con curiosità. Infine si mise a sedere. Il medico premette un bottone e il gas della barella cominciò a disperdersi. Reeh finì su pavimento. L'astronauta rise.
Anthinea si sentì correre un brivido lungo la schiena.
Presto il medico e i pochi curiosi che erano riusciti a entrare se ne andarono. Solo l'imperatrice rimase, appoggiata alla guardia che l'aveva accompagnata; sedette su una poltrona e pregò la guardia di andare via. L'uomo ubbidì.

Appena rimasero soli, Reeh tornò serio. Provò a muovere alcuni passi, ma dovette sostenersi per non cadere. Poi, pian piano, sembrò ricuperare le sue facoltà. Una fitta dolorosa serpeggiò nel cervello dell'imperatrice e un lampo di stupore negli occhi di Reeh. Anthinea osservò l'uomo con un'espressione molto simile al terrore. Infine Reeh mosse le labbra e lanciò un piccolo grido; poi sorrise e parlò. La sua voce suonò stranamente chiara, limpida, senza cadenze né inflessioni. Una voce senza emozione. Pareva provenire da un mondo privo di suoni.
- Tu sei Anthinea LXII, imperatrice di Atlantide e questo è l'anno 3258 dell'era degli Anthin?
La vecchia assentì. Fissò il suo sguardo acuto e luminoso negli occhi di Reeh, e capì che Reeh non c'era più.
- Tu chi sei, straniero? Da dove vieni, che vuoi da noi?
Reeh rimase silenzioso, poi si decise.
- Il mio nome non è fatto per essere pronunciato. Se vuoi, puoi chiamarmi Mafaus, tanto per capirci. Da dove vengo non saprei spiegartelo perché anch'io ho le idee piuttosto confuse su questo punto. Però vengo certamente da un altro mondo. Che cosa voglio da voi, è semplice: che moriate.
Anthinea si chinò verso colui che si faceva chiamare Mafaus. L'uomo che era stato Reeh ora parlava freddamente di morte. Di dar morte a tutto il pianeta!
Anthinea si mantenne calma.
- Mafaus, perché dovremmo morire?
Reeh si passò una mano sui capelli. Sembrò così umano, quel gesto. Ma si trattava solo d'un riflesso involontario di quel corpo, ormai ospitante una mente del tutto estranea.
- Neanche a questo so rispondere con precisione, imperatrice! So solo che sono venuto per farvi morire. Se non morite voi, moriranno i miei simili. E' una legge universale, questa. Spero che la capirai!
- Posso capirla, Mafaus. Solo, non immagino come noi si possa essere un tale pericolo per i tuoi simili. Noi non facciamo guerre, e il messaggio che ci accingiamo a portare nello spazio è esclusivamente un messaggio di pace.
Reeh scosse il capo.
- Non credo che tu possa capire. Nessuno lo potrebbe. Siete ancora troppo arretrati. Voi usate energie della Natura senza neppure pensare alle conseguenze che questo può avere nell'Universo.
Anthinea LXII si eresse, radunando tutte le sue forze.
- Straniero, ci insulti senza conoscerci. Vieni qui a parlare di morte e io ti sto ad ascoltare perché mi hanno insegnato che è diritto di tutti esporre liberamente le proprie idee. Però tu minacci, e io posso farti annient...
Anthinea LXII cadde pesantemente al suolo. Era morta prima di finire la frase. Reeh, impassibile, uscì dalla sala.


VII.

Sul monte Ulmer l'astroporto era inondato dalla luce di grossi globi fluorescenti. Tutto il continente era stato di nuovo collegato televisivamente con l'astroporto. L'evento più importante da quando il primo animale era uscito dall'acqua per respirare aria, stava per compiersi nel misterioso disegno della Vita: l'uomo abbandonava il Pianeta, l'uomo si accingeva a valicare gli abissi dello spazio.

La morte di Anthinea LXII aveva gettato tutto il popolo in lutto. La vecchia imperatrice era stata una gran donna, sotto il suo impero l'umanità si era avvicinata alla realizzazione del suo sogno. Il destino aveva però voluto privare l'imperatrice della gioia di assistere al primo tentativo, il destino non le aveva lasciato inaugurare la nuova era, quella spaziale. Il destino. Così pensavano tutti in Atlantide, ma nessuno supponeva che il destino si chiamasse Reeh e fosse assai più crudele di quanto mai avessero pensato.

Anthinea LXIII era una giovane donna sul vent'anni. Bellissima, pronipote della defunta imperatrice. Ora la giovane era accanto a Clitoh, nella stessa casamatta in cui pochi mesi prima Anthinea LXII aveva assistito al lancio del Luhnic.
Reeh, Alstoh e Brenh attraversarono il piazzale. Vestivano attillate tute di plastica e portavano il casco buttato dietro le spalle. La mole paurosa dell'astronave rendeva ridicolmente piccole le pur notevoli e muscolose figure dei tre uomini. Nessuno li accompagnava. Erano tre uomini soli. Già staccati dal pianeta, già imbarcati in un'avventura che a tratti sembrava addirittura inumana.
Anthinea si riscosse: guardò le tre figure avanzare verso il cono d'acciaio puntato contro il cielo. Si sentiva orgogliosa di appartenere al genere umano!
Mentre Clitoh si chinava sui suoi apparecchi, l'imperatrice corse fuori. Attraversò lo spazio illuminato e si buttò fra le braccia di Brenh. L'uomo la strinse a sé, commosso, e Anthinea lo baciò a lungo sulla bocca. Poi baciò Alstoh, e fu la volta di Reeh. Le labbra dell'uomo non si mossero sotto la dolce pressione di quelle di Anthinea, rimasero fredde. Inspiegabilmente, l'imperatrice ebbe paura. Si staccò dall'uomo e lo guardò negli occhi. Reeh cercò di dare espressione al suo sguardo, ma scoprì ancor più l'abisso che lo divideva dagli esseri di cui portava le sembianze. Anthinea arretrò. Reeh rimase un attimo indeciso se sopprimerla o meno, poi pensò che avrebbe destato troppi sospetti e salì di corsa sull'elevatore che lo avrebbe portato al portello dell'astronave. Alstoh e Brenh seguirono il compagno.
I tre uomini erano già entrati nello scafo affusolato e lucente alla luce dei globi al fluoro, quando Anthinea urlò. Accorsero alcuni uomini addetti alla rimozione delle incastellature, e Anthinea svenne nelle loro braccia.
L'ora fissata per la partenza dell'astronave non poteva essere rimandata per nessun motivo. Sarebbero occorsi giorni per calcolare la nuova rotta se l'apparecchio non avesse lasciato Terrah all'ora fissata.
Tuttavia lo svenimento dell'imperatrice sembrò un così cattivo presagio, che Clitoh per qualche attimo pensò di rimandare l'inizio della grande avventura dell'uomo. Poi scosse il capo e si strinse nelle spalle: chi era lui, per permettersi decisioni tanto grandi? Anthinea era giovane, e da poco aveva assunto il rango di imperatrice, certamente troppe emozioni in di pochi giorni l'avevano sfibrata.
Clitoh diede il segnale. Le incastellature vennero rimosse. Nella grande cabina sferica Brenh, Alstoh e Reeh si accomodarono meglio nelle loro cuccette. I visi di Brenh e Alstoh erano tesi per l'emozione e la paura. Solo Reeh, gli occhi chiusi, sembrava dormire placidamente. E forse Reeh, l'autentico Reeh, dormiva davvero.
Clitoh premé un pulsante rosso: nel ventre di piombo dell'astronave la reazione ebbe inizio: E = mc2.

Tutti gli altoparlanti dell'astroporto e la radio dell'astronave presero a scandire all'unisono la numerazione progressiva che portò, in pochi minuti, alla parola fatale: ZERO!
Per un secondo tutto tacque. Parve che non accadesse nulla.
Poi, da sotto l'astronave scaturì un piccolo sole, fiammeggiò irresistibile e prese ad allungarsi. In realtà era l'immenso scafo che si andava sollevando dal suolo.
L'astroporto fu tutto un bagliore accecante, ma lentamente riapparvero i globi fluorescenti, la notte riprese il sopravvento sulle cose. Nel centro del cielo, simile a una grossa stella fiammeggiante, l'astronave di Atlantide correva verso la sua meta.
Anthinea LXIII aperse gli occhi. Clitoh, premuroso le fu accanto.
- Mi dispiace, imperatrice, ma l'astronave è già partita. Tu sai che in queste cose bisogna essere precisi e puntuali: i cieli non aspettano.
Lo scienziato abbozzò un sorriso, ma subito una ruga profonda gli si disegnò sulla fronte spaziosa: Anthinea lo guardava con gli occhi sbarrati dalla disperazione.
- So... sono partiti... tutti? - articolò con fatica.
- Certo! Brenh, Alstoh e Reeh... Perché? -
Anthinea parve volersi alzare di scatto, ma poi si lasciò ricadere. Clitoh si chinò su di lei.
- Imperatrice, perché? -
I bellissimi occhi dorati della bionda e giovane Signora di Atlantide fissarono quelli trasparenti e senza colore di Clitoh.
- Amico mio, credo che ci stia per accadere qualcosa di spaventoso! Quando ho baciato Reeh mi sono resa conto che... che...-
- Che? -
Anthinea si alzò.
- Che non era un essere umano! -
Lo scienziato sussultò.
- Che cosa? Non era... -
La giovane sostenne il dubbio che lesse nello sguardo del vecchio.
- Reeh non è un umano: qual cosa si deve essere impossessato di lui. Qualcosa che mi ha fatto svenire per impedire che io impedissi la partenza dell'astronave. Qualcosa che ha ucciso Anthinea LXII perché doveva avere scoperto la verità. -
Clitoh si diresse a un video: tra i tanti punti fermi del cielo, ce n'era uno che lentamente andava spostandosi tra loro. Lo scienziato giocherellò con i pulsanti dell'apparecchio, sovrappensiero. La bella imperatrice gli andò accanto.
- Ormai è lontano. Ormai tutto è nello mani di Brenh e Alstoh - mormorò lo scienziato.
- Grazie, Clitoh, temevo che non mi avresti creduta!
- Anthinea LXII è morta per essere rimasta sola con Reeh, anche se l'astronauta disse di averla lasciata in uno stato perfettamente normale, e tu sei svenuta dopo averlo baciato... La tua bisnonna è morta per congestione cerebrale... forse Reeh può uccidere o mettere temporaneamente fuori uso i cervelli delle persone che gli danno fastidio.
- O forse può fare molto di più. Perché si sarebbe imbarcato sull'astronave? Un uomo con tali poteri non rischia la vita, neppure per compiere la prima trasvolata dello spazio!
Clitoh si accarezzò la barba.
- Reeh è stato scelto dalle nostre macchine elettroniche. Un essere in grado di ingannarle è ben capace di portare un'astronave su Luhna, senza correre rischio alcuno! Sì, Anthinea, credo che l'impresa sarà un sicuro successo... Almeno dal punto di vista del viaggio spaziale.
Adesso Anthinea era in preda a una grande ansia. Si torse le mani e poi se le passò sul viso. Intanto la radio annunciava al mondo che l'astronave Atlantide 1 era ormai in orbita attorno al pianeta. Ancora una volta il popolo felice della grande isola brindò alla imperitura gloria delle loro gesta.
Clitoh accompagnò l'imperatrice al suo elicottero.
- Non disperare, Anthinea, forse quell'uomo non ha intenzioni malvagie...
La bella donna scosse il capo con tristezza e mormorò, più a se stessa che allo scienziato:
- Quello sguardo... buio, freddo, abissale... Inumano! Non lascia speranze se riesce ad attuare i suoi progetti. Forse... forse sarebbe meglio che quell'astronave non arrivasse mai in nessun posto.
Clitoh si passò una mano sul mento.
- Forse. Ma non credo sia possibile far altro che seguire con la radio il viaggio dell'Atlantide. Ti terrò al corrente, imperatrice.
Anthinea salì sull'elicottero, tutto in plasticglas, che si alzò veloce e silenzioso, scomparendo a sud verso le luci di Sylva, mentre Shol arrossava la parte orientale del cielo.

 

VIII.

Reeh guardò il globo biancastro dall'oblò: con la sua mole, Luhna riempiva la gran parte del campo visivo. Il satellite, quasi privo di atmosfera, offriva ai raggi di Shol la sua crosta senza protezione.
Montagne, pianure, colline, immobili da millenni, poco levigate da quell'atmosfera troppo rarefatta.
Alstoh abbandonò la sua cuccetta e si fece accanto all'oblò.
- Bella vista, vero, Reeh?
Reeh sobbalzò come se il compagno lo avesse colto in un atteggiamento sospetto. Alstoh se ne accorse e sorrise.
- Nervoso? - soggiunse.
Reeh alzò le spalle, e si allontanò dall'oblò.
Brenh alzò la testa dal calcolatore elettronico e rassicurò i compagni:
- Tutto va a meraviglia, siamo perfettamente nel limiti di tolleranza. Tra poco dovremmo entrare in orbita intorno a Luhna!
Alstoh tornò a guardare lo spazio. Shol batteva quasi a picco su Luhna. Doveva fare molto caldo, laggiù. Guardò i termometri della temperatura esterna dello scafo e si lasciò sfuggire un fischio.
- Accidenti! Stiamo cuocendo da una parte e gelando dall'altra. — Infatti, la temperatura dal lato di Shol raggiungeva i centocinquanta gradi, dall'altro lato invece si avvicinava ai duecento sotto zero.
- Non deve esserci un clima turistico, là sotto! - scherzò Brenh.
Reeh guardò i suoi due compagni. In fondo erano dei simpatici animali, con tutto il loro orgoglio di razza e la loro presunzione. Forse, se non fosse stato necessario distruggerli, chissà, avrebbero potuto costruire una civiltà sul tipo di quella dalla quale lui proveniva. Ma non toccava a lui decidere la fine di una civiltà: le decisioni erano già state prese ed egli ne era solo l'esecutore. Reeh chiuse gli occhi e l'essere extra-umano che era in lui si irradiò nelle menti degli altri due.
La mente di Brenh era immersa completamente nei calcoli sulla rotta dell'astronave, ma quella di Alstoh stava immaginando curiose scene che rendevano difficile, per aumento di emotività, il sondaggio di Reeh. L'alieno infatti non poteva capire né l'erotismo né l'affetto e il desiderio di una famiglia. Reeh osservò vagamente incuriosito le fantasticherie di Alstoh: scene che si susseguivano assai velocemente. Specialmente la compagna che l'uomo sceglieva, cambiava continuamente. E tutte le scene cominciavano con un gesto uguale a quello che Anthinea aveva fatto coi tre astronauti prima di partire. Doveva essere qualcosa di più che un semplice rito, perché Anthinea LXIII aveva capito, o intuito qualcosa, proprio dopo aver posto le labbra sulle sue.
- Siamo in orbita! -
L'urlo di Brenh scosse Reeh dai suoi pensieri e Alstoh dalle sue fantasticherie. Tutti e tre corsero agli oblò di plasticglas, ma dovettero farli ruotare di novanta gradi per avere una visione di Luhna. Ormai facevano parte delle forze gravitazionali del satellite e Atlantide 1 vi dirigeva il proprio baricentro. Luhna apparve appena poco più grande di prima, però i picchi delle montagne cominciavano a lanciare lunghe ombre sulle pianure circostanti.
Reeh si avvicinò al fondo della cabina e, in silenzio, cominciò ad infilarsi la tuta preparata per la loro sopravvivenza sulla superficie del satellite. Alstoh lo guardò, divertito.
- Questa sì che si chiama prudenza! Ci vorranno almeno trentasei ore prima che si entri in fase di atterraggio.-
Reeh ricambiò il sorriso meccanicamente, poi, senza dire nulla, entrò nel compartimento stagno e chiuse la porta. Brenh e Alstoh rimasero esterrefatti. Che cosa voleva fare, Reeh? Era impazzito? Voleva verificare le camere di piombo?
Reeh lavorò alla svelta. Scivolò fuori dall'astronave con una perizia straordinaria e senza degnare di uno sguardo gli abissi bui che si aprivano dovunque sopra, sotto e intorno a lui; camminò con le scarpe magnetiche che aderivano al metallo dell'astronave, passando dalla zona di ombra a quella accecante di Shol. Polarizzò il vetro del casco, innestò il sistema refrigerante e continuò tranquillamente a muoversi sullo scafo, apparentemente fermo sopra Luhna. Pallido, offuscato dalla luce di Shol, Il pianeta Terrah sembrava già in preda all'agonia.
Reeh giunse alle bocche delle fornaci atomiche e ci si infilò dentro con la massima naturalezza. La tuta gli faceva da schermo, ma solo una pesante lastra di piombo avrebbe potuto deviare e assorbire le terribili radiazioni in modo da renderle innocue. Reeh, entrando nella bocca d'espulsione, aveva accettato la morte: a una scadenza più o meno lunga, a seconda del proprio fisico. Ma all'essere che viveva in Reeh, poco importava di danneggiare il corpo che momentaneamente lo conteneva, purché questi rimanesse in vita sino a che lui non avesse portato a termine la propria missione e non fosse tornato laggiù, nel proprio vero corpo, sul suo mondo natale.
Ed ora, proprio per evitare che il razzo finisse sfracellato su Luhna, lui doveva entrare nelle camere plumbee e installare il repulsore antigravità. L'essere che Reeh ospitava conosceva leggi ignote agli Atlantidi. Arrivato nella camera atomica, si guardò intorno. Una mortale luminescenza rendeva facile l'individuazione delle varie parti. In fondo, il canale della presa d'aria; a destra, in alto, l'iniettore della miscela di gas per poter dirigere l'astronave anche nel vuoto; e a sinistra le masse critiche di uranio, ora separate e tranquille, ma pronte a sprigionare tutta la loro paurosa energia. Reeh si avvicinò il più possibile al fondo della camera e cominciò a tessere una specie di ragnatela con fili di rame. Poi scivolò ancora all'esterno, e camminò sullo scafo fino a un punto preciso. Si fermò e avvicinò alla piastra il cannello ossidrico di cui ogni tuta era fornita. In capo a dieci minuti, scavò un buco nella piastra e poté farci passare una mano. Toccò i delicati apparecchi elettrici che fornivano il campo magnetico alle pareti delle camere plumbee e dei condotti degli espulsori, affinché i gas che passavano a milioni di gradi non avessero a toccarle e a fonderle. Senza guardare, tolse alcuni fili e li attaccò ad altri, mettendoli poi a massa con lo scafo stesso. Infine, sudato dentro la tuta, Reeh riapparve nel compartimento stagno. Chiuse la prima porta e l'aria riempì il vano. Si sfilò la tuta e l'appoggiò alla porta esterna, poi entrò nella cabina, richiudendo dietro di sé la seconda porta. Manovrò l'apertura di quella esterna, che si aprì con un risucchio orribile, e la tuta, ormai "calda", si perse nello spazio.

Alstoh e Brenh non osarono parlare subito, vedendo il viso affaticato di Reeh. Poi ruppero il silenzio.
- Si può sapere...-
Reeh non li lasciò continuare.
- Sono stato nelle camere di piombo.-
Istintivamente gli altri due uomini fecero un passo indietro, poi la solidarietà verso il compagno vinse la loro paura, e gli si avvicinarono fino a toccarlo. Reeh sorrise e stavolta il suo fu un sorriso sincero, umano.
- Amici, sono "caldo"...-
Alstoh gli posò una mano sulla spalla.
- Se l'hai fatto per salvarci...-
Ancora, Reeh non lo lasciò continuare. Leggeva nella mente dei due compagni e sapeva che erano commossi. Pian piano credette di intuire quello che gli Atlantidi chiamavano: sentimento. Sì, quei due uomini gli volevano bene! O almeno, volevano bene al corpo che lo conteneva! Lui invece era là per distruggere la loro razza! Per la legge universale della sopravvivenza del migliore, lui aveva ragione... ma era poi proprio cosi? Le sue armi erano più forti, ma... Reeh si riscosse. Doveva fare quanto gli era stato ordinato. Forse non sarebbero morti tutti, quegli strani esseri a due gambe! Forse la decisione crudele era saggia anche per quelle creature! E Reeh parlò.

- Atlantidi, io non sono un uomo. - Brenh e Alstoh non si mossero. Forse avevano sempre sentito qualcosa di estraneo nel loro compagno, e la rivelazione li trovava psichicamente pronti. Reeh continuò:

- Non sono un uomo e vengo da un mondo lontano, molto lontano... Ho ucciso Anthinea LXII perché mi aveva scoperto, e ho fatto svenire l’altra perch6 non mi impedisse di partire. lo leggo nei vostri cervelli, e se volessi potrei uccidervi senza neppure muovermi. Ma non lo farò se non mi costringerete. lo devo portare a termine una. missione, una missione che riguarda Luhna e Terrahl lo devo allontanare Luhna a una distanza doppia di quella attuale. -

I due astronauti aprirono la bocca per parlare e Reeh li prevenne ancora.

- Pensate solo, ci intenderemo meglio. -

Alstoh pensò, un po' incredulo, ai cataclismi che avrebbe subito il suo pianeta se una simile catastrofe fosse successa, e Reeh gli rispose subito, facendogli suonare la. propria voce dentro, il cervello:

- Sarà anche peggio. Credo che le masse liquide dei vostri oceani si sposteranno, provocando inondazioni e mareggiate in scala continentale. Forse il peso delle acque cambierà l'inclinazione dell'asse di Terrah, o addirittura lo spostamento dei poli. No - continuò il pensiero di Reeh nei cervelli di Alstoh e Brenh - non sono un essere diabolico e nemmeno malvagio. Obbedisco a un'intelligenza infinitamente superiore alla vostra. Io stesso mi sento ingiusto verso di voi, ma sono, sicuro che c’è una valida ragione perché sia stata scelta questa soluzione. -

Brenh pensò di uccidere Reeh di uccidere il mostro che gli si era annidato dentro, ma subito si accorse di non poter più muoversi. Il pensiero di Reeh gli suonò nel cervello, ma non era un pensiero di vittoria, anzi sembrava triste.

- Non possiamo farci niente, amico. Né tu né io! Io dispongo di forze per voi inimmaginabili. Se io non fossi qui con voi, adesso staremmo per precipitare su Luhna. Il magnetismo del satellite è ben diverso da quello del vostro pianeta: i campi magnetici per l’isolamento delle pareti delle camere di piombo non avrebbero funzionato e l’astronave si sarebbe fusa, disintegrata, facendoci cadere su Luhna sotto forma di polvere radioattiva.

Brenh sussultò e parlò a voce alta. Se qualcuno avesse potuto osservare i tre uomini, tesi, sconvolti, mutare espressione senza parlare, li avrebbe presi per schizofrenici. Anche per rompere quell’atmosfera da incubo, Brenh parlò ad alta voce.

- Per questo sei... siete uscito? -

Reeh assentì e rispose, con parole, a sua volta.

- Sì. Adesso non avremo bisogno di usare i motori. L'astronave funziona distorcendo i campi gravitazionali. E' da barbari forzare le leggi della natura, dissociando la materia come fate voi altri. -

Anche Alstoh si accorse di non potersi più muovere. Intanto l’astronave scendeva tranquillamente sul satellite, ormai avvolto nell'ombra. Il pianeta Terrah brillava verdeazzurro nel cielo. Il pianeta Terrah lanciava da ore disperati messaggi alla sua astronave. Messaggi a cui nessuno dava risposta.

Pesanti lastroni di gas congelati si stavano rapidamente trasformando in vapore, senza passare attraverso lo stato liquido, non appena Shol li investiva. coi suoi raggi infuocati. Tutto intorno il paesaggio appariva tormentato dai continui sbalzi di temperatura. Di tanto in tanto alcune rocce scoppiavano, quasi senza rumore, data la scarsa conducibilità della tenuissima atmosfera di Luhna.

Alstoh e Brenh, immobilizzati nella cabina dell'astronave, guardavano il curioso paesaggio. Ormai una sorta di calma era subentrata alla loro disperazione. Una calma mista a un po' di incredulità, a un po' di speranza. Forse Reeh non sarebbe riuscito nel suo progetto. Pareva infatti impossibile che un uomo potesse spostare i pianeti a suo piacimento.

Reeh, intanto, stava preparando qualcosa con dei fili di rame. Accoccolato in fondo a un crepaccio, dove i raggi di Shol non potevano giungere, muoveva svelto le mani, imbarazzate dai pesanti guantoni della tuta.

Intorno a lui le rocce erano coperte da una specie di muffa verdastra: unica cosa viva che si potesse scorgere su quel mondo. Reeh era contento che Luhna non avesse altro genere di vita, perché se ne avesse avuta, dopo quanto si accingeva a fare, sarebbe certamente diventato un mondo vuoto. Per un po' di muffa soltanto, invece...

Reeh sistemo in cima a una roccia il suo rudimentale apparecchio e si sedette in attesa che Terrah spuntasse all'orizzonte.

Il fatto che lui avesse avuto l’ordine di allontanare Luhna e non di distruggere Terrah, significava senza dubbio che non era nelle intenzioni della sua gente lo sterminio totale della razza umana. Si sentì molto meglio dopo questo pensiero perché ne dedusse che poteva salvare la vita dei suoi due amici senza contravvenire agli ordini.

La notte calò improvvisa e netta. Terrah salì all'orizzonte. Reeh, con un sospiro di dolore, diresse contro il pianeta la. sua strana arma, poi si arrampicò su un picco e mise in linea con il precedente un altro piccolo, buffo congegno. Innestò una comune batteria elettrica, quindi tornò tranquillamente verso l’astronave. Alstoh e Brenh pensarono pensieri di morte, e Reeh trasmise loro il suo dolore insieme alla notizia della loro salvezza: li avrebbe condotti su un altro mondo, lì essi avrebbero potuto sopravvivere e forse, un giorno, i loro discendenti si sarebbero incontrati con i discendenti dei terrestri scampati al cataclisma che stava per sconvolgere il pianeta.

La notizia che la razza umana non sarebbe andata completamente distrutta, aiutò i due poveri astronauti ad accettare l’idea della loro salvezza.

"Atlantide I" si sollevò dolcemente, senza vibrare, senza vomitare fiamme, come se un filo invisibile la tirasse verso l’alto. La sua velocità aumentò. Reeh spiegò che l’astronave stava letteralmente "cedendo" verso l’alto.

In meno di due ore l’astronave fu libera nello spazio buio. Adesso Luhna e Terrah sembravano equidistanti. Quella era l’ora zero!
Improvvisamente, inaspettatamente, Luhna rimpicciolì, come se qualcuno avesse cambiato la lunghezza focale di uno zoom immaginario.

Alstoh e Brenh balzarono in piedi: Reeh li aveva liberati dalle catene neuronali.

Gli occhi dei due terrestri si volsero a guardare il pianeta natale: il globo verdazzurro non sembrava aver subito danni e la speranza cominciava a nascere nei loro cuori quando lo videro ondeggiare, aumentare la sua velocità di rotazione e infine capovolgersi, invertendo i poli, come se una mano divina gli avesse dato uno scappellotto. Il globo ondeggiò come una trottola che sta per fermarsi, cambiò la posizione dei poli di rotazione più volte, prima di stabilizzarsi. Il pensiero di Reeh li sorprese: dinanzi alla catastrofe di Terrah, i due avevano dimenticato la sua presenza.

- I poli si sono spostati vicini al vecchio equatore… adesso Atlantide è al polo sud del pianeta! I maremoti devono essere stati imponenti e tsunami alti un miglio avranno spazzato via tutto… La vostra civiltà è scomparsa, ma certo ci sono dei sopravvissuti.-

- Maledetto! - con un urlo i due Atlantidi si lanciarono contro Reeh, ma furono gelati nei loro gesti di minaccia. Reeh parlò.

- Ora potrei anche morire. Sarebbe facile per me, adesso, tornare nel mio corpo, laggiù, nel mio mondo, ma prima voglio salvarvi. -

Lacrime di impotenza bagnarono il volto di Alstoh e Brenh. Avevano visto la fine di quello che credevano imperituro. Il lavoro, le lotte, il sangue dell'umanità, versato per costruire un sogno di bellezza e potenza, era stato annullato in un attimo!

Reeh prese il comando dell’astronave e "Atlantide I" fece un gran balzo nello spazio.

Un singhiozzo scosse il petto di Alstoh. Addio a tutto!

Reeh comprese. Comprese e si sentì stringere il cuore. Sentì di odiarsi per quello che ave- va dovuto fare. Ma spesso le cose buone nascono da altre spaventosamente atroci. Due lacrime colarono dagli occhi di Reeh mentre la rossa superficie di un pianeta invadeva improvvisamente l’oblò.

L'astronave si appoggio dolcemente in una radura. Alcuni ominidi rossastri ripararono sopra un albero spinoso.

Reeh comincio a sentire gli effetti delle radiazioni a cui si era sottoposto nelle camere atomiche dell'astronave. Diresse un ultimo pensiero ad Alstoh e a Brenh.

- Addio, amici. Lasciate che vi chiami così anche se ho dovuto farvi tanto male. Io devo andare, adesso. Vi ho tolto un pianeta pieno di civiltà e in cambio ve ne do uno che è ancora allo stato animale. Ma di più non posso fare. Se vi avessi riportato su Terrah, sarebbe stato ancora più duro per voi. Qui sopravviverete. Fate amicizia con gli indigeni e insegnate loro quello che potete. Un giorno anch'essi valicheranno i cieli, e spero che quel giorno non sarà più necessario che uno di noi venga ad impedirlo. –

Reeh, con un ultimo sforzo, spalancò il portello di "Atlantide I" e fece cenno ai due di scendere. Alstoh e Brenh ubbidirono, in silenzio. Appena i loro piedi toccarono la strana erba della radura, l'immensa astronave ripartì. S'innalzò nel cielo limpido, di un azzurro rosato e desplose senza suono in una larga chiazza di luce. "Atlantide I" non esisteva più.

Il corpo umanoide di Reeh si dissolse nei suoi atomi, ma lo straniero, un attimo prima, era tornato nel suo corpo originale, in un mondo lontano e irraggiungibile.

I due uomini si guardarono intorno. L'acqua di un torrente gorgogliava poco lontano. Una leggera brezza sussurrava tra le punte degli strani, bassi alberi della foresta. Un ominide si lasciò cadere a terra, ed essi avanzarono verso di lui con le palme tese, in un gesto universale di pace.

 

IX

La rossa visione di Marte svanì nella mente di Arek, sempre in contatto con la Gran Madre, e fu sostituita con l’apocalittica visione di Terrah. Dovunque, il pianeta era in preda a terribili sconvolgimenti sismici. La grande isola di Atlantide era spazzata da ondate spaventose. Sylva, completamente distrutta, spuntava a tratti dalle onde. Poi la scena cambiò ancora. Una pesante coltre di ghiacci si stese sul civilissimo continente. Un silenzio eterno, mortale, avvolse ogni cosa. Le strida degli uccelli migratori che non trovavano più il dolce clima a cui erano abituati, fu l’unico suono su quella solitudine gelata. Gli uccelli fecero un largo giro sul continente e poi, spinti dall'istinto, presero l’avvio per le terre attraversate dal nuovo equatore. Questo, l'unico segno che, ripetendosi, avrebbe portato nei tempi il ricordo delle eterne primavere dell'isola. L'Atlantide non esisteva più: era nata l'Antartide.

Qualche superstite aveva raggiunto le coste di un'altra isola, situata più a nord. Qualche superstite con pochi esemplari della fauna atlantidea: cigni neri, canguri, e altre poche specie di marsupiali e di incroci tra rettili e mammiferi.

Terrah era tornata indietro nel tempo di decine di millenni. Ma poi, a poco a poco, la. razza degli strani bipedi, ricominciò a organizzarsi. Grandi glaciazioni avevano mutato i climi di tutto il pianeta, nuove tribù, nuovi stati cominciarono a formarsi. La sapienza degli Atlantidei non andò completamente perduta: le leggende tennero vivo il ricordo delle mete raggiunte. I popoli parlarono di uomini perfetti che scendevano dai cieli, di perfette repubbliche, di un'isola felice al di 1à del Grande Oceano.

I ricordi del cataclisma si affievolirono ma non si persero del tutto: divennero materia di religione, e la gente parlò di un diluvio terribile, divino castigo contro i delitti dell'umanità.

Nelle nuove zone temperate si formarono presto altre civiltà. Grandi città sorsero sulle rive dei fiumi, e la cultura ripartì alla conquista del pianeta. In un lento moto da Oriente a Occidente, l’uomo ritornò verso le posizioni perdute. Qualcuno era depositario del segreto di Atlantide, qualcuno che forse discendeva dagli Anthin o da qualche scienziato come Clitoh.

Ma il grande segreto non venne mai tradito. Parlarono per enigmi, per aiutare il genere umano senza spaventarlo. Di generazione in generazione, di setta in setta, venne tramandata la leggenda dell’annientamento della prima civiltà. Gli imperi si formarono e caddero: Babilonia, Egitto, Grecia, Roma... Poi comparvero di nuovo le prime macchine. Il cammino dell'uomo fu assai più celere, e quindicimila anni dopo il disastro che aveva annullato Atlantide, la. prima pila atomica riprese a frantumare gli atomi e le formule relativistiche tentarono ancora di spiegare l'Universo.

Però c’era una novità: l’uomo aveva scoperto l’incertezza probabilistica della meccanica quantistica. Quel buffo essere un non-essere finché nessuno ti prende le misure.

Il mondo si era diviso in due grandi blocchi, ma i satelliti artificiali giravano già intorno alla Terra, già missili e astronavi partivano per la Luna. Il primo missile. per strana coincidenza (ma proprio di una coincidenza si trattava?), era stato battezzato Lunic!

Nei due blocchi, squadre di uomini si preparavano al primo viaggio spaziale. Il satellite ora si trovava a una distanza media di trecentottantamila chilometri dal pianeta, ed era un mondo martoriato, pieno di crateri e anche la piccola muffa verde era scomparsa. Tuttavia era sempre là, ad illuminare la Terra come la notte lontanissima in cui O-Baa aveva messo in fuga Grro, it leone, scoprendo l’utilità della collaborazione.

La Luna era sempre là, e ancora una volta i bipedi intelligenti si accingevano a raggiungerla.

Il contatto si interruppe e Arek ritornò in sé. L'ordine suonava imperioso, indiscutibile, nel- la. mente del Trug: doveva ripetere le gesta di Reeh! La Gran Madre, inoltre, esigeva un periodo di prova. Lui avrebbe dovuto raggiungere quel mondo, che conosceva solo in sogno, avrebbe dovuto imparare a servirsi di uno di quei corpi, avrebbe dovuto guardarsi intorno, e poi distruggere il pianeta. E stavolta completamente.

Arek non capì perché la Gran Madre avesse scelto proprio lui, ma la Gran Madre era infallibile e i suoi ordini. non erano discutibili. Si addossò tutto a lei e stavolta l'annullamento gli parve ancora più rapido, totale, irreversibile.

 

X

Arek avvertì una sensazione di freddo, di. acqua. Era una sensazione che veniva da distanze infinite, ma che si andava facendo sempre più chiara. Infine si accorse di introdurre nel proprio corpo litri di gas e poi di espellerli dopo una combustione interna. Credette di essere impazzito. Si ricordò di una divertente trasmissione che parlava di macchine che bruciavano qualcosa nel loro ventre per ricavarne una spinta e camminare. Era forse diventato una di quelle? Man mano, che la sua mente si snebbiava, il ricordo tornava con linee più precise: il lontano pianeta... i bipedi che vivevano sugli alberi... i bipedi che correvano nei loro spazi con macchine ridicole e primordiali, lente, come lumache... Reehl Reeh e... lui, Arek!

Sentì un brivido freddo corrergli lungo la schiena, e cosi scoprì di avere un altro corpo. Sentì i muscoli delle braccia e delle gambe, si mosse lentamente per convincersi di comandare davvero quei tiranti. Una voce risuonò su di lui.

- Sta rinvenendo, si è mosso! - La musicalità del suono lo entusiasmò. Arek non aveva mai realmente "udito" un suono! Prese coraggio e aprì gli occhi. I contorni del mondo esterno entrarono nella sua mente: la luce, i colori, i contorni delle cose, già conosciuti tramite le immagini mentali, penetravano entro di lui come segnali elettrochimici e costruivano immagini nelle sue aree visive del cervello, danzando una balletto caleidoscopico.

- Henry! -

Di nuovo la voce dolcissima suonò intorno a lui. Henry... e la sua mente, anzi la mente che occupava, cominciò a ricordare. Ecco, lui era Henry. Henry Fross... Voltò il capo e incontro gli occhi di Lucy. La ragazza, una brunetta molto carina, sui diciott'anni, gli sorrise, ancora un po' preoccupata.

- ??? -

- Non è stato nulla. Uno svenimento passeggero. Però devi farti vedere da un medico... –

L'uomo che aveva detto queste parole, sembrava diverso dalle altre persone che gli erano attorno. I suoi capelli erano bianchi e tutti gli altri sembravano portargli grande rispetto. Henry si alzò e si fece passare una mano sul viso. Si guardò e guardò bene gli altri: non c'era dubbio! Era nel corpo di uno di quei bipedi di cui aveva seguito la storia. Gonfiò i polmoni d'aria e poi la gettò fuori: in fondo quell'esercizio era piacevole, e si accorse che i polmoni continuavano da soli, anche se lui non ci pensava. Cercò di ricordarsi tutto quello che la Gran Madre gli aveva fatto vedere: alzò il labbro superiore e sorrise. Lucy gli sorrise a sua volta, poi domandò:

- Va meglio, adesso? -

Henry esitò. Sentiva le proprie corde vocali pronte a vibrare, ma temeva di non riuscire ad articolare suoni cosi perfetti. Si limitò ad assentire col capo. Tutti i bipedi si diressero verso degli strani scaffaletti di legno e si piegarono su di essi, appoggiandosi con il fondo della schiena. Henry ricordò che quel gesto si chiamava "sedersi". Lui si diresse verso Lucy. Quel bipede gli piaceva più degli altri. Tutta la scolaresca scoppiò in una risata, e qualcuno lo prese per un braccio, costringendolo a sedere su uno degli strani scaffaletti. Seppe solo dopo che si chiamavano banchi, e che quella era una scuola. Un posto, cioè, dove i piccoli bipedi imparavano quello, che dovevano, sapere. Poveri esseri costretti a perdere un terzo della propria vita per imparare tutto quello che i loro antenati avevano scoperto. Un Trug, invece, al momento della nascita, già conosceva tutti quei dati che gli avrebbero permesso di fare il lavoro per cui era stato destinato! Povero lui, se avesse dovuto studiare tutte le stelle delle nebulose, laggiù, nel suo mondo! Ci sarebbe voluta la vita della Gran Madre!

Intanto, il bipede dai capelli bianchi cominciò a parlare. Spiegava ai suoi allievi le cose che ancora essi non sapevano. Henry-Arek si agitò sul suo banco. Il professore stava parlando della nascita del suo mondo e della sua civiltà. La sua versione dei fatti era assai diversa da quella conosciuta da Arek. Il ricordo di Atlantide sembrava. perduto.

Henry si guardò intorno. Tanti esseri come lui, stavano zitti, ascoltando le parole del professore. Ebbe l’impressione di essere più vicino lui a quella razza che non gli altri che da essa discendevano direttamente. Allungò una mano e afferrò un piccolo parallelepipedo che stava poggiato sul banco. Provo piacere nell'allungare il braccio, nello stringere le dita attorno all'oggetto. Il poterlo alzare e muovere gli diede un senso di potenza. Istintivamente cercò di comunicare con Lucy, attraverso le vie telepatiche, ma vide la ragazza portarsi le mani alla testa con una smorfia di dolore. Ricevette l’onda dolorosa di rimbalzo nel proprio cervello: quei bipedi non conoscevano ancora l’uso delle onde neurali. Trasmettere con suoni era certamente più lungo, più impreciso, più faticoso, ma ad Henry sembrò divertente. Inoltre, lui poteva leggere nella mente altrui e nessuno poteva entrare nella sua!

Lentamente le sue dita neuroniche si insinuarono nel cervello di Lucy. La prima cosa che trovò fu la propria immagine, Senza sapere il perché, notò che il sangue pulsava più in fretta nel reticolo di tubi che manteneva caldo e dolce il corpo, dandogli un senso di eccitazione che amplificava gli input ricevuti da tutti i sensi.

- Che anno è - chiese Henry. Il compagno lo guardò, ironico.

- Oh! Lo svenimento ti ha per caso guastato le rotelle? Siamo nel 1959! –

Henry tacque, temendo di destare sospetti, ma si scervellò tentando di capire a quali rotelle avesse alluso il compagno: si autoesaminò, non aveva rotelle di alcun tipo. Poi si rivolse a un altro:

- Nel millenovecentocinquantanove... Era…? –

Anche il nuovo compagno lo guardò con compassione divertita.

- Era che hai preso un brutto colpo… Cristiana, no? - il professore li richiamò, e tutti tornarono attenti.

Adesso Henry era sicuro di non aver sbagliato: anno 1959 dopo Cristo, che era un tizio che si era fatto crocifiggere affinché il padre perdonasse i suoi assassini, corrispondente all'anno 16.217 dell'era degli Anthin.

Il professore stava ancora infilando, una dietro all'altra, le sue baggianate. Ora stava sostenendo che l’era glaciale aveva cominciato a diventare temperata circa undicimila anni prima, e questo per spiegare lo sviluppo della civiltà. Non trovava strano che l’uomo fosse riuscito a passare dagli alberi alle astronavi, in pochi millenni! Eppure senza la precedente civiltà atlantidea, questo non sarebbe stato possibile.

Il professore continuò spiegando come il mare Artico funzioni da valvola diluendo più o meno l’acqua della corrente del Golfo e sia così la causa delle glaciazioni. Henry sorrise, ricordando di avere visto palme tropicali lì dove il professore parlava di ghiacci eterni.

Quando la campana suonò la fine delle lezioni, Henry seguì la colonna degli altri studenti fino sul piazzale antistante la scuola. Alcuni di essi lo salutarono e lui rispose con cenni uguali ai loro. Ben presto il piazzale si vuotò. Lucy gli si avvicinò.

- Che fai? Non vai a casa. oggi? -

Henry indagò nella. mente della. ragazza ed ebbe chiaro il concetto di "casa". Le parole gli vennero quasi subito.

- Non mi sento molto bene. Ti dispiacerebbe accompagnarmi? –

La ragazza sorrise e lo prese sottobraccio.

Così Henry si trovo davanti a un grosso edificio, vagamente simile, ma assai più modesto, a quelli che la Gran Madre gli aveva fatto vedere a Sylva, in Atlantide. Qualcosa di familiare si sprigionava da quel palazzo, qualcosa come un ricordo confuso. Henry si abbandonò a quelle sensazioni: il suo corpo "ricordava". Fece le scale come in "trance" e premette il pulsante di un campanello, a lato di una porta di legno scuro. Una giovane donna aprì.

- Ciao! – esclamò cantilenando, poi si voltò e si allontanò lungo il corridoio. Uno strano odore aleggiava per la casa. Un odore che entrava in lui dandogli un senso di ritorno nella tana. Seguì la donna e si trovò in una piccola sala, arredata. a vivaci colori. Su un tavolo, fumavano delle strane montagnole colorate. Henry ne contò tre: una davanti a un uomo che gli fece un cenno di saluto, un'altra davanti alla donna, che aveva preso posto a fianco dell'uomo, e una terza che sembrava attendere lui. Henry si avvicinò al tavolo e sedette. L'odore che proveniva da quelle cose fumanti gli fece aumentare un liquido che gli dava un senso di disagio nella bocca. Indagò la mente dei due sconosciuti: l'uomo stava pensando a una brunetta con cui avrebbe passato ore felici nel pomeriggio, e la donna era preoccupata che il suo compagno progettasse di rimanere con lei dopo pranzo, in quanto aveva promesso a un giovanottone biondo di andare con lui fuori città.

- Non mangi? - disse la donna a Henry, e intanto pensò: "Se non gli va, meglio ancora..."

Henry guardò l’altro uomo. Come si faceva a mangiare? Poi ricordò di averlo visto fare nelle immagini mentali con cui la Gran Madre lo aveva istruito: bisognava introdurre, nel buco da cui uscivano i suoni, le materie prime necessarie alla vita di quel corpo massiccio. Dapprima incerto, poi sempre più sicuro, Henry cominciò a infilarsi grossi bocconi in bocca. Man mano che il cibo gli scendeva nello stomaco, si sentiva soddisfatto. I sapori, esperienza del tutto nuova, lo riempirono di eccitazione. Mangiò fino alla massima capienza fisica, sotto gli occhi increduli della donna bionda. Poi si rese conto che il piacere si stava trasformando in nausea. Allora smise.

Più tardi una spiacevole pesantezza si andò impadronendo del corpo che lo ospitava. Con grandi sforzi, riusciva a malapena ad alzare un braccio o muovere un passo. I sensi gli si ottundevano. Le palpebre cadevano sempre più spesso e più a lungo sugli occhi, riportandolo nel buio in cui sempre era vissuto. Però in questo buio non esistevano contatti mentali come nel mondo dei Trugs, questo era un buio morto, privo della meravigliosa congiunzione con altri simili. I pensieri si univano a fatica.

Si lasciò cadere su di un divano. L'uomo brontolò qualcosa, ed Henry captò una sensazione di ostilità nei suoi confronti, ma non ebbe più la forza di analizzarla. Il corpo, che lo conteneva si era staccato da lui, o forse era avvenuto il contrario... una nebbia grigia sembrava. salire da incommensurabili profondità tutto intorno a lui... più su, sempre più su... Cercò di muoversi ma il corpo non gli ubbidì. L'ultimo pensiero fu di morte: Arek sapeva che se il corpo di Henry moriva, prima che lui fosse riuscito a tornare nel proprio, sarebbe morto anche lui. L’ultimo pensiero fu di morte ma ormai le forze avevano abbandonato del tutto quel corpo.

Quando si svegliò, era già quasi buio. Nuovamente si osservò con stupore, poi tutto gli tornò alla mente. Dunque non era morto: quello che aveva subito era soltanto una specie di catalessi, quella morte periodica che i bipedi chiamano "sonno".

Sentì che l’apertura carnosa che aveva sulla faccia si stirava in quello che lì chiamavano sorriso. Si piegò sulle gambe e di nuovo si sentì forte e felice di possedere quel bel corpo muscoloso.

Indagò col cervello e capì subito di essere solo in casa. Per quanto sbarrasse gli occhi, non riusciva più ad avere una visione chiara degli oggetti che lo circondavano. Henry ricordò che il pianeta alternava con un certo ritmo luce e ombra. Forse anche il suo pianeta, ma lui non aveva mai potuto accorgersene. Si mise a curiosare intorno. Soprattutto i pulsanti, bottoni, maniglie e tutto ciò che sembrava essere stato pensato per essere toccato dalle due mani che si trovava ad avere, lo interessava. Cosi scoperse la luce artificiale, vagamente simile a quei globi fluorescenti che illuminavano l’astroporto sul monte Ulmer, nella fatidica notte in cui Reeh si era imbarcato sull’astronave. Poi fu la volta della televisione: Henry-Arek capi subito. Anche gli umani potevano vedere cose a distanza, solo che avevano bisogno di macchine. Lui, invece, dal suo pianeta, poteva captare, senza altra attrezzatura che la propria mente, tutte le stazioni della Nebulosa.

Istintivamente, aperse il proprio cervello per ricevere, ma nessuna visione gli apparve.

Un brivido di paura corse nei neuroni del suo cervello: dove mai era capitato se non poteva più ricevere le trasmissioni del proprio universo? Sapeva che non c’erano limiti di distanza che impedissero o affievolissero queste ricezioni telepatiche basate sull’entanglement delle particelle che costituivano le cellule nervose: probabilmente lo strano fenomeno era dovuto al fatto che lui era chiuso nel corpo rudimentale di un bipede, ma non riuscì a rassicurarsi del tutto. Questa paura lo riportò ben presto allo scopo della sua visita. Era venuto per vedere e poi distruggere il mondo e la civiltà dei bipedi!

Era meglio finirla subito. Sarebbero bastati pochi fili di rame, come aveva fatto Reeh, ma stavolta diretti contro la Terra e non contro il suo satellite. Si diresse verso l’apparecchio televisivo: forse avrebbe trovato li il poco materiale necessario... poi si fermò: l’ordine era di vedere, prima di distruggere. E lui non aveva ancora visto quasi niente. Per Reeh era stato più facile: doveva solo distruggere ed era stato mandato nel corpo di uno dei piloti della prima astronave. Ma lui, Arek, che cosa doveva vedere di preciso? Questo mondo sembrava assai diverso da Sylva, qui la gente sembrava non interessarsi affatto delle conquiste spaziali e alla scienza in generale. Possibile che la Gran Madre avesse sbagliato, facendolo capitare proprio in quel posto? Il tempo era quello, ma forse c’era stato un errore...

Henry si passò una mano sul viso. No, la Gran Madre non poteva sbagliare. E allora era lui che non riusciva a vedere... Ingurgitò una lunga sorsata di gas che il suo organismo si affrettò a bruciare, ed espulse i residui incombusti. Il sangue si arricchì di nuova forza ed Henry usci di casa. Scese le scale e fu ancora in strada.

Adesso lo spettacolo era assai diverso: il pianeta doveva attraversare la sua zona di ombra, ma mille punti e strisce luminose rischiaravano l’andirivieni della gente. Molti andavano sulle proprie gambe, ma altri stavano seduti su strani veicoli semoventi. Henry indagò i principi di quelle macchine e li trovò così buffi, nella loro primordialità, che scoppiò in una lunga risata. Qualcuno si fermò a guardarlo e poi si allontanò scuotendo il capo.

Cercò di dominarsi. Ma com’era mai possibile che questi bipedi, così arretrati e così lontani dal suo mondo, costituissero un pericolo mortale per i Trugs? Domanda senza risposta:

solo la fede nell’infallibilità della Gran Madre sostituiva l’irrazionalità apparente del problema.

La sua attenzione fu attirata da un abitacolo pieno di luce e tappezzato di foglietti multicolori: una gran folla si accalcava attorno. Henry si avvicinò e vide che la gente, posando dei dischetti metallici, otteneva in cambio un foglio biancastro, tutto coperto di segni neri.

Sentì, appesi nella guaina che i bipedi chiamavano ‘vestito", dei dischetti simili a quelli che la gente consegnava in cambio del foglio macchiettato. Fece scorrere una mano lungo il vestito e le sue dita li scoprirono, nascosti in una tasca della stoffa. Ne cercò l’apertura, la trovò e ci infilò la mano prendendo le monete. Goffamente ne posò una manciata sul banco dell’edicola. Una donna lo guardò con aria interrogativa ed Henry indicò un giornale. La donna glielo diede e gli rese anche quasi tutti i dischetti.

- Ehi! Vivi nel mondo della luna, tu? - Henry scosse energicamente la testa.

- No... no. Io sono di qui... –

La donna scrollò il capo ridendo e poi si rivolse agli altri compratori.

Henry si incamminò, confuso Che cosa aveva voluto dire quella donna? Forse stavolta i bipedi erano già arrivati sul satellite?

Per la strada, la gente camminava svelta, ma qua e là alcuni gruppetti commentavano concitatamente qualcosa, agitando i loro foglietti di carta. Henry esaminò meglio il suo. Nel centro della prima pagina spiccava una fotografia piuttosto confusa della Luna illuminata dal Sole. Più in basso, l’immagine di una piccola astronave. Poi nient’altro che segnetti neri, più o meno grandi. Henry capi quasi subito. Anche quello doveva essere un mezzo dei bipedi per comunicare. Un’altra fatica per supplire alla cattiveria della natura che li aveva privati dei poteri telepatici. Cominciò ad osservare meglio i segnetti. Molti erano uguali ed erano raggruppati in piccole schiere di varia lunghezza.

- Senti qui - disse un uomo a un altro. - Gli americani saranno i primi. L’astronave per la luna con tre uomini a bordo, pronta per il 1960! - e indicò dei segnetti più marcati che stavano proprio all’inizio del foglio. - Dicono sempre così - aggiunse l’altro, stringendosi nelle spalle - e poi fanno certe figure! Non mi stupirei che al loro arrivo sulla luna trovassero gli altri, con tanto di banda, a riceverli!- I due si allontanarono ridendo.

Ora Henry aveva compreso: quei segni erano la traduzione visiva dei suoni, dei pensieri. Ammirò la genialità del sistema e cominciò subito a cercarne la chiave. Non gli fu difficile: la frase letta dall’uomo gli fornì le basi, e dopo qualche tentativo, cominciò a compitare. Infine riuscì a leggere velocemente. Da quanto si diceva su quel foglio, i bipedi non erano ancora arrivati sul loro satellite, ma stavano preparandosi per fare il primo balzo. Dapprima non capì che cosa volesse dire l’affermazione che una particolare specie dl bipedi sarebbe arrivata ‘prima’, poi si ricordò che le ultime immagini che la Gran Madre gli aveva trasmesso, riguardavano due fazioni di bipedi, ostili tra loro. Il concetto di inimicizia gli era strano come ogni altra cosa che riguardasse il sentimento. Ma quei poveri bipedi non avevano una loro Gran Madre infallibile, erano isolati, paurosamente soli. Poi pensò che lui era venuto per ucciderli: forse l’inimicizia era qualcosa di simile. Si fermò davanti a un altro abitacolo pieno di quei fogli stampati e lesse i segni più grossi. Le cose stampate erano quasi sempre contraddittorie. Forse ogni bipede esprimeva così il suo pensiero e il loro isolamento non permetteva di seguire la verità. Nell’armonia dell’Universo, questa razza era una nota stridente. Ecco perché la Gran Madre gli aveva ordinato di farla sparire.

Un’immagine a colori attrasse la sua attenzione. Rappresentava una elegante astronave proiettata contro le stelle. Henry si fece più attento. Qualcosa, in quell’immagine, gli era vagamente familiare. Il titolo diceva: "I signori dello Spazio".

- Ciao! -

Il suono melodioso della voce di Lucy lo fece sobbalzare. Per un momento non ci furono che i luminosi occhi azzurri della ragazza.

- Ciao! -

Henry sorrise e le si avvicinò. Quel bipede lo attirava come un bosone in un campo elettrodebole. Se tutti fossero stati come quello, lui non avrebbe potuto portare a termine la sua missione. L’accarezzò con lo sguardo: i lunghi capelli bruni, le curve armoniose del corpo, di un corpo come il suo eppur così profondamente diverso, i tratti gentili del viso… e di nuovo si perdette nell’azzurro dei grandi occhi.

Cercò di dominarsi. Un pensiero lo tormentava: uccidere quel bipede non poteva essere una cosa giusta. In lui si specchiava l’armonia delle energie del Cosmo.

- Oh! - scherzò Lucy, prendendolo per mano - Prima eri incantato davanti alla tua opera e adesso ti sei incantato davanti a me? Lo sai che cominci a preoccuparmi?-

Henry si scosse. Sorrise e balbettò qualcosa. Poi fissò Lucy.

- Hai detto: "la mia opera"? – e intanto entrò nella niente di lei per penetrare la risposta prima che la ragazza la esprimesse in suoni.

- Già. Non era ‘ I signori dello Spazio', quel libro? –

Henry riceveva intanto dal cervello di Lucy più esaurienti spiegazioni. L’immagine che l’aveva attratto era il frontespizio di un libro, qualcosa come un giornale, ma più complesso. E quel libro l’aveva scritto lui, per pagarsi la pensione e gli studi. Pagare... dare dei dischetti per avere roba, e lavorare per avere quei dischetti... Allora doveva essere il suo corpo ad averlo scritto, cioè il vero padrone di quel corpo, eppure...

Si voltò dl scatto. Il libro era scomparso.

- Voglio quel libro, quel libro che stava qui...- L’uomo lo guardò con aria interrogativa.

- "I Signori dello Spazio"... - articolò ansiosamente Henry.

- Ah, quello di fantascienza! - si illuminò l’altro - Mi dispiace, ma proprio adesso è passato un signore e me li ha comprati tutti. Non ne tengo molte copie di quella roba.-

Henry sentì il sangue circolargli più in fretta, mentre qualcosa dentro dl lui lo spingeva ad agire, lo incitava a sfogarsi su qualcosa o su qualcuno. Poi si calmò, esausto per quell’altra novità che era stata l’ira. Lucy rise.

- Perbacco che successo! Ti comprano le copie a decine alla volta! Meno male che me ne sono fatta dare una. Tra qualche anno... - Henry la interruppe.

- Tu ne hai una?- Lei lo guardò, preoccupata - Ma Henry, non ti ricordi? Mi hai fatto anche la dedica …-

- Lo voglio... - Si interruppe. Il cervello di Lucy gli mandava onde crescenti di sospetto. -

Lucy... voglio leggerlo, io... rileggerlo…-

- Va bene, va bene. Domani te lo porto, ma non c’è bisogno di agitarsi tanto. In fondo si tratta solo di un libretto scritto per guadagnare qualche soldo, e non di un’opera d’arte. O almeno così mi hai detto.-

Henry non parlò, ma seppe che Lucy non l’aveva ancora letto e che era sincera. La ragazza lo prese sottobraccio.

- E adesso andiamo a vedere questa partita di pallacanestro.- Guardò il giovane e gli sorrise. O ti eri dimenticato anche di quella?-

Henry si affrettò ad assicurarle il contrario. Ormai il cervello di Lucy era in allarme. Temeva per la sua salute o qualcosa del genere. Lui doveva stare attento a non correre rischi sciocchi. In fondo quel libro lo aveva colpito e gli era sembrato familiare perché lo aveva scritto il suo corpo e, come già era successo altre volte imbattendosi in cose e persone, cosi ricordavano i suoi sensi,

Camminavano in fretta. Henry sentiva a tratti il corpo della ragazza sfiorare il suo e uno strano languore lo prendeva allo stomaco. Stringeva il braccio di lei contro il proprio fianco per assaporare meglio il dolce tepore che sprigionava. Nessuno dei due parlò.

Henry pensava a se stesso, alla sua vera identità: pensava ad Arek e quasi riusciva a dividere le due cose. Un involucro oblungo, biancastro, immerso in un buio eterno, senza emozioni, in una quasi perfezione universale. Questo era lui e, indubbiamente, la scala evolutiva era arrivata, con la sua razza, ad uno degli ultimi gradini, dopo i quali si apre il regno della pura essenza, della pura energia. Quei bipedi, a cui aveva rubato le sembianze, erano invece ancora ben lontani da tutto ciò: confusi, turbolenti, isolati, limitati, eppure caldi, pulsanti, con una piacevole forza fisica, residuo bestiale, ma che lui non riusciva a disprezzare. E poi c’era Lucy. Che cos’era, quel bipede? Quale attrazione invisibile, inspiegabile, li legava? Perché non trovava traccia di ciò neppure nei recessi della mente di lei?

La ragazza lo guardò e gli sorrise, stringendoglisi addosso per un attimo. Henry si senti avvampare, poi, nei limpidi occhi della sua compagna, trovò una dolcezza infinita, eterna, riservata a lui solo. Senti il desiderio di staccare un pezzo di se stesso, del suo corpo caldo, per darlo a lei. Sentì il desiderio di essere aspirato e bruciato, come i gas che lei assorbiva a pieni polmoni, sentì il desiderio di essere divorato dalla sua bocca e nello stesso tempo di divorare lei...

Le passò un braccio attorno alle spalle e Lucy si abbandonò fiduciosa, appoggiandosi a lui. Henry sentì il bisogno di proteggerla e di difenderla. Avrebbe voluto poter creare dei pericoli per poterla salvare. Poi d’un tratto si ricordò che il pericolo c’era, e mortale: lui!

 

XI

Edmund Wohler puntò verso l’alto. Il cielo azzurro, limpidissimo, gli venne incontro come un oggetto solido. Il jet vi si tuffò a mille chilometri orari. Il piccolo aereo ubbidiva alle mani di Edmund con una sensibilità così perfetta, che il pilota aveva la meravigliosa sensazione di essere una cosa sola con la sua macchina. Disegnò nel turchino una gigantesca O, e di nuovo si lanciò in avanti.

Dapprima gli parve uno strano riflesso verdastro, causato forse da una particolare rifrazione atmosferica. Era un grosso alone opalescente. di forma ovoidale. Esitò per una frazione di secondo. Aveva sentito parlare di temibili fulmini circolari, vere e proprie centrali elettriche, pronte a scaricarsi su qualsiasi oggetto che fosse entrato nel loro raggio. In quella frazione di secondo, passarono nella mente di Edmund un’incredibile quantità di scene: la biondissima ossigenata con cui aveva appuntamento la sera stessa, le sbronze con gli amici nei giorni di riposo, la villetta messagli a disposizione dal Comando, con tanto di cameriere negro, il volume considerevole della sua busta paga settimanale, e il piccolo ranch che si sarebbe comprato di li a cinque anni, appena terminata la sua carriera di collaudatore. Non si diventa piloti collaudatori di apparecchi a reazione se si hanno delle esitazioni più lunghe di qualche frazione di secondo e nonostante questo, pochi riescono ad arrivare vivi alla fine dei sette anni di contratto. Per questo la Casa Bianca concede loro villette, servi e una cospicua paga. C’è anche un vistoso premio in caso di morte, ma a questo i piloti preferiscono non pensare.

Il jet puntò risolutamente contro la strana luminescenza. Balzò in avanti, ingoiando torrenti d’aria dalle sue bocche spalancate e sputandola rovente e infiammata dagli ugelli posteriori.

Il pilota si preparò a vedersi balzare addosso il gigantesco alone, e invece questo rimpicciolì notevolmente. Sbatté le palpebre: aveva lanciato in avanti l’aereo e questo sembrava invece essersi allontanato dall’obiettivo. Il jet fece un nuovo prodigioso balzo: adesso l’ovale verde fuggiva! Chiaramente si andava allontanando a una velocità superiore a quella del jet del povero Edmund che non riusciva a credere ai propri: il suo quadrante segnava milleottocento chilometri l’ora! Tirò a sé la manopola per lo sgancio dei serbatoi di riserva. Ora aveva solo una ventina di minuti di autonomia, ma poteva aumentare ancora la velocità. Il jet avrebbe avuto un collaudo davvero definitivo! Intanto cercò di comunicare con la base.

- Tutto bene. Sganciato i serbatoi per inseguire una specie cosa verdastra che si muove forse a oltre duemilacinquecento chilometri orari. Non riesco a capire di che si tratti. Forse un disco volante. Cerco di andare a bussargli sull’uscio.-

- Qui base. Edmund, torna subito! Può essere pericoloso! –

Il jet aumentò la velocità, rincorrendo la forma oblunga che gli sfuggiva, apparentemente senza spinta di alcun genere, in barba al povero Newton e alla sua legge della gravità.

- Avete paura di dover versare l’assicurazione ai miei eredi? Duemilaseicento... Adesso mi sembra di aver raggiunto la velocità della "cosa"! Duemilasettecento...-

- Qui base. Ed, sei impazzito!! Non ce la farai più a tornare! Vieni giù! E’ un ordine! -

- Duemilaottocento. Guadagno terreno... quest’apparecchio è una meraviglia, non c’è una vibrazione. Duemilaottocentocinquanta... duemilanovecento... tra poco ci siamo...-

- Edmund! Qui base! E’ un ordine! Torna giù! Subito! Maled...-

- Tremila... Ragazzi, questo si chiama andare! Se non torno, salutatemi la mia bionda! Verrà al campo verso le sei, la riconoscerete subito, conoscete i miei gusti. Tremilacento, ragazzi... se non ci sarò io, non lasciatela sola, è un tipo che sa tener compagnia. Tremiladuecento... Gli sono addosso...-

- Qui base! Non aumentare più, ti salterà in mano! Edmund! Ci senti? –

Il jet di Wohler, scottante per l’attrito con l’aria lacerata, si tuffò decisamente contro la misteriosa luce verde. Saranno mancati forse dieci chilometri, quando la luce opalescente cessò di colpo, e apparve, in tutta la sua lucentezza metallica, uno scafo dalle linee armoniosamente curve, ripetenti ai lati il disegno di una goccia d’acqua, convesso nella parte superiore, come una bolla d’aria.

Il sole picchiò, crudo, riverberando la sua luce, spezzettata dalla lega metallica in tutti i colori dello spettro, sulla meravigliosa nave degli spazi.

La sorpresa per Edmund fu troppo forte. I suoi nervi ebbero un attimo di esitazione. La solita, tipica, mortale esitazione che non permette ai piloti collaudatori di arrivare vivi al sospirato piccolo ranch.

- Non è... E’ un... -

La voce di Edmund Wohler si interruppe nella radio della base. Chi era in ascolto seppe che nessuno l’avrebbe udita mai più.

Il jet, lanciato alla sua velocità massima, ingoiò in un attimo i dieci chilometri di spazio e si dissolse in una nuvola di vapore ardente contro le barriere magnetiche della misteriosa astronave.

Nei dossier del Pentagono, sotto la voce "Dischi e oggetti volanti di provenienza sconosciuta" venne archiviato anche il caso del pilota collaudatore Edmund Wohler. Tutti i posti di avvistamento del continente, scrutarono invano i cieli per quarantotto ore consecutive. Eppure l’astronave era là, però nuovamente avvolta nel suo manto opalescente che la rendeva assolutamente inavvistabile Ai radar, di cui assorbiva le onde, riemettendole dietro di sé, con uguale frequenza.

Quella sera, al campo, ci fu lutto. Tuttavia la bionda di Edmund si trovò un altro ragazzone e non si accorse quasi della differenza, Il giorno seguente, al nuovo sole, la vita riprese il suo ritmo. La morte è troppo vicina ai seggiolini sganciabili dei jet perché coloro che ci si siedono sopra soffermino il pensiero nelle sue occhiate desolate.

Assai più a lungo, invece, la morte di uno sconosciuto Figlio della Terra, venne rimpianta dagli ominidi rossi dell’astronave.

I Figli della Terra, schiacciati dal peso di una maledizione, erano rimasti indietro nella corsa agli spazi, ma restavano pur sempre i depositari della Civiltà Prima.

Krl si fece passare una mano sulle orecchiette appuntite. I suoi occhi, liquidi e incolori, erano tristi. Mai avrebbe voluto la morte di uno dei grandi uomini del pianeta Terra, ma c’era la Legge! La Legge stabilita proprio dai Figli della Terra! Sospirò, e poi fece passare le sue piccole dita in alcune scanalature, su un quadro di comandi. Una parete della cabina si illuminò. L’immagine si mise a fuoco. Dapprima apparvero, confusamente, i contorni delle due Americhe, poi l’immagine si ingrandì rapidamente. Ora le linee frastagliate di una piccola penisola, occupavano per intero la parete. L’immagine ingrandì ancora, fino a centrarsi su un grande spiazzo. Larghe e basse costruzioni di cemento armato lo limitavano da un lato. Sul tetto di una di esse era dipinto a caratteri enormi: CAPE CANAVERAL.

Krl sorrise. stato un bersaglio molto facile. Questo era un buon segno. I Figli della Terra non dovevano temere alcuna aggressione per ostentare a quel modo la presenza della loro base più preziosa.

Un ordinato, imponente movimento avveniva sullo spiazzo. Attorno ad enormi tralicci di acciaio, andavano e venivano grossi mezzi cingolati. Potenti braccia meccaniche innalzavano pesanti lastre di metallo. Krl si passò ano sul mento rotondo e si la fitta peluria che gli spuntava dalle larghe narici. Non c’erano dubbi: i Figli della Terra stavano attuando il progetto annunciato. Forse tra qualche mese, essi sarebbero saliti nello spazio ad occupare il posto che a loro spettava. O almeno avrebbero tentato, come millenni prima. Questa volta però, il pianeta Terra era tutto, o quasi, popolato da genti di uguale civiltà.

Lo schermo si annebbiò e Krl fece scorrere le dita in altre scanalature. Adesso una vasta distesa gelata riempì la parete luminosa. Poi un altro spiazzo, altre larghe costruzioni e altri Figli della Terra intenti allo stesso lavoro. Sul tetto di un edificio stava scritto: Atomgrad. Qui l’astronave era quasi compiuta e i lavori procedevano rapidamente. I tempi stringevano, e Krl si augurò che I Figli della Terra fossero all’altezza del loro destino.

Lo schermo si oscurò nuovamente. Krl si avvicinò a un microfono e disse qualcosa con una vocetta sibilante, come un insieme di consonanti senza vocali.

Una voce simile alla sua, suonò nella cabina. Dopo di che, Krl prese posto in una semisfera traslucida. Sibilò ancora qualcosa e attese la risposta. Infine introdusse un dito in un forellino scavato sul bordo della cuccetta sferica. Il contatto avvenne per un attimo, l’alone verdastro che nascondeva l’astronave scomparve. Una forza terribile contorse lo spazio attorno allo scafo e lo proiettò a cinquanta milioni di miglia.

Krl vinse la nausea prodotta dal grande balzo. Saltò fuori dalla sua semisfera e riaccese il grande schermo televisivo.

La superficie rossastra di Matte riempì la parete. L’immagine della crosta del pianeta era nitida e precisa. Rarissime nuvole si muovevano lentamente, diradandosi e ispessendosi qua e là.

L’immagine cominciò ad ingrandire. Ben presto una grande distesa di arditissimi palazzi, occupò lo schermo. Erano costruzioni enormi, alcune delle quali dovevano superare i seicento metri di altezza. Ardite nelle loro linee e nei loro disegni, ma assai poco difformi dalle case terrestri. Grandi vetrate, giardini pensili, terrazze schermate, ed ampie strade percorse da piccoli veicoli che parevano rasentare il suolo senza toccarlo.

Krl sibilò nel microfono:

- Missione di osservazione ventinovemilaseicentoquarantatré. Krl ad Anth, urgente.-

Un fruscio invase la cabina, e poi:

- Osservazione 29.643. Precedenza di primo grado. Astroporto Ulm.-

Krl respirò soddisfatto.

L’astronave scivolò dolcemente sulla città immensa, e si fermò, qualche minuto più tardi, sospesa nel vuoto a un’altezza di duemila metri, sopra un quadrato rosso i cui lati non superavano il chilometro e mezzo. Poi con lentezza, prese a scendere perpendicolarmente. Si posò sulla sabbia compatta e cementata, con la stessa leggerezza di una foglia, e con rumore ancora più lieve.

Un piccolo veicolo trasparente si staccò dai bordi del campo e si avvicinò rapido all’astronave. Non toccava il suolo, scivolava a qualche centimetro da esso.

Una fessura si formò su un lato dell’astronave e prese ad allargarsi. Appena fu possibile, Krl si affacciò. Il veicolo si accostò e lui vi prese posto. Nessuno lo guidava, tuttavia la strana macchina, docilmente, voltò e si allontanò verso l’imbocco di un alto edificio. Intanto un’altra assai più grande, provvedeva al trasporto degli altri membri dell’equipaggio dell’astronave, in tutto e per tutto simili a Krl.

Il piccolo marziano venne depositato in una stanza sferica e la macchina scivolò via. Krl tranquillamente, con i gesti dettati evidentemente da una lunga abitudine, si slacciò il corpetto marrone che costituiva il suo unico abbigliamento e lo infilò in una fessura. Un lampo bluastro gli confermò che era stato distrutto. Poi il marziano fece correre un dito in una scanalatura e la sfera cominciò a riempirsi di un gas sottile e rosato. Infiniti, piccoli ugelli, lo soffiavano con forza nella sfera. Krl si avvicinò ad uno di essi ed ebbe particolare cura che il getto lo investisse completamente.

Dopo una mezz’ora, il gas cessò di uscire e l’apparecchio semovente riapparve. Krl vi si accomodò e subito la macchina lo trasportò in un’altra sala. Qui, j un getto potente di minutissime particelle di sabbia, investì il piccolo marziano che sembrò godere molto quel trattamento. Infine, con un corpetto nuovo, venne portato di fronte a una grande parete di piombo. Apparentemente non accadde nulla, ma qualcuno dovette essere soddisfatto perché una voce risuonò nella stanza:

- Controllo eseguito. Tutto bene. Via libera. –

Krl trotterellò via sulle piccole gambe. Sbucò su una grande terrazza schermata da cui godette la vista panoramica di Slva, capitale e unica città del Marte.

Due marziani gli si avvicinarono.

- Krl, Anth, il Figlio della Terra ti aspetta.-

Krl sentì le ginocchia piegarglisi sotto. Anth! Il Figlio della Terra in persona!

La grande sala del trono non era dissimile da tutte le altre. In mezzo ad essa, però, sorgeva uno scranno azzurro. Proprio al centro di una grande stella incisa sul pavimento.

Anth sedeva sullo scranno. Di statura notevolmente più alta di Krl, sembrava una via di mezzo tra un terrestre e un marziano E in realtà era proprio così.

Il colore chiaro della sua pelle, le orecchie poco appuntite, la scarsità dei peli delle narici, l’iride castana degli occhi, erano segni decisamente terrestri.

Krl entrò con tutta la dignità di cui si sentiva capace. Però non osò fissare lo sguardo colorato del Figlio della Terra. Anth parlò:

- Krl, vieni avanti. Cosa stanno facendo i miei disgraziati fratelli?- Krl avanzò.

- Anth, Figlio della Terra, i tuoi fratelli sono quasi pronti. Tra un quarto di giro intorno al Sole, saranno negli spazi!- Anth strinse le mascelle.

- Con l’energia dell’atomo?! - e la voce sorda rese la domanda disperata.

Krl non rispose, ma chinò il capo. Anth si alzò e misurò la sala a grandi passi.

- Uno dei tuoi fratelli è venuto a disintegrarsi contro le batterie magnetiche dell’astronave mentre ero in osservazione a bassa quota sul pianeta Terra.-

Anth parve non udire. Krl non osò più parlare. Pian piano, Anth si ricompose. Sorrise a Krl che aveva trovato finalmente il coraggio di guardarlo in faccia.

- Krl, il tuo pianeta ha compiuto più di settemila giri intorno al Sole, dal giorno in cui i nostri avi si promisero amicizia e reciproco aiuto. Settemila anni. Quattordicimila anni terrestri.. e adesso la mia gente è nuovamente pronta a salire negli spazi. Ma temo che la lezione avuta molti millenni fa non sia servita, essa è andata persa. Una vaga leggenda è tutto quanto rimane della civiltà dei miei avi. Ora i terrestri si apprestano nuovamente a forzare di prepotenza le leggi del cosmo, e nuovamente andranno incontro alla catastrofe. Forse qualcuno si salverà e tutto ricomincerà un’altra volta... Ma forse non si salverà nessuno. Quando i miei avi arrivarono qui e decisero di conservare il più possibile pura la loro razza, ubbidirono a un istinto e a una vaga speranza di vedere un giorno nel cielo una delle loro astronavi, poi, con l’andar dei secoli, il ricordo della Terra si affievolì, ma la Legge era stata scritta. Dormì, quasi dimenticata, per interi millenni, e le nostre razze si fusero sempre di più, tranne che per una famiglia, quella degli Anth, i capi, che dovevano tenere viva la fiaccola della loro origine. Poi la scienza dei miei avi e l’intelligenza dei nostri popoli ci portarono nello spazio. Noi abbiamo messo a frutto la lezione avuta e le Leggi dell’universo sono le Leggi delle nostre navi. Trovammo i miei fratelli ancora molto indietro sulla scala della civiltà: avevano ricominciato tutto daccapo e neppure si ricordavano dei tempi in cui erano arrivati alle soglie dello spazio! E applicammo la Legge! Nessuna razza deve essere aiutata nella conquista dello spazio. Chi riesce a dominarlo è sicuramente degno di starci, chi non riesce vuol dire che non è ancora maturo per una tale impresa: aiutarlo potrebbe significare morte! I miei fratelli hanno ribattuto le stesse vie di un tempo. Temo che il lancio della loro prima astronave coinciderà nuovamente con la loro rovina! -

Krl parlò:

- La Legge accenna a un intelligenza superiore e infallibile che agisce nell’interesse di ogni essere. Essa non può volere la distruzione dei Figli la Terra, della razza prima è giunta alla civiltà in questo Sistema! -

Anth guardò Krl:

- La salvezza dei miei avi e la mia stessa esistenza provano infatti che è stato preciso volere di questa intelligenza voler salvare la mia razza. Ora, anche se il pianeta Terra verrà distrutto, la razza sopravviverà ugualmente tramite quelli che sono sul tuo pianeta. Anche se lentamente finiranno col fondersi in modo definitivo con voi, ma forse proprio questo è il meglio per tutto il sistema... Forse è la tua razza quella destinata ad essere la prima dei nove pianeti!

- Noi non vogliamo usurpare il posto che spetta ai Figli della Terra, ma se il destino sarà quello che tu prevedi, noi porteremo la verità agli estremi confini della Galassia: noi, ma il merito sarà ugualmente vostro! –

Anth guardò, commosso il piccolo marziano.

- Grazie, Krl, non so se i miei fratelli siano degni di tanto! -

Krl stava per ribattere, ma un gentile cenno di Anth lo costrinse a tacere.

- Il Gran Consiglio vorrebbe aiutare il pianeta Terra. Io mi sono opposto. La tua gente conosce soltanto sentimenti nobili e buoni: essi sono i più adatti a conquistare gli spazi.-

- Ma tu e il tuo popolo siete tutta la nostra scienza - protestò Krl, sincero, come era nella natura del popolo di Marte. Anth continuò come se non lo avesse sentito.

- Da oltre duecento anni terrestri, noi osserviamo la mia gente. Li abbiamo visti uccidersi, uccidersi e uccidersi ancora. Forse è davvero bene che loro non salgano mai negli spazi.-

Krl si passò una mano sulle orecchie aguzze e con la sottile lingua si umettò le labbra. Anth si avvicinò alla enorme vetrata che formava la quasi totalità delle pareti. Sotto di lui si stendeva Slva, in tutta la sua impressionante audacia e imponenza; oltre, laggiù all’orizzonte, il rosso deserto del pianeta, tormentato da continue bufere di sabbia. Nella pallida luce del giorno morente, il grande schermo protettivo che circondava, a mo’ di cupola, l’intera città, era reso visibile dagli ultimi barbagli del piccolo disco del sole.

Anth era triste, I piccoli, gentili esseri di quel pianeta agonizzante e torturato, forse non sarebbero sopravvissuti senza l’apporto della scienza atlantidea. Ma essi avevano imparato presto ed ora erano bene in grado di vincere qualsiasi ostacolo naturale. Forse avrebbero potuto anche porre il loro pianeta in un’orbita più vicina al sole, se non avessero avuto un innato, invincibile rispetto per l’ordine naturale delle cose.

Le grandi narici pelose che avevano permesso loro di sopravvivere e respirare anche quando la sabbia li avvolgeva come un liquido muro rosso, adesso non servivano più. L’abbondanza dei cibi sintetici e dell’acqua ottenuta direttamente combinando idrogeno e ossigeno avrebbe, a lungo andare, aumentato la statura della razza. La schermatura contro i raggi ultravioletti del Sole avrebbe dato colore ai loro occhi e schiarita la loro pelle. Sarebbero diventati assai simili alla gente della sua razza, assai simili nell’aspetto, ma migliori nell’animo e nel cuore. Migliori senza averne particolari meriti, migliori per virtù della Natura...

Krl non si era mosso. Anth lo guardò e si rasserenò.

- Abbandonate l’osservazione del pianeta Terra. Tutte le astronavi tornino alle basi. Noi non interverremo! -

Krl ebbe un moto di protesta, ma Anth si era di nuovo voltato verso la vetrata. Ora Slva si accendeva di una luce dorata, diffusa, senza ombre. Le grandi strade si riempirono di veicoli

in un traffico denso ma pacifico e ordinato. Krl, prima di uscire, sentì Anth, il Figlio della Terra, mormorare tra sé:

- Li aspetteremo qui... Se ci arriveranno, saranno anche degni di starci... -

 

XII

Le labbra tiepide della fanciulla premettero sulle sue. Un brivido estenuante gli corse lungo la schiena. Le braccia gli penzolavano, inesperte, lungo i fianchi. Poi, ubbidendo a un impulso irrazionale, la strinse a sé, dapprima con dolcezza e poi quasi con ferocia.

Il corpo di Lucy aderì completamente a quello di Henry e Arek sentì formicolare nelle sue vene una sete ardente che lo scombussolò. La ragazza, dopo un ultimo bacio, si liberò dalle sue braccia e corse in casa. Il portone si chiuse dietro di lei con un sordo tonfo. Henry si ritrovò solo, nella strada scarsamente illuminata. La sua mente era in subbuglio. Meccanicamente tornò sui propri passi. Che cos’era il senso struggente che lo spingeva ad anteporre quel bipede dai lunghi capelli bruni a se stesso, alla sua missione, a tutto l’Universo?

Respirò profondamente l’aria frizzante della notte. Doveva scacciare l’immagine di Lucy dai suoi pensieri! Doveva agire e agire subito, altrimenti non avrebbe agito mai più. Affrettò il passo: dall’apparecchio televisivo di quello che doveva essere la sua casa, avrebbe preso il necessario per costruire il di dispositivo che avrebbe portato il pianeta dei bipedi in un’orbita così esterna che il gelo avrebbe soffocato di colpo e per sempre ogni essere vivente.

Lucy...

Scacciò con uno sforzo l’immagine della ragazza, questa ritornava, dolce, ossessiva, affascinante. Tutto teso in questa sua lotta, Henry infilò più per istinto che coscientemente, il portone del palazzo in cui abitava.

Attraversato il buio androne pose il piede sul primo scalino.

Una vivida luce lo colpì l’improvviso. I suoi occhi abbacinati non riuscivano a distinguere nulla. Una mano apparve nel fascio di luce. Teneva una copia del libro di fantascienza cui copertina aveva, qualche ora prima, attirato l’attenzione di Henry. Un’astronave, dalle belle linee eleganti, proiettata contro le stelle. Una voce maschile, profonda e ferma, lo interpellò.

- Sei tu l’autore di questo romanzo? -

Henry allungò le sue dita neuroniche per afferrare il cervello dell’uomo che si nascondeva dietro il fascio luminoso della torcia elettrica, ma ricevette in risposta una scarica dolorosa. Henry allibì: quell’uomo misterioso aveva prontamente chiuso la propria mente, e lui era incapace di forzarla!

L’uomo ritirò il libro.

- Questa è una risposta esauriente! Vieni, sono quindicimila anni che ti aspettiamo! Non ti faremo alcun male.-

Henry esitò. Tutto avrebbe potuto prevedere, ma non una situazione di questo genere! L’evoluzione di quei bipedi, che lui aveva visto vivere sugli alberi, doveva aver percorso ben rapidamente la propria strada! Questi esemplari erano perfettamente padroni dei propri cervelli! Perché, adesso che l’uomo aveva spento la torcia, lui distinse chiaramente i contorni di altri due bipedi, e i loro cervelli erano ermeticamente chiusi! Non poteva nulla, contro di loro!

Quello che sembrava il capo, gli si avvicinò e lo prese strettamente sotto braccio.

- Tu non sai chi siamo, ma ti diremo tutto a suo tempo. Ora devi seguirci. Questo forse intralcerà i tuoi piani, ma ci concederai il diritto di capire, prima di accettare un destino sul genere di quello che credo tu ci stia preparando! Andiamo! –

Henry seguì l’uomo, e gli altri due si misero ai suoi fianchi. Di tanto in tanto, cercava di forzare le barriere mentali dei suoi rapitori, ma senza alcun risultato. Il gruppetto percorse alcuni isolati senza parlare, poi Henry fu spinto nel portone di un palazzo. Salirono tutti su di un ascensore che al loro ingresso si illuminò. Finalmente poté guardare in volto i tre uomini. Due di essi erano di mezza età ma il terzo, quello che lo stringeva da presso, non aveva un’età definibile. Indubbiamente molto vecchio, serbava negli occhi e nella dignità della persona qualcosa che lo poneva fuori del tempo. Il suo sguardo metallico si fissò negli occhi di Henry.

- Il mio nome non ha importanza. Tutti mi chiamano Gran Maestro. Ti aspettavamo, ma temevamo di non saperti riconoscere. Per fortuna tu ci hai facilitato il compito scrivendo questo libro! - e nuovamente mise "I Signori dello Spazio" sotto gli occhi di Henry. Egli guardò attentamente la figura dell’astronave e trasalì. Ecco che cosa lo aveva colpito in quel disegno! Ma com’era possibile? Lui non l’aveva scritto! Era stato Henry, il vero Henry, a farlo! Ma allora, com’era possibile che nell’ugello posteriore dell’astronave si distinguesse chiaramente un dispositivo antigravità? Esattamente uguale a quello che lui avrebbe dovuto costruire per distruggere la civiltà dei bipedi? Chiuse gli occhi, sommerso dall’assurdità della sua scoperta.

Il Gran Maestro continuò, con la sua voce profonda e suadente:

- Non so perché tu l’abbia fatto, ma senza questo libro non ti avremmo mai scoperto. Non sapevamo neppure bene, in fondo, quello che cercavamo, anche se sapevamo che questo era il momento giusto. Tutti eravamo certi che saresti tornato. -

Henry radunò le sue forze psichiche e si lanciò all’assalto del cervello del suo interlocutore. Per un attimo si illuse di riuscire a sfondare la barriera che proteggeva il cervello del bipede, ma questi si riprese subito e gli sorrise.

- Lascia stare. Sai bene che non ci puoi riuscire, se io non voglio! Ma a suo tempo ti permetterò di sondarmi a fondo, cosi capirai! -

- Lo spero, ma non illudetevi di riuscire ad impedire che quanto è stato deciso si compia. Questo corpo che avete catturato non ha alcun valore. Distruggetelo, ma non distruggerete me... - Henry barava, ma stava tentando disperatamente di tracciarsi una linea di condotta.

Intanto l’ascensore arrivò a destinazione. La sua porta si apri su di una spaziosa terrazza, in cima a un altissimo palazzo. Nel buio, contro il cielo, si distingueva la sagoma di un elicottero. I quattro vi presero posto e il rudimentale aereo prese quota.

Il viaggio si protrasse per diverse ore. Henry non avrebbe mai supposto che quella macchina potesse salire tanto in alto e volare tanto forte. Anche in essa qualcosa gli sfuggiva. Possibile che la Gran Madre avesse commesso qualche errore? O forse aveva previsto tutto e faceva parte dei suoi calcoli anche il fatto che lui non fosse al corrente di alcune cose su quegli strani bipedi? Ma perché, se suo dovere era quello di distruggerli? No, lui non doveva solo distruggerli. Doveva prima osservarli e poi distruggerli.

Perché?

Il Gran Maestro indicò qualcosa dall’oblò, rivolgendosi a Henry.

- Non ti dice niente? -

Si affacciò: una distesa gelata si stendeva a perdita d’occhio sotto l’elicottero che ormai volava a poche centinaia di metri dal suolo. Il Gran Maestro sorrise, ma il suo sguardo rimase metallico e freddo.

- Cosi hai ridotto il mio Paese, e adesso avresti voluto i durre cosi tutto il pianeta. Davvero credi che sia giusto? –

Henry capì. Quella terra desolata lui l’aveva vista fertile fiorente, al posto di quei ghiacci ricordava snelli palmizi ondeggianti sotto un sole dorato dove adesso batteva un mare buio e freddo ridevano, piene vita, le belle case degli Antlantidi.

- L’Antartide! - sospirò tra sé il Gran Maestro.

- L’Atlantide! - si lasciò sfuggire Henry.

Il Gran Maestro lo guardò nuovamente.

- Già - mormorò, - L’Atlantide! La culla della civiltà! La terra di un popolo che avrebbe dominato le stelle se... - strinse ‘la mascella e per un attimo Henry ebbe una strana sensazione allo stomaco. Era paura, ma lui non sapeva dare nome a quanto sentiva.

- Non so chi siate e come facciate a conoscere cose che, per quanto ne so, tutto il vostro pianeta ignora, comunque sappiate che esiste un’intelligenza per cui non ci sono possibilità di errore, e anche quello che può sembrare crudele a volte è necessario per ottenere un risultato positivo, o almeno per assicurare la sopravvivenza all’essere più evoluto.-

Il Gran Maestro parve ad un tratto curvarsi sotto il peso degli anni e sospirò.

- Certo, certo... Tuttavia non ho mai contestato a un animale il diritto di cercare con ogni

mezzo di sottrarsi alla morte decisa da un uomo per la propria sopravvivenza.-

Henry non rispose. Sentiva, aveva sempre sentito dentro di sé, un’inspiegabile simpatia verso quei bipedi. Inconsciamente invidiava i loro sensi primitivi che permettevano loro di godere di sensazioni animalesche ed ora, poi, se ne trovava davanti tre che parevano unire a quei sensi anche il controllo delle proprie menti.

L’elicottero si posò leggermente sul ghiaccio. Un vento freddissimo spazzava la pianura gelata. Perché l’avevano portato laggiù? Volevano forse giustiziarlo sul teatro di quelli che ritenevano i suoi crimini? Per un attimo Henry pensò che per lui sarebbe stato facile fuggire e ritornare nel suo mondo, nel suo corpo ovoidale a godersi le trasmissioni telepatiche delle migliori stazioni della Nebulosa! Ma poi cambiò idea: questa, in fondo, era un’avventura assai più interessante di quelle storie. E soprattutto era reale! Inoltre sentiva una strana fiducia in quell’uomo che pareva sapere tante cose.

Il portello dell’elicottero venne aperto e il freddo invase il piccolo abitacolo.

Il Gran Maestro lo invitò a scendere e a seguirlo. Il ghiaccio era duro e spesso. Pareva che nessun essere vivente lo avesse mal calpestato. Poi, all’improvviso, da esso spuntò, come per magia, una piccola cabina di acciaio. Una fredda luce la illuminava. I quattro uomini entrarono, e lo strano veicolo sprofondò nelle viscere gelate del continente.

Dopo una rapida corsa di qualche minuto, la cabina si fermò. Il Gran Maestro aprì la porta e spinse fuori Henry. Alcuni uomini sembravano attenderli.

- E’ lui! - esclamò il Gran Maestro.

Gli uomini lo guardarono con curiosità ma le loro menti rimasero impenetrabili.

- Non perdiamo tempo - incitò Il Gran Maestro - dobbiamo provare subito. E’ la nostra unica speranza!-

Henry venne condotto, attraverso un tunnel di metallo, in una grande sala. Dalle pareti si sprigionava una fredda luminescenza. Nel mezzo, due lettini di acciaio, avvolti in un intrico di fili.

Henry credette di capire. Forse adesso era suo dovere tornare, o le porte del suo mondo avrebbero potuto essere forzate. Ma probabilmente la Gran Madre sapeva. Doveva sapere! Lanciò un richiamo telepatico ma non riuscì a captare nulla. A quale orribile distanza si trovava il suo mondo? E si trattava poi di distanza? Il Gran Maestro gli si avvicinò.

- Ascoltami. io voglio andare nel tuo mondo. Se tu mi aiuti forse ci arriverò. Non temere, non farò nulla contro la tua gente. Voglio soltanto difendere la mia, e capire perché essa è stata condannata. So che, se tu volessi, il mio viaggio non sarebbe possibile, perciò ti chiedo: vuoi concedere alla mia razza una probabilità di salvezza? Vuoi dare alla mia gente l’opportunità di capire, di intendersi con la tua? Da dove vieni? Come sei in realtà?-

Henry rimase soprappensiero per alcuni minuti. Il bipede aveva ragione, ne era sicuro, ma che cos’era lui infine se non un Trug qualsiasi addetto ai radiotelescopi? Come poteva assumersi la responsabilità di una tale decisione? Però, d’altra parte, che cosa poteva temere la sua gente, da uno di quei bipedi? La Gran Madre non sarebbe mai caduta in inganno sulla vera natura dell’essere che sarebbe entrato nel suo corpo. Poi, all’improvviso, si ricordò di Lucy. Forse quello fu l’argomento che lo decise. Lui era prigioniero di quei bipedi, perché impedire a quegli esseri, che lo avevano atteso così tenacemente di tentare di salvarsi?

- Ti aiuterò! - rispose fissando i suoi occhi in quelli grigi del Gran Maestro. Il vecchio sorrise

- Ne ero sicuro. Ti supponevo troppo intelligente e perfetto per negarmi una cosa simile. Da dove vieni? -

Henry scosse la testa. Com’era umano quel gesto!

- Non lo so. Ma il mio mondo dev’essere tremendamente lontano. La non-località garantisce… - si interruppe, poi chiarì - Non ci sono limiti di distanza per le comunicazioni telepatiche, eppure non ho mai potuto mettermi in contatto con la Gran... - si interruppe di nuovo. Doveva davvero mettere al corrente i bipedi di tutto quello che sapeva sul suo mondo?

Ma il Gran Maestro gli venne in aiuto.

- Quando il cataclisma distrusse l’Atlantide, non tutti perirono. Molti attraversarono i mari e arrivarono sulle coste del pianeta, portando agli altri uomini le nozioni della loro civiltà. Ma si trovarono di fronte a degli esseri primitivi che non potevano capirli. Si dovettero limitare quindi a insegnare loro le cose più semplici, più basilari: il fuoco, la lavorazione dei metalli, la ruota, e tutte quelle cose che essi erano in grado di capire. Cercarono di tramandare nei secoli la loro sapienza, e soprattutto il ricordo del cataclisma e le cause che essi supponevano fossero alla base dello stesso. Per questo, di generazione in generazione, essi scelsero uno dei loro figli al quale confidare il segreto, tramandandogli tutte le cognizioni che costituivano il patrimonio morale di Atlantide.

Dapprima la scienza poté essere trasmessa solo ai loro diretti discendenti, ma con il passare dei secoli, essi si mescolarono agli altri uomini, si confusero e si estinsero. Però rimase la tradizione. E mentre le civiltà nascevano e cadevano, un secolo dopo l’altro, ci fu sempre un uomo sulla Terra che conosceva il Grande Segreto. Quando i tempi erano maturi, una parte della loro conoscenza veniva comunicata alle genti: scienza, filosofia, religione, ebbero sempre impulsi decisivi dai Gran Maestri. Molti di essi divennero famosi per il loro sapere o per la loro bontà. Alcuni sono ricordati come grandi scienziati, altri come insigni pensatori, altri come profeti o addirittura emanazioni dirette delle divinità. La storia della Terra ne è piena.

Tuttavia la maggior parte di essi rimasero, come me, nell’ombra: depositari dell’unica speranza che l’umanità avesse di giungere alle stelle. Essi vissero tra la gente, come la gente, con l’unico scopo di non morire prima di avere trasmesso il loro sapere a un altro uomo. Essi sapevano che i tempi erano lontani, ma che l’ora in cui gli uomini avrebbero avuto bisogno di loro andava facendosi sempre più vicina. L’uomo che mi istruì, morì quando le prime V2 piovvero su Londra. Fu una delle vittime, eppure salutò l’evento con gioia e mi disse: "Figlio mio, cerca subito il tuo successore, ma credo che se scamperai a queste stragi non ce ne sarà più bisogno. L’uomo è nuovamente alle soglie dello spazio!" -

Il Gran Maestro si interruppe, commosso forse da quella evocazione. Henry si inumidì le labbra aride e domandò:

- Ma come avete fatto a capire tante cose sul pericolo che minaccia la vostra gente? E perché aspettavate la mia venuta? -

- Perché quando l’astronave che portava i primi uomini sulla luna lasciò l’astroporto atlantideo, in qualche modo gli scienziati seppero che un essere extra-umano si era impossessato di un membro del1’equipaggio. Ai superstiti non fu difficile legare l’inspiegabile allontanamento del satellite a quella presenza extraterrestre, Restava e resta ancora da stabilire perché un’intelligenza extraumana che viaggia psichicamente entrando nel cervello di altri esseri, non voglia che noi si viaggi spazio. E questo è proprio quanto mi prefiggo di scoprire se mi aiuti .-

Alcuni uomini sistemarono gli elettrodi intorno al capo Henry, e poi li collegarono altri già posti sul capo del Gran Maestro. Henry ammirò la calma di quel bipede che si apprestava a compiere un viaggio molto problematico e pericoloso per salvare i propri simili, e ubbidendo a un sentimento irrazionale, esclamò:

- Non sono stato io, a distruggere Atlantide. E’ stato un mio simile, quattordicimila anni fa. Se arriverai dove ti proponi, troverai un mondo del tutto diverso dal tuo! Non ho concetti per farti capire... noi siamo... siamo una parte del Tutto, noi esistiamo individualmente ma anche come Unità, e se l’individuo è mortale, la Gran Madre è eterna, infallibile, all’ultimo scalino dell’evoluzione del mondo materiale. - Poi Henry si sdraiò sul letto di acciaio, lanciando un ultimo sguardo all’uomo. - Va’ dunque, e buona fortuna!-

Il Gran Maestro sorrise.

- Grazie,.. amico!-

Ed Henry si sentì improvvisamente felice. Una nebbia avvolse la sua coscienza di esistere, ma per un attimo la mente del Gran Maestro si aperse, e lui credette di intravedere una maggiore conoscenza della propria su qualche aspetto dell’incredibile viaggio!

Poi fu il buio nero dell’incoscienza.

 

XIII

La Gran Madre era lì. Gli elettrodi non gli stringevano più il capo.

Cercò di muoversi ma il moto era sconosciuto a quel corpo. Intuì la presenza di un campo magnetico, però non poteva utilizzarlo. Cercò di aprire gli occhi, ma la luce non venne. Credette di muovere un braccio, ma nulla si mosse. Sentiva la presenza di un mondo esteriore, ma non aveva sensi per scorgerlo, per udirlo, per toccarlo.

Volle parlare ma non aveva organi adatti alla parola. Si sentì impotente, ma la sensazione non durò. Avrebbe dovuto avere paura, ma ogni sentimento era sconosciuto a quell’essere nel quale era entrato.

Il suo cervello era invaso da un’infinità di pensieri estranei, immagini che lui non aveva mai visto, ragionamenti che non aveva mai fatto. Tutto l’Universo entrava e usciva liberamente dal suo cervello, eppure lui non ne soffriva. Provò ad isolarsi e ci riuscì. Provò a selezionare i pensieri che riceveva e si sintonizzò su una trasmissione telepatica.

Le distanze esistevano e non esistevano. Il concetto di spazio era totalmente cambiato: non esisteva come assoluto, ma solo come delimitato da grani di tempo. Dove si trovava? Come avrebbe fatto ad assolvere il suo compito? La difesa dell’umanità! Adesso questo gli pareva di un’importanza trascurabile!

La gioia della perfezione, della fusione con il Cosmo, scese in lui, pacata, lucida, senza emozioni.

Cercò di ricordare il suo pianeta, i suoi problemi, gli sforzi di migliaia di generazioni per risalire la china della civiltà, per salire la scala dell’evoluzione. Come erano lontani dalla meta! Miliardi di mondi roteavano negli spazi. Quale stupenda armonia! E c’era un pericolo: il pericolo costituito dall’Uomo!

Quale cosa insignificante la sua scomparsa! Le galassie fuggivano via roteando sui loro assi lunghi milioni di anniluce e miliardi di miliardi di esseri salivano verso la perfezione. La materia sarebbe diventata spirito, l’intelligenza avrebbe ingoiato l’universo, dominato il tempo e sarebbe stata l’Eternità. Senza principio né fine. Senza moto. Come previsto dall’equazione statica di Schroedinger: il Nulla e il Tutto si confondevano: Dio! Creato e Creatore inscindibilmente uniti al di fuori di ogni mutazione di ogni perfettibilità. Meta sublime raggiunta, immobilità e somma di ogni movimento… ma c’era un pericolo: l’Uomo! E allora che l’Uomo scompaia, che diventi così improbabile da essere un evento insignificante nel panorama statico del Tutto … un pericolo, ma perché?

La Gran Madre era li, Si avvicinò e il contatto avvenne, dolce ma deciso. Il Gran Maestro si sentì annullato. Adesso era davvero parte del Tutto.

E seppe la verità. Il destino. La giustizia. Il passato. Il presente. Il futuro. Il tempo senza il suo scorrere, le infinite esistenze di ogni immaginabile possibilità di esistere nella sconfinata nebbia delle probabilità quantistica. E nella sua linea storica, la comunione completa delle cose. I suoi doveri. Le sue possibilità. I disegni perfetti della Gran Madre.

Quanto tempo passò unito alla Gran Madre? Ed era tempo quello che trascorse?

Poi tornò ad essere Arek. Un uomo nel corpo di un Trug. E doveva tornare. Doveva rendere la possibilità a un Trug che lo attendeva nel corpo di un Uomo.

Un buio nero, pesante, ottuso tornò a circondarlo. Il viaggio era finito. Incominciava il ritorno.

 

XIV

Quando riprese conoscenza, Henry si ritrovò sullo stesso letto d’acciaio. Credette che l’esperimento non fosse riuscito o che non fosse neppure cominciato. Gli uomini che lo attorniavano avevano tolto schermi mentali e in tutti c’era la stessa sensazione di delusione.

La voce pacata del Gran Maestro risuonò nella stanza.

- Potete liberarci, amici! –

Henry guardò l’uomo: il suo sguardo scintillava come non mai e il suo volto era trasfigurato da una luce interiore: qualcosa di grande doveva avvenuto in lui,

Tutti se ne accorsero, perché in silenzio sciolsero le cinghie che li costringevano sui lettini e staccarono gli elettrodi loro teste.

- Perché… perché non riproviamo? — tentò timidamente Henry.

Ma il Gran Maestro rise.

- Dobbiamo esserti ben poca cosa noialtri Arek! -

Henry sussultò. Il Gran Maestro aveva chiaramente espresso con dei suoni, l’immagine mentale del suo nome! Dunque l’esperimento era riuscito!

Lo smarrimento di Henry e la tranquilla sicurezza del Gran Maestro resero insopportabile l’incertezza degli altri uomini, che si affollarono intorno al loro capo. Volevano sapere, volevano sentire, volevano capire. Ma è possibile spiegare la luce a un cieco, un suono a un sordo, o descrivere a parole un profumo? Tuttavia il Gran Maestro parlò.

- Amici – disse - il viaggio è riuscito. Molte cose non posso spiegarvele perché mi mancano le parole, altre invece devono entrare a far parte del Gran Segreto e le dirò solo all’uomo che ho scelto come mio successore. Una cosa però posso dirvi: non dovete avere paura! Io vengo da un mondo in cui la Perfezione è stata quasi raggiunta. Nulla, che abbia per fine il male, può venirci da quella parte. A volte le stragi e le sofferenze sono l’unica strada per avvicinarci al bene. E ancora: la nostra razza non perirà, essa è destinata ad evolversi fino alla sublimazione della materia; per cui non dovete più temere per essa. Un’Intelligenza quasi infinita ha già provveduto per il meglio. Ella mi aspettava, ma anche senza il mio viaggio i suoi disegni sarebbero stati ugualmente perfetti, perciò dobbiamo lasciare libero quest’essere - e indicò Henry - libero di compiere la sua missione così come gli è stata comandata.

Henry corrugò la fronte. Allora la condanna era stata confermata dalla Gran Madre! Forse Ella aveva dimostrato al Gran Maestro la necessità di questa azione e lui se n’era convinto! Si senti stanco, e il compito che lo attendeva lo spaventò.

Gli uomini, dopo aver ascoltato il Gran Maestro, chinarono il capo. Henry lesse nelle loro menti soltanto una cieca fiducia in quell’uomo. La loro logica si rifiutava di accettare le parole del loro capo, tuttavia essi ubbidirono senza altre domande. Il Gran Maestro capì quale dimostrazione di affetto e di fiducia gli davano in quel momento i suoi seguaci, e li ringraziò con lo sguardo. Poi si avvicinò ad Henry, e gli pose una mano su di una spalla.

- Qui il tuo nome è Henry. Torna nella tua casa e continua sul disegno della Gran Madre. Non cercare di giudicare e di capire. Tu non puoi sbagliare se segui alla lettera le sue direttive. Io non ti posso dire di più, e le cose andranno esattamente come devono andare. Addio, amico! -

Henry avrebbe voluto ribattere, ma il vecchio gli aveva già voltato le spalle e si stava allontanando. Un uomo gli fece cenno dl seguirlo. Mentre si accingeva di malavoglia a salire nella cabina che l’avrebbe portato in superficie, gli parve di udire la voce del Gran Maestro che diceva agli altri

- E adesso sbrighiamoci, anche noi abbiamo molto da fare. -

Rimuginando queste parole Henry si ritrovò sulla pianura ghiacciata. La notte avvolgeva sempre la squallida landa. L’elicottero era ancora là, in attesa. Presto si sarebbe ritrovato nella casa, accanto al televisore, pronto a costruire il tremendo congegno antigravità.

Durante tutto il volo il pilota non parlò. Lo schermo mentale impedì nuovamente ad Henry di sondare i suoi pensieri.

I bipedi lo rimettevano in libertà. Con le loro stesse mani si preparavano la tomba! Che cosa aveva voluto dire il Gran Maestro quando aveva parlato della indistruttibilità della razza? Chi avrebbe mai potuto sopravvivere al disastro in cui lui avrebbe piombato tutto il pianeta? Presto la Terra sarebbe diventato un corpo morto, gelato in eterno, roteante negli spazi eterni, là dove il sole si sarebbe confuso con le altre stelle, in una perpetua notte senz’alba, blocco di materia inanimata.

L’elicottero si posò sulla terrazza del palazzo da cui era partito poche ore prima. L’aurora tingeva il cielo ad oriente. La città, assonnata, si stendeva sotto lo sguardo di Henry. Il ronzio dell’aereo che si allontanava gli disse che era tornato ad essere solo. Il pilota se n’era andato, senza un cenno di saluto. Non poteva biasimarlo. Si odiò, ascoltando il brusio che andava sorgendo dalle strade. Dall’altezza della casa, i primi passanti gli sembrarono formiche intente a chissà quale lavoro, Il rumore delle auto, chiassose nei loro congegni primitivi, gli sembrò un patetico richiamo alla sua clemenza.

Poi il traffico divenne intenso, disordinato, caotico, mentre il sole si alzava sull’orizzonte ad illuminare la scena. I colori acquistarono vivacità. I rumori delle saracinesche che si alzavano stridendo, sembravano un grido di gioia alla vita, un saluto al nuovo giorno.

Giù, in strada, un ragazzetto sfuggì dalle mani di una donna. Una macchina frenò di colpo per non investirlo, La donna afferrò il piccolo stringendoselo al seno, un po’ baciandolo e un po’ picchiandolo.

Una coppia di giovani studenti camminava, tenendosi per mano lungo un marciapiedi. Lui e Lucy avrebbero potuto andare in giro cosi, tenendosi per mano! Dovevano essere felici, quei due giovani! Essi non sapevano ciò che lui stava preparando!

Il sole cominciò a scottare. Henry si scosse. Doveva decidersi, e far presto. Scese di corsa le scale del palazzo. Voleva muoversi, provare ancora il più possibile il piacere del moto, della potenza fisica dei muscoli di quel corpo che presto avrebbe dovuto abbandonare per sempre.

A tre gradini la volta, salì le scale di casa sua. Si fermò ansante davanti alla porta dell’appartamento. Si ricompose e infilò la chiave nella toppa. La porta cedette subito ed Henry esplorò l’appartamento con i neuroni del suo cervello. Uno solo dei due bipedi era in casa, ed ancora immerso nel sonno. Quel "quasi morire" era ben dolce! I bipedi non avrebbero dovuto temere la morte, erano già abituati al trapasso dalla coscienza di esistere all’incoscienza, al nulla.

Henry si avvicinò decisamente al televisore e lo capovolse, senza far rumore. Con un solo colpo d’occhio ai congegni elettronici dell’apparecchio si rese conto che c’era tutto quello di cui aveva bisogno.

Lentamente, cominciò ad estrarre le schede e a svitare alcuni pezzi. Pochi metri di filo di rame gli servirono per tessere una specie di ragnatela, la stessa che aveva scorto disegnata sulla copertina dello strano libro di fantascienza. Poteva essere anche una coincidenza., ma sarebbe stata davvero contro la legge di probabilità! E inoltre qualcosa di strano doveva esserci anche nella parte scritta, se essa aveva permesso al Gran Maestro di riconoscere nel suo autore l’essere che la sua razza attendeva con paura e determinazione, da quasi quindicimila anni!

Le mani di Henry si fermarono: lui aveva l’ordine di osservare prima di distruggere, e il mistero del libro non poteva essere lasciato irrisolto.

Felice di avere trovato una scusa con se stesso, scusa che gli sembrava davvero plausibile per non dover mandare subito in atto il progetto di annientamento del pianeta, si affrettò a rimettere a posto il televisore.

Il suo obbiettivo, adesso, era trovare quel libro. Corse in strada e non si fermò fino a che non scorse uno dei tipici abitacoli dove i bipedi si munivano dei fogli stampati. Alla sua precisa richiesta del volume, il giornalaio gli rispose che aveva esaurito i numeri, in quanto era passato un signore e li aveva acquistati tutti. Henry comprese. Sarebbe stato perfettamente inutile continuare le ricerche.

Gli uomini del Gran Maestro dovevano avere preso le loro precauzioni. indubbiamente avevano requisito ogni esemplare di quello scritto. Dunque era davvero tanto importante da giustificare un’azione cosi radicale?

Henry, più ci pensava e meno ci si raccapezzava. Poi si ricordò di Lucy. La ragazza aveva detto di avere una copia di quel libro! Forse quella era l’unica copia sfuggita alle ricerche dei "neo-atlantidi".

Se ne rallegrò. Ecco meravigliosa scusa che gli metteva di vedere la ragazza. In fondo, l’annientamento del pianeta poteva bene aspettare a un poco!

Rimase un attimo indeciso, poi si ricordò dell’edificio dal quale era cominciata la sua avventura di bipede, quello dove i terrestri andavano per imparare le cose che avrebbero dovuto sapere. Forse Lucy era là, e probabilmente avrebbe dovuto esserci anche lui, se lui fosse stato semplicemente Henry, un bipede come tutti gli altri. E per un attimo rimpianse di non esserlo davvero.

Adesso la città scottava sotto i caldi raggi del Sole. La gente andava e veniva, urtandosi indaffarata. Sembrava sapessero che restava loro poco tempo. Nonostante l’ansia di rivedere la ragazza e di venire in possesso del libro, Henry si soffermò lungo la strada per osservare meglio quel mondo. Non gli riusciva ancora di penetrarlo a sufficienza. Dovunque si aprivano delle porte che davano in piccole stanze piene di oggetti, e la gente entrava, consegnava dei dischi metallici o dei foglietti

colorati e ne riceveva in cambio delle cose. Senza di essi, la sopravvivenza sulla Terra sarebbe stata impossibile. Tutto quello scambio sembrava abbastanza sciocco ma divertì Henry. Dove si procuravano i bipedi quei foglietti cosi importanti?

Infine si trovò di fronte a un grande palazzo: di là i bipedi uscivano portando con sé grandi quantità di biglietti. Henry cercò di penetrare nella mente di quella gente: si, non c’era dubbio, in quella casa si consegnavano i preziosi foglietti. Fu tentato di entrare, ma non lo fece. Probabilmente, per ritirare quelle carte bisognava aver fatto qualcosa, altrimenti davvero non avrebbe avuto senso!

Rimandò la soluzione del problema a un’occasione migliore: in fondo alla strada scorse il palazzo su cui spiccava la scritta: Università degli Studi. Là dentro, forse, avrebbe trovato Lucy. Affrettò il passo.

 

XV

Era stata colpa dell’ultima guerra.

Hitler aveva sostenuto che la Germania, anche in caso di sconfitta, avrebbe ricavato un grande beneficio dalla sfida lanciata contro il resto del mondo, ma per Herbert Schwarzmann il grande beneficio era venuto sotto forma di una bomba di diverse tonnellate che era scoppiata assai vicina al rifugio antiaereo nel quale lui si trovava. Lo spostamento d’aria l’aveva reso completamente sordo.

Herbert Schwarzmann aveva allora quattordici anni. Per tre giorni rimase bloccato nel rifugio insieme a qualche altro superstite. La maggior parte delle persone non aveva resistito al terribile urto provocato dallo scoppio.

Fu solo dopo un paio d’anni, a guerra finita, che Herbert si accorse che stava anche perdendo la vista. Lentamente, ma inesorabilmente, le sue pupille si andavano spegnendo.

Herbert capì che presto si sarebbe trovato isolato dal resto dei suoi simili e nella quasi totale impossibilità di comunicare. I medici consigliarono il giovane di non affaticare i suoi poveri occhi, di non leggere, di non andare al cinema, di non esporli ai raggi diretti del sole, ma Herbert fece proprio il contrario. Sicuro che prima o poi non avrebbe più potuto leggere nulla, si buttò sui libri. Dapprima su tutti, poi cominciò ad appassionarsi di fisica nucleare.

L’orribile tragedia di Hiroshima aveva da poco sconvolto l’opinione pubblica. La guerra atomica era diventata lo spauracchio dei popoli. Eppure quella forza, usata saggiamente, poteva affrancare l’uomo dalle catene della gravità e permettergli di volare tra le stelle.

Herbert trovò uno scopo alla sua esistenza: lui avrebbe mandato i suoi simili nello spazio, lui avrebbe permesso al mondo di godere delle bellezze dell’Universo. Lui che ormai distingueva a malapena gli oggetti intorno a sé!

Quando la nebbia si ispessì maggiormente, e i suoi poveri occhi non riuscirono più a perforarla neppure per leggere, Herbert ricorse a sua madre. La donna, per ore e ore, lesse al figlio testi per lei incomprensibili, scrisse formule astruse sotto sua dettatura. I sensibili polpastrelli di Herbert captavano le parole sulle labbra materne senza sbagliarsi mai.

Nel buio del suo isolamento, il giovane trovò nella matematica e nella sua perfezione, tutta la bellezza delle cose di cui egli non avrebbe potuto più godere.

Con l’andar degli anni, Herbert Schwarzmann approfondì i suoi concetti, superò ogni scienziato vivente con le sue teorie, ma nulla uscì mai dalla porta della sua casa, L’unico testimone, la madre, non dava valore alcuno agli studi del figlio, felice solo che servissero a mantenerlo sereno e di buon umore.

Poi Herbert divenne cupo. Qualcosa lo travagliava. Nel buio della sua mente, egli rincorreva qualcosa che gli sfuggiva.

Infine i suoi studi trapelarono nel mondo ed egli venne a contatto con la scienza contemporanea. Ma ormai le questioni che essa dibatteva, non lo interessavano più. Aveva la certezza che gli altri battessero una strada errata, ma non riusciva a concretizzare in formule 1a sua vaga intuizione: la formula della forza che muove l’Universo! La formula quantistica della forza gravitazionale!

Un giorno, un luminare della chirurgia oculare venne a visitarlo, disse che poteva ridargli la vista e forse anche l’udito. La madre di Herbert pianse di gioia, ma lui rifiutò decisamente. Se avesse riacquistato l’uso dei suoi sensi, la soluzione del problema, che ormai era il suo solo scopo di vita, sarebbe diventa irraggiungibile. Aveva bisogno del suo isolamento, della sua notte, della sua vita esclusivamente interiore.

Quello che per lui non fu affatto un sacrificio, teso come era in questa sua speculazione sull’Infinito, fu dalla stampa esaltato e strombazzato come tale. Così la gente cominciò a conoscere, almeno di nome, Herbert Schwarzmann.

Quel giorno, come di consueto, Herbert, semisdraiato in una grande poltrona, inseguiva quell’inafferrabile relazione che il suo intuito aveva sentito ma che il suo cervello si rifiutava di comprendere. Da poco, l’ultima formula del grande Einstein gli aveva aperto un altro spiraglio sul problema. Il grande scienziato, prima di morire, aveva affermato che le leggi elettromagnetiche che reggono l’atomo sono equivalenti alle leggi gravitazionali che reggono le stelle. Anche se il grande Albert non aveva mai accettato in toto la meccanica quantistica, veniva a chiudere in un circolo il microcosmo e il macrocosmo, l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande si davano la mano...

Quando il Gran Maestro si fece annunciare come un giornalista qualsiasi, Herbert si infuriò per essere stato disturbato. Ma quando il giornalista gli fece dire che era uno strano tipo di giornalista, in quanto veniva a dare e non a prendere, il tedesco si calmò e disse alla madre di far passare il visitatore.

Il Gran Maestro entrò nella stanza, ed Herbert ne intuì la presenza. Gli fece cenno di avvicinarsi. Qualcosa lo avvertiva che quella sarebbe stata una visita importante. La madre di Herbert fece accomodare il Gran Maestro accanto al figlio.

- Prego, signore, dica pure quello che vuol dire e io lo comunicherò a lui... - Herbert troncò le parole in bocca alla donna come se le avesse udite.

- Lascia stare, mamma... Avvicinatevi, devo toccarvi le labbra per capire quello che avete da dirmi.-

Il Gran Maestro ubbidì. Le dita affusolate di Herbert si alzarono a sfiorargli la bocca.

- Io credo di avere qualcosa che vi può aiutare a trovare quello che state cercando da tanto tempo... - Il Gran Maestro si fermò, ma il tedesco non diede segno di voler parlare, e allora continuò. - L’energia liberata dall’atomo è pericolosa, pericolosa per noi e per altri. Ci deve essere un’altra soluzione ai problemi dell’uomo. L’Universo è energia pura, un’energia che si manifesta in modi diversi: materia, luce, calore, elettricità... ma ha una fonte comune. Nessuna di queste sue manifestazioni, da sola, potrebbe mai spiegare il miracolo del Cosmo. L’uomo ha sempre soltanto colto gli aspetti marginali del problema. Un’energia immane, senza limiti, ci circonda, e ci fa esistere. E’ questo che voi cercate, Schwarzmann?-

Il tedesco abbassò il braccio.

- La formula del Tutto, ecco quello che voglio trovare. Ma se voi potete davvero essermi di aiuto, se voi conoscete quello che nessuno conosce, perché siete venuto da me?-

Il Gran Maestro attese che le dita dello scienziato tornassero a sfiorargli le labbra.

- Non posso rispondere esaurientemente a questa domanda. Ci sono cose che l’umanità non deve ancora sapere. Posso dirvi però che gli elementi che io possiedo sono insufficienti alla mia mente per raggiungere un risultato completo. Voi siete il solo uomo sulla faccia della Terra che può usarli nel loro giusto significato. Non chiedetemi come io ne sia in possesso, non sono frutto della mia mente né di nessun’altra mente umana, però è assolutamente vitale per la nostra razza che voi arriviate alla meta che vi siete prefissa. Se questo non sarà possibile, noi tutti siamo condannati. Dovete riuscirci, Schwarzmann, e in breve tempo! Tra qualche mese, forse anche prima, una o due astronavi lasceranno la Terra dirette alla Luna. Bene, quelle astronavi non devono partire. I loro motori atomici non devono entrare in funzione, se no sarà la fine, capite?-

- Nessuno può fermare il progresso, signor... signor?-

Il Gran Maestro scosse il capo.

- Il mio nome non ha importanza. Niente ha importanza, tranne quello che voi riuscirete a trarre dalle note che io ho portato e che vostra madre vi potrà leggere. Però siete in errore: qualcuno può fermare il progresso e stavolta sarà per sempre. Nessuno ha pensato, neppure per un momento, di convincere gli uomini a rinunciare al loro cammino verso il sapere. Se questo fosse stato possibile, gli uomini non esisterebbero più da molti millenni. Proprio perché la nostra natura è tale da non rendere possibile questo, ci è stata concessa una possibilità. Quelle astronavi devono partire, ma senza i loro motori atomici. Quelle astronavi devono essere mosse dalla stessa forza che dà dimensioni allo spaziotempo. Dalla formula che ci dovete dare voi, Schwarzmann!-

Il tedesco abbassò ancora braccio e stette, immobile, a pensare. Il silenzio pesò nella stanza per qualche minuto, poi il Gran Maestro prese la mano dello scienziato e se la portò alle labbra.

- Il tempo è poco. Non siete curioso di esaminare le note che vi ho portato? –

L’uomo scosse la testa.

- Non troppo. Se voi sapete tutto ciò ce dite di sapere, sono quasi sicuro che riuscirò a darvi quello che aspettate… Ci sono già molto vicino, anche senza indicazioni. Qualcosa continua a sfuggirmi però… e le vostre note non possono che contenere quel qualcosa. Il resto vi sarebbe probabilmente apparso senza valore. Quello che cerco deve essere di una divina semplicità. La Natura segue la via più ovvia, anche se a volte ci sembra tortuosa: spesso è la complessità del problema che ci fa apparire complessa la soluzione. Vedete, voi avete parlato delle varie manifestazioni dell’energia ma nessuno sa che cosa sia l’energia. Conoscendone le varie forme non dovrebbe essere impossibile congiungerle e risalire all’energia prima. Eppure c’è qualcosa che continua a sfuggirmi... Comunque, stando a quanto voi dite, l’umanità sarebbe minacciata. Il vostro è una specie di ultimatum: o noi la smettiamo di usare la fissione nucleare o verremo annientati. Da questo deduco...-

Nuovamente il Gran Maestro si portò alle labbra le dita dello scienziato.

- Tenete per voi le vostre deduzioni! - disse con tono dolce.

- Il mondo non deve sapere! Il mondo non deve sapere neppure di questa mia visita. 1l mondo deve sapere soltanto che lo scienziato Herbert Schwarzmann è giunto alla meta! E quando gli uomini avranno a loro disposizione l’energia insista nello spaziotempo, troveranno perfettamente inutile e sciocco continuare a spezzare gli atomi. -

Un sorriso divertito spuntò sulle labbra del tedesco.

- Ora mi spiego quanto è avvenuto ai miei colleghi del passato! Il giorno prima erano lontani un miglio dalla soluzione dei loro problemi e poi, all’improvviso, paff! il lampo di genio. State tranquillo, il segreto morirà con me! Peccato che non abbia avuto modo di dedicarmi alla storia delle scoperte dell’uomo! Credo che sarebbe enormemente istruttivo! Quanti anni avete, se è lecito?-

Il Gran Maestro trasalì.

- Perché mi fate questa domanda?

Di nuovo Herbert sorrise.

- Perché le cellule delle vostre labbra sono lisce, tese, ma quasi completamente prive di acqua. E nemmeno in un secolo diventerebbero così. Le cellule labiali sono tra le più ricche di acqua di tutto il corpo umano... -

Il Gran Maestro stette, pensoso, poi sospirò.

- Sì, sono molto vecchio, ma è da poco che... - si interruppe, poi proseguì: - E’ da poco che conosco alcuni dei segreti del genere umano!-

Lo scienziato, inesorabile tornò benevolmente alla carica.

- Avete uno schermo mentale. Non ho conosciuto nessun uomo capace di tanto. Ho sempre pensato che la nostra civiltà scegliendo il cammino della tecnologia avesse trascurato le enormi possibilità del cervello. Ma forse voi non appartenete a questa civiltà, essenzialmente tecnologica, vero?-

Il Gran Maestro si agitò sulla sedia:

Se tutti fossero come voi, forse non sarebbe più necessario alcun segreto...-

- Uhm... non sottovaluterete, per caso, un po’ troppo i vostri, diciamo, simili? O non li sentite davvero "simili"? -

Il Gran Maestro si alzò e si rivolse alla madre di Herbert, porgendole un fascio di fogli stampati:

- Ecco, leggetegli queste note. Subito, per favore, e che annunci i suoi risultati, non appena li ottiene. In quanto a quello che vuol sapere di me, ditegli che da qualche giorno non mi sento più un suo simile perché sono stato vicino alla perfezione, come mai avevo potuto neppure immaginare prima... E ditegli anche che l’uomo ha sempre percorso le stesse strade, perché è l’unico modo che ha per migliorarsi. –

Il vecchio si mosse per andarsene, poi si volse ancora verso la donna e aggiunse:

- Per quel che riguarda la mia età, ditegli che è come se fossi vecchio di quindici millenni. Forse capirà... Addio signora e... buona fortuna a tutti e due.-

Il Gran Maestro si allontanò, prima che la donna potesse rispondere. Uscito in strada, chiamò un taxi. Prima di salire guardò l’azzurro splendente del cielo dove alcuni cirri giocavanoe a rincorrersi, e sorrise. Il destino dell’umanità era adesso in buone mani. Dato all’autista l’indirizzo di un albergo, il Gran Maestro si lasciò cadere, soddisfatto, sul sedile posteriore dell’auto.

Nel frattempo la madre di Herbert comunicava al figlio le parole dello strano giornalista. Forse lo scienziato capì, perché il suo volto si illuminò per un attimo, dopo di che la pregò di leggergli le famose note.

Non sembrava un trattato matematico. Era un racconto che immaginava gli uomini ormai signori del Sistema Solare e pronti per la prima spedizione interstellare. Per pagine e pagine, narrava come l’equipaggio fosse stato scelto, come fosse stato condizionato e come, distorcendo lo spazio e usando un motore a fotoni, si potesse superare la velocità della luce. O meglio saltare letteralmente da una zona all’altro dell’universo.

Herbert ascoltava con le dita tese sulle labbra materne, senza dare alcun segno di noia o di interesse.

La descrizione del primo lunghissimo viaggio per il raggiungimento della stella più vicina, Proxima Centauri, occupò lo scienziato per un’altra intera ora.

La mente del tedesco assorbiva i particolari del racconto, valutandoli.

Poi iniziò la terza parte del racconto: gli astronauti, giunti al vicino sistema stellare, si trovarono nelle stesse condizioni in cui si sarebbe trovata una piroga Sioux che avesse scoperto l’Europa ai tempi di Colombo, attraccando nel porto di Lisbona.

Una razza assai più progredita li attendeva. E il racconto procedeva nella descrizione di una delle astronavi centauriane fatta a un terrestre

Herbert bevve queste parole: pensate alla vostra nave come a una calamita. Poi pensate la materia come formata da corpi magnetizzati che non collassano l’uno sull’altro perché in equilibrio dinamico, come se stessero cadendo uno intorno all’altro proprio come avviene in un campo gravitazionale ma infinite di volte più forte. Creare un campo antigravitazionale significa soltanto sfruttare due cariche nagnetiche opposte sufficientemente potenti, un po’ come creare il pianeta positivo, o il sistema stellare positivo, o la galassia positiva, per essere respinti nello spazio a una velocità crescente in modo direttamente proporzionale al quadrato del tempo moltiplicato per la massa di materia gravitazionale da cui si è respinti. Per fortuna basta che si l’astronave ad essere magnetizzata. La radiazione della gravità distorce lo spazio, come un campo magnetico distorce le linee di forza evidenziabili con della limatura di ferro, ma questa distorsione quadridimensionale crea una nuova dimensione in cui le distanze si annullano. Avete scoperto che l’elettrone non collassa sul nucleo perché l’energia può trasmettersi solo in pacchetti discreti, li avete chiamati "quanti", ma tutto è discreto, spazio e tempo compresi. In scala subatomica non esiste una località assoluta, si può essere qua e là nello stesso momento e un universo di raggio R è uguale a uno di raggio 1/R: ossia non esistono dimensioni assolute, quindi storcendo lo spaziotempo nel modo giusto le distanze possono sparire.

L’errore di voi Terrestri è stato quello di considerare primaria l’energia differenziale che si ha col suo mutare di qualità e vi è sfuggita la sua essenza che è nell’architettura multidimensionale dello spaziotempo. Insomma sfruttate gli scarti e non usate l’essenza. In altre parole, amici solariani, il vostro errore è stato quello di considerare principali delle cose secondarie e da queste dedurre, come cosa ovvia, lo sfruttamento dell’energia solo costringendola a mutare di forma: da potenziale in gravitazionale, da chimica a nucleare, eccetera. Distorcendo lo spaziotempo il vostro viaggio per arrivare fino a noi, non vi avrebbe richiesto più di qualche ora, tempo della Terra....".

Herbert vibrava di emozione. Che imbecille era stato! Ma certo! Ecco la vera ragione del suo insuccesso! L’abitudine del cervello umano di dare per scontate le cose che a prima vista sembrano ovvie, senza mai tornare a porle in discussione! Procedendo nel ragionamento senza tornare a verificarne le partenze che lo hanno prodotto!

Herbert tornò a sedersi. La madre lo guardò preoccupata. Non lo aveva mai visto così sconvolto. Che cosa mai si nascondeva dietro a quelle frasi che lei aveva letto e che non le dicevano assolutamente nulla di comprensibile?

Lo scienziato pareva aver completamente dimenticato la presenza della madre, e il buio della sua mente era solcato da una quantità di immagini. Le applicazioni di quei concetti avrebbero cambiato il mondo nel giro di pochi anni. Quell’energia inesauribile avrebbe affrancato per sempre gli uomini dal bisogno e dalla fatica. Infiniti orizzonti si aprivano dinanzi alla sua sete di sapere. Lo spazio, già spaventosamente immenso sembrata torcersi e sparire ingoiato da se stesso.

Fece affannosamente cenno di voler scrivere, e su un foglietto di quaderno l’umanità ricevette il suo più grande dono.

Herbert pregò la madre di far avere le formule ai giornali perché le pubblicassero e poi di organizzargli una conferenza stampa, invitando i rappresentanti delle ambasciate dei due blocchi. Il dono che un’intelligenza superiore aveva voluto elargire alla Terra doveva andare davvero a tutta l’umanità e non a una parte sola di essa!

Quando la donna fu uscita, lo scienziato si reimmerse nella sua meditazione. Da quelle formule, altre importantissime se ne potevano trarre. Veniva confermata l’intuizione di Einstein sull’effetto della gravità nello scorrere del tempo: all’aumentare della massa gravitazionale, il tempo intorno rallentava fino a fermarsi e a invertire il suo passo. In teoria qualsiasi piccola differenza di massa cambia il passo del tempo. Un giorno sulla Terra non era uguale a un giorno su un altro pianeta...

Che tempo aveva la massa dell’universo nel suo insieme? Si rimise a scrivere: dipendeva dal raggio dell’universo e dalla sua densità. In particolari condizioni l’universo poteva esser chiuso su se stesso, una specie di imbuto nero da cui nulla poteva uscire: lo spazio di torceva e si chiudeva e si isolava da qualunque "esterno". Un astronave avrebbe potuto usare la massa dell’universo per bucarlo e uscirne "fuori"? Ma fuori dove? In un altro universo simile, in un universo madre che contiene il nostro…?

E andando verso le masse minime? Una molecola, un atomo, una particella elementare? Ma cos’è "elementare"?

Il cervello sembrava un vulcano in eruzione e cominciò a salirgli la febbre. Il suo genio, scatenato dalla rivelazione stava superando le volontà del Gran Maestro e la saggezza della Gran Madre.

L’uomo orribilmente mutilato dalla guerra stava per giungere alla verità. Ma questo non era permesso. Gli uomini non dovevano ancora sapere. E nuovamente un atto crudele e ingiusto dovette essere compiuto per preservare un’intera civiltà.

Herbert bruciò per autocombustione. In lampo di fuoco fece forse in tempo ad intuire ‘tutto"? Nessuno lo saprà mai. Quando i giornalisti arrivarono, ansanti, coi loro taccuini, lo scienziato giaceva carbonizzato sulla sua poltrona e stavolta il buio in cui era immerso era davvero inesorabile, invalicabile ed eterno.

Il suo cervello bolliva nella scatola cranica carbonizzata. Herbert Schwarzmann era morto, ma il mondo aveva ormai conosceva il più grande dei segreti.

 

XVI

L’uomo coi capelli di argento concluse la sua lunga dissertazione. Henry si avvicinò a Lucy. La ragazza arricciò le labbra e gli sorrise. Per Henry fu come se la luce nella stanza fosse di colpo aumentata. Qualcosa cantava dentro di lui, e per qualche attimo Henry dimenticò tutto nelle fiammelle birichine di quegli occhi femminili,

Lucy lo prese a braccetto, e insieme i due giovani si incamminarono lungo il corridoio.

Il vociare allegro degli studenti riempiva il piazzale davanti all’edificio. Molti di essi erano a coppie, allontanandosi allacciati a qualche loro compagna. Henry osservò che tutto pareva pieno di felicità. Aspirò una lunga sorsata di aria ormai impregnata dagli odori turgidi della prossima estate. Lucy faceva ciondolare un pacco di libri, legati con una cinghietta di cuoio. Nessuno dei due parlò. La calda sensazione di essere vicini li riempiva di un piacere fisico che non aveva bisogno di suoni.

La calma del pomeriggio pieno di sole si andava impadronendo delle strade. I rumori si facevano più rari, remoti. La gente, senza fretta, raggiungeva le proprie case.

Da un parco pubblico giunse il canto di una cicala. Henry alzò la testa. Chissà dove, celato nel fogliame rigoglioso di un albero, l’insetto applaudiva alla vita. Il volo elegante di alcune rondini, tesseva una guizzante tela di vettori neri contro il raso azzurro del firmamento.

Henry ripiombò nei suoi pensieri di distruzione. Quel mondo era bello, affascinante, ma doveva essere ucciso.

- Lucy - articolò a fatica - vorrei quel libro che ho scritto...

La ragazza gli sorrise. Dolce, accondiscendente. Era una promessa che andava oltre la sua richiesta. Henry distolse lo sguardo. Impacciato. cercò di giustificarsi.

- Sai, vorrei riguardare una cosa e...- Lucy lo interruppe.

- Te lo porto stasera, va bene? Usciamo insieme, stasera, vero? -

Henry annuì. Un nodo secco e doloroso gli chiudeva la gola. E concesse a se stesso un’altra proroga. Ancora un poco... ancora un poco, e poi avrebbe eseguito la sua missione!

I due giovani si lasciarono a un crocevia. Henry segui con lo sguardo la deliziosa figuretta di Lucy, finché questa scomparve all’angolo di una strada. L’avrebbe rivista ancora una volta, una volta soltanto... Si sentiva un ladro intento a rubare un po’ di gioia al suo destino. Poi sarebbe tornato nel suo vero corpo, poi si sarebbe reimmerso nella sensazione di appartenere a un tutto superiore. Quella sua parentesi di vita individuale, completamente isolato dal resto dell’universo, minacciava di cambiarlo troppo profondamente. Forse, tornato in mezzo alla sua gente, avrebbe presto dimenticato quella curiosa esperienza, e anche quel bipede bruno che gli aveva saputo dare, da solo, la felicità della comunione con il Tutto.

A testa bassa. Henry rincasò.

Si ritrovò con la donna e l’uomo con cui divideva la casa, ma non si interessò né alle parole né ai loro pensieri. Il tempo passava inesorabile.

I raggi del Sole cominciarono a colpire obliquamente le cose. Le ombre si allungarono e infine cessarono di essere tali. La città scivolava, immersa in una luce arancione, verso la sua ultima notte. Henry infatti aveva deciso che non avrebbe atteso l’alba ha per attuare il piano di annientamento. Non avrebbe mai saputo compierlo alla luce del giorno.

I due bipedi uscirono e lo lasciarono solo. Il giovane si avvicinò al televisore e iniziò a svolgere dei sottili fili di rame. Dopo una ventina di il terribile repulsore anti g era pronto! Henry lo nascose in una borsa che portò con sé.

A lunghi passi si diresse verso la casa di Lucy. Premette il pulsante, accanto al grosso portone di legno, ed esso si aprì. Salì le scale. Da una porta aperta Lucy gli sorrise invitandolo a entrare.

- Scusa, Henry, non ti aspettavo così presto! Vedrò di sbrigarmi... entra !

Il giovane varcò la soglia illuminata e si fermò dell’anticamera. l.ucy gli aprì una porta e gli disse:

- Ecco, aspettami qui! – fece per andarsene, ma si fermò e aggiunse: - Il tuo famoso libro è li sul tavolo - e scomparve.

Henry prese il volumetto con mano incerta, poi cominciò a sfogliarlo. Lesse tutta la storia fantastica delle imprese astronautiche dei terrestri, con l’amarezza di chi sa l’irrealizzabilità di un sogno, poi giunse alla spiegazione del repulsore anti g. Non solo il disegno sul frontespizio era esatto, ma anche la descrizione del principio! Che cosa significava, dunque, quel libro? Come aveva potuto il vero Henry sapere quelle cose? La spiegazione era incompleta e anche molto semplificata, ma era giusta. Avrebbe potuto un bipede valutare l’enorme importanza di quello scritto? Ma si, certamente! Il Gran Maestro l’aveva capita! E’ vero che si trattava di un uomo assai superiore ai suoi simili, ma quanti bipedi erano come lui? E perché aveva fatto sparire tutte le copie del libro che era riuscito a trovare? Perché non aveva voluto che l’umanità sapesse?

Lucy si affacciò sulla porta.

- Sono quasi pronta - gli scoccò un bacio e scappò via. Henry scorse velocemente le ultime pagine del libro. Pagine che il Gran Maestro aveva strappato dalla copia che aveva consegnato allo scienziato tedesco. L’interesse di Henry crebbe a dismisura. La sua attenzione fu completamente assorbita da quelle ultime pagine e infine comprese molte cose! Seppe il perché della condanna della Terra e il mondo da cui veniva! L’enormità della scoperta lo terrorizzò. Si guardò intorno come se temesse di vedersi circondato da infiniti, terribili esseri. Poi appoggiò la fronte sul palmo delle mani, cercando di dominarsi. Ora che sapeva, la sua missione gli parve ancora più orribile, in quanto giusta.

Lucy apparve sulla porta. Bellissima, in una guaina verde come l’erba dei prati. Henry tentò di sorriderle,

Ti piaccio? - La ragazza fece una mezza piroetta.

- Più di quanto immagini... - fu la risposta del giovane, ma una nota cupa rese triste il complimento.

- Dove andiamo? - chiese Lucy una volta che furono in strada.

- Camminiamo un poco. Ti dispiace?-

- Affatto! C’è una così bella luna, stanotte! Con uno scenario come questo, mi sentirei di conquistare un principe!-

Henry non comprese. Ma senti che il cervello della ragazza era totalmente occupato dalla sua immagine. Diventò ancora più triste. Prese per mano Lucy e si incamminò in silenzio. Nella sua mente stava ancora cercando di abituarsi a considerare le cose sotto il nuovo punto di vista che quel libro gli aveva aperto.

- Hai poi trovato quello che cercavi, sul tuo capolavoro? - domandò, allegra, la ragazza.

- Sì,sì…ho trovato tutto. -

Alla fanciulla sfuggì la sfumatura di quel "tutto".

Camminarono quasi un’ora.

Henry, a poco a poco, era ridiventato allegro. La gioia datagli dalla vicinanza di Lucy era così forte da fargli dimenticare ogni altra cosa.

Ormai stavano camminando alla estrema periferia della città. Le case si andavano facendo sempre più rare, poi cessarono del tutto. Il buio dell’aperta campagna era reso fatato dall’argenteo chiarore della luna, velata da una leggera nube. Senza parlare, i due giovani lasciarono la strada e si inoltrarono in mezzo all’erba umida.

Lucy sedette ai piedi di un grosso tronco. Adesso la luna era riuscita a liberarsi da ogni velo e riversava sulla natura i suoi torrenti d’argento. Le foglie stormivano per una leggera brezza. Il silenzio era così profondo che pareva essere diventato solido.

La ragazza appoggiò la testa su una spalla di Henry. I suoi capelli, mossi dal vento, accarezzavano una guancia del giovane.

- Com’è bello qui! - sussurrò Lucy con voce sommessa, quasi temesse di infrangere l’incantesimo, e cosi dicendo piegò il viso verso l’alto. Henry vide le labbra perfette di lei, tremare un poco. Un raggio di luna illuminò i piccoli denti appena scoperti traendone un riflesso di perla. Henry si chinò su di lei e chiuse gli occhi. Le sue labbra strinsero quelle di Lucy, dapprima con dolcezza, poi con avidità. Tutto si annullò nella mente del giovane. Le sensazioni, i pensieri, i desideri della ragazza che Henry stringeva tra le braccia, entrarono in lui, chiari come mai era avvenuto. Per un attimo ebbe la curiosa sensazione di essere lei...

Poi un lampo rossastro esplose nella sua mente... Una forza primitiva, bestiale, si scatenò nelle sue vene. Lui avrebbe voluto dominarla, ma poi si abbandonò al suo vortice.

L’istinto del maschio aveva vinto il controllo dell’evolutissimo Trug. La forza irrefrenabile della Natura aveva ancora una volta vinto volontà e intelligenza di un essere superiore.

La Luna illuminava adesso la ragazza, pallida, coi capelli scomposti e due lacrimoni che le rotolavano sulle guance. Henry, tornato in sé, si rese conto di aver compiuto l’atto più importante, più necessario, più impegnativo che può compiere un bipede verso un altro suo simile. Si ricordò delle immagini trasmessegli dalla Gran Madre (quando? in un’altra vita?) e rivide il piccolo O-Baa rischiare se stesso per la graziosa O-Ree... Così i bipedi si erano propagati per tutto il pianeta e si erano moltiplicati nel tempo...

Accarezzò i capelli di Lucy con una grande dolcezza che gli veniva da dentro. Si chinò sul suo viso e bevve le sue lacrime, poi la baciò a lungo. Lucy gli accarezzò la nuca e gli sorrise debolmente. La sua mente era preoccupata soltanto da una cosa: perdere Henry! Il giovane intravide in lei mille piccoli complessi: pudore, paura, educazione. Ma soprattutto lei non voleva perderlo. Henry la strinse a sé. Qualcosa di grande scese nel silenzio della notte. Lucy aspettava. Non sapeva che cosa, ma la sua sensibilità le diceva che qualcosa di solenne stava per accadere.

La voce di Henry suonò pura nella mente della ragazza, senza passare attraverso i suoi sensi.

"Il corpo dell’uomo che vedi accanto a te non è il mio. Di più: io non sono un uomo. Il mio vero corpo è immerso nel letargo in un tempo e in uno spazio diversi da questo. Dicendoti queste cose, forse io vengo meno alla mia missione. Ma sento che adesso tu devi sapere, e non posso andare contro a quello che ritengo essere giusto. Prima di salire da te, stasera, ho nascosto, in un giardino, una piccola borsa. Dentro c’è la morte per tutta la tua gente!"

Lucy guardò Henry, esterrefatta. Temette di aver perso la ragione, ma il giovane le sorrise e parlò a voce alta.

- No, amore. Sono stato proprio io a parlare in te! Quello che ti ho detto è vero. Se tu vedessi il mio vero aspetto, probabilmente inorridiresti. Anche a me il vostro era sembrato ridicolo, a prima vista. Poi ho incontrato te...

Lucy fece per parlare, ma Henry la fermò con un cenno e riprese il dialogo telepatico.

‘Non hai bisogno di parlare, Io posso leggere quello che vuoi dire non appena lo hai pensato. Ormai ho cominciato e, non temere, ti dirò tutto. Ti spiegherò ogni cosa. O almeno ogni cosa di cui io stesso conosca la spiegazione."

Lucy avverti una leggera variazione nella voce che le suonava nella mente, quando questa riprese il racconto.

"L’universo è uno solo, una la materia, infinite le dimensioni. Io ho viaggiato dalla mia alla tua usando solo la forza della mente."

Lucy non si mosse, né apri bocca, ma Henry scosse il capo. Di nuovo il suo racconto riprese.

"No, Lucy, non è cosi. Io stesso non lo sapevo fino a che non ho letto quel libro. Si, quello che avrei scritto io... solo che allora io non ero ancora arrivato. Ti ricordi quello svenimento a scuola? Io arrivai soltanto in quel momento..."

Lucy pensò che quel momento aveva coinciso con la nascita del suo interesse verso Henry che sorrise e non disse alla ragazza che non si può mentire durante un dialogo telepatico.

"Tu sai che la materia è formata da un raggruppamento di atomi - riprese – E puoi pensare a un atomo come a un piccolo sistema solare in miniatura. Supponi che i tuoi occhi non vedano i corpi in questa dimensione ma i costituenti. I bordi delle cose che ti sono familiari sparirebbero e tu vedresti galassie di atomi, ammassi di galassie, muri di ammassi. Più fitte là dove qui sono dei solidi, meno fitte dove qui tu vedi nebbie o gas. Ti dico questo perché tu questo puoi immaginare: la realtà è molto più complessa e nella mia dimensione esistono solo vibrazioni di elementi unidimensionali.

Lucy accennò di sì col capo e il discorso riprese:

"I solidi, o meglio gli ammassi di galassie a grande concentrazione stellare (parlando dal punto di vista del mio mondo) non sono nettamente divisi gli uni dagli altri. Per un astronauta dell’atomo, il passaggio da un vostro solido all’aria che lo circonda è del tutto inavvertito, noterà soltanto l’aumento della distanza tra una stella e l’altra. Ossia tra una galassia e l’altra. Tutto l’Universo è energia o, se preferisci, materia: un blocco solo se visto dall’ultima ipotetica dimensione, un caos di vuoto risonante se visto da una altrettanto ipotetica prima dimensione. Per quanto ne so io, noi non siamo mai usciti con mezzi fisici dal nostro ammasso nebulare che comprende alcuni miliardi di galassie ad alta concentrazione di soli, cioè da un vostro solido.., capisci? Tutto il mio universo potrebbe essere un granellino di polvere che sto pestando in questo momento!"

Lucy abbracciò improvvisamente il giovane e lo baciò, poi si staccò da lui sussurrando:

- Potrebbe essere una parte di me... e io voglio essere per te tutto il tuo universo! -

Henry t1accarezzò, pensieroso, poi riprese, ad alta voce:

- Sei tanto cara, ma non ti ho detto tutto... Ascolta: io sono venuto per annientare la Terra! Per uccidervi tutti, per respingere il pianeta nel buio e nel freddo siderale. Posso farlo, sai? E devo farlo!-

Il giovane si prese la testa tra le mani. Lucy si chinò su di lui. Nei suoi grandi occhi si leggeva l’incredulità mista al terrore.

- Perché? Perché devi fare una cosa simile? Che fastidio possiamo dare noi a…-

Si interruppe. Temette di offendere Henry. Si sentiva in una situazione paradossale. Le venne da ridere e credette di essere completamente impazzita. Lui rialzò la testa e continuò con voce cupa:

- Perché voi usate i nostri soli per le vostre macchine! Laggiù, nel mio mondo, io sono addetto ai radiotelescopi. Un tempo non c’era granché da registrare, poi cominciò il "flagello". I soli di nebulose infinitamente lontane, ma già troppo vicine, cominciarono a scoppiare. Le stelle diventavano supernove a milioni! Allora sono stato mandato qui, con l’ordine di osservare e poi distruggere la razza umana! Sono stato mandato qui senza spiegazioni. Se non fosse stato per quel libro, non avrei mai capito! Gli uomini disintegrano l’atomo e l’atomo si difende. La nostra civiltà è molto antica, anche se non si può fare alcuna relazione con il tuo tempo, cioè, con questo tempo. Insomma, noi siamo agli ultimi stadi dell’evoluzione della materia, Dominiamo le energie dell’Universo con la sola forza del nostro cervello e… ma che importa questo! - Henry sbuffò, stringendosi nelle spalle.

Lucy non parlò. Avrebbe voluto dire tante cose, ma come trovare le parole per difendere tutta l’umanità? Fu il suo intuito a risolvere il problema.

- Tu mi ami? - chiese.

Henry annuì.

- Allora non puoi volere che io muoia, non puoi voler tornare laggiù, nel tuo mondo! Allora...-

il viso di Henry si fece attento, poi d’improvviso il giovane balzò in piedi. Aveva deciso.

 

XVII

Mai, dal tempo felice degli Anthin, la grande isola aveva più visto tanti aerei solcare il suo cielo. Il rombo dei motori echeggiava, straniero, tra picchi e valli nascosti dal ghiacci.

Il Grande Convegno era stato fissato per quella notte. La misteriosa setta a cui faceva capo il Gran Maestro aveva adepti in ogni paese del globo. Tutti sapevano della sua esistenza ma avevano idee sbagliate sui suoi scopi. Anche la grande maggioranza dei suoi stessi membri non erano a conoscenza della verità. La maggior parte di essi si accontentava di godere ei vantaggi che la setta offriva loro, vantaggi di ogni genere, senza porsi troppe domande. Però vagamente si mormorava che a capo della setta ci fosse un uomo che conosceva i segreti della Vita e della Morte.

Ogni branca della setta faceva capo a una Loggia, e le Logge erano tutte quante le città della Terra. A loro volta le Logge, in organizzazione piramidale, dovevano riferire a vari Gran Fratelli, sparsi per il mondo. Ma neanche essi conoscevano tutta la verità. Solo uno: il Gran Maestro. Un uomo sconosciuto ai più era il depositario di tutto. Raramente quest’uomo aveva mostrato il suo volto. Quelli che lo avevano visto, ricordavano la sua alta figura e il suo sguardo metallico bucare un cappuccio celeste decorato con un triangolo d’oro. I Gran Fratelli sapevano che uno di loro era sempre pronto a succedere al Gran Maestro. Ma nessuno conosceva il nome del designato. Affinché il Gran Segreto non andasse perso, era cura di ogni Gran Maestro istruire un altro uomo non appena egli fosse subentrato nei poteri massimi della setta di cui nessuno ricordava l’origine. Si diceva che fosse vecchia quanto l’umanità, ma questo non era vero.

La chiamata per il Grande Convegno fece convergere tutti i Gran Fratelli nel luogo prefissato: l’Antartide.

Una delle regole della setta diceva che un giorno essi sarebbero chiamati a raccolta da tutte le parti della Terra e che in quel giorno il Gran Segreto avrebbe cessato di essere tale. Ma erano passati i secoli senza che chiamata venisse.

Infine però il grande giorno era giunto.

Gli aerei continuavano ad arrivare. La grande distesa gelata scompariva sotto le loro sagome slanciate. Mano a mano che i chiamati scendevano a terra venivano portati da ascensori nel sottosuolo.

Infine il grande salone sotterraneo fu pieno. Nessuno parlava, L’attesa, l’ansia, la curiosità ammutolivano tutti.

Poi il Gran Maestro apparve. Portava sul petto il triangolo d’oro in campo azzurro, simbolo del suo grado.

Il silenzio acquistò maestosità. Tutti stavano trattenendo il fiato. E il Gran Maestro parlò. Il suo viso, ignoto ai più, sembrava scolpito nell’alabastro:

- Amici e fratelli - cominciò - lo scopo principale per cui la nostra organizzazione venne creata quattordicimila anni fa, è stato raggiunto. Per generazioni e generazioni, gente come voi ha servito la causa senza chiedere, senza sapere nulla. Questo è il momento in cui voi tutti avete il diritto di ascoltare quanto ho da dirvi. Questo continente in cui ci troviamo, non è stato scelto a caso come luogo del nostro convegno. Io ero appena un bambino quando tutto ciò che qui esisteva venne travolto un immane catastrofe. Parlo di oltre quattordicimila anni fa.... -

Un brusio di stupore corse nella sala. Poi tutti tornarono attenti. Il Gran Maestro raccontò succintamente la storia di Atlantide, parlò della sua civiltà e della sua improvvisa distruzione. Parlò di un’intelligenza che volle annientare quella civiltà, ma non disse tutto ciò che sapeva l Il mondo non era ancora per conoscere tutto.

Il Gran Maestro parlò ininterrottamente per molte ore.

- Pochi sfuggirono alla morte, quando la Terra spostò i suoi poli, ma io e mio padre fummo tra questi. Riparammo in Australia e lì mio padre poté portare a termine i suoi studi sul ricambio dell’acqua nelle cellule corpo umano. Il mistero della vita e della giovinezza era racchiuso nella soluzione quel problema: non permettere alle cellule di disidratarsi. Per far questo dovette intervenire nel codice genetico sintetizzando tratti di una complessa molecola deossiribonucleica, fonderla nel nucleo in modo potesse ordinare la sintesi di una speciale proteina che impedisce appunto la perdita dell’acqua.

I pochi superstiti cercarono di organizzarsi. Ma erano quasi senza mezzi. Tutta la civiltà era basata sulle macchine, ed ora queste non esistevano più. I pochi razzi che ci avevano portato in salvo dovettero venire smontati per provvedere alle più urgenti necessità. Nacquero alcuni bambini e fu difficile far capire loro quanto era successo, parlare loro di cose che non avevano mai visto e che forse non avrebbero visto mai quando invece la foresta era una cosa vera, viva, contro cui lottare, e veri e attuali i suoi problemi e la sua gente. Allora in Australia vivevano delle tribù primitive, una razza alta, olivastra, molto intelligente.

Col passare degli anni, capimmo che quando tutti i superstiti di Atlantide fossero morti, sarebbe morto con loro anche il ricordo delle mete conquistate e soprattutto quello della punizione venuta da una potenza misteriosa che aveva fermato l’uomo alle soglie dello spazio.

Fu allora che mio padre ebbe l’idea di sperimentare su di me le sue scoperte genetiche. Egli mi disse che se fosse riuscito nel suo intento, io sarei vissuto per secoli e forse per millenni e nessun segno di vecchiaia sarebbe mai apparso nel mio corpo. Anche le malattie mi avrebbero quasi sempre risparmiato. Non fu proprio così, tuttavia la scoperta di mio padre raggiunse il suo scopo. Non ero in grado di capire l’intera strada che lo aveva condotto alla scoperta. Ma non istruì nessuno allo scopo di generalizzarla. Forse temeva che ne avremmo fatto pessimo uso o forse voleva che io fossi solo. Così avrei potuto votarmi interamente a quella che doveva diventare per me una vera e propria missione.

Gli anni passarono nel piccolo villaggio che avevamo costruito ai margini di una rigogliosa foresta, e col passare degli anni vidi morire, uno ad uno, tutti coloro che per esperienza diretta ricordavano le meraviglie della nostra civiltà assassinata. I nostri discendenti si imbarbarirono nel giro di poche generazioni. Con gran fatica io riuscii ad insegnare loro qualcosa...

Forse in altre parti della Terra, altri piccoli nuclei dl Atlantidi avevano subito una sorte analoga alla nostra. Dopo duecento anni dalla catastrofe, era già arduo distinguere uno dei nostri discendenti da quelli delle tribù primitive con cui vivevamo. Gli incroci ormai erano stati troppi. La gente nasceva viveva e moriva. Io rimanevo immutabile. Il tempo su di me pareva non lasciare traccia. Solo più tardi mi accorsi che non era cosi. Anch’io stavo invecchiando, però in un modo spaventosamente lento.

Sapevo quello che mi aspettava nei millenni futuri. Tutta la sapienza di Atlantide riposava in me. Il mio compito sarebbe stato quello di aiutare gli uomini nel loro testardo cammino verso la perfezione. Soprattutto avrei dovuto essere presente quando sarebbe tornato il momento del pericolo: quando cioè gli uomini si sarebbero apprestati a lasciare il pianeta per tentare l’avventura cosmica. Non posso dirvi come abbia intuito di che genere avrebbe potuto essere il pericolo e da che parte sarebbe potuto venire, però sapevo che al momento giusto ce lo saremmo di nuovo trovato di fronte.

Lasciai l’Australia. Volevo visitare il pianeta. Speravo di trovare altrove una civiltà più avanzata. Mi ingannavo. La Terra era una landa selvaggia. Mi stabilii sulle coste dell’Asia. Non potevo stare troppo a lungo nello stesso posto: non volevo che la gente notasse il perpetuarsi della mia giovinezza. Sarebbe stato troppo pericoloso per la mia vita e io sapevo quanto fosse preziosa per il genere umano. Tuttavia nacquero delle leggende sul mio conto presto storpiate dalla fantasia popolare. L’uomo si stava incamminando verso le sue mete. Fu soltanto dopo il primo millennio dalla catastrofe abbattutasi sulla mia gente, che pensai di organizzare una setta che potesse, nel tempo, espandersi su tutta la Terra. Sentivo il bisogno di dividere il mio segreto con un mio simile. Cominciai a cercare l’uomo degno di tanta fiducia, e passarono ben tremila anni! Infine lo trovai, Viveva in una regione allora detta Mesopotamia ed era un uomo di grandissime doti morali e intellettive. Egli divenne il primo Gran Maestro e saggiamente si preoccupò subito di istruire un altro uomo che potesse succedergli in caso di una sua improvvisa morte. Io non dissi tutto a quell’uomo, ma quello che dissi gli bastò. Era nata la nostra setta, fratelli: più di diecimila anni fa!

Io rimasi nell’ombra mentre i secoli scivolavano via, uno dietro all’altro, apparentemente uguali, eppure apportando sottili miglioramenti nei neuroni della nostra specie. Sorsero i primi grandi imperi, le prime grandi città. Dopo migliaia di anni, potevo passeggiare su strade lisce, in mezzo a mura costruite dall’uomo!

Intanto la nostra setta si espandeva sempre più. Gli adepti non sapevano quasi nulla, ma proprio il mistero ne facilitò l’espansione. Io vegliavo su di essa ed essa sul mondo. Ero tornato ad essere solo. Nessuno mi conosceva, nessuno immaginava chi fossi. Alcune volte fui Gran Fratello, altre dovetti rifiutare di divenire Gran Maestro. Ormai nella mia mente si era formato un piano preciso: sarei diventato Gran Maestro soltanto il giorno in cui si sarebbe approssimata nuovamente la mortale minaccia per il genere umano.

Molti Gran Maestri divennero famosi. Molte scoperte, molte conquiste della tecnica e dello spirito, furono merito loro. Intanto la nostra setta cominciò a diventare troppo numerosa per sperare di restare segreta. E si dovettero nascondere i suoi scopi sotto altri, meno clamorosi.

In Grecia, Luciano di Samosata scrisse un racconto in cui immaginava di andare sulla Luna! La nuova era stava veramente sorgendo! In soli duemila anni, l’umanità si ritrovò di nuovo affacciata sulla porta che immette nel buio abisso siderale.

Ma il mondo era diviso in due grossi blocchi, entrambi potenti e bisognerà distruggerne uno…-

Il Gran Maestro si interruppe, e sorrise. Il suo volto sembrò appena per un attimo perdere la sua solennità inumana, poi si ricompose in quella fissità quasi ipnotica che incatenava l’uditorio.

- Scusate, Fratelli, questo lo state vivendo anche voi e sarà meglio riassumere. Come sapete, dunque, due potenze sulla Terra minacciavano di distruggere il pianeta senza attendere l’intervento di una mano straniera. E la nostra setta, noi, voi, scongiurammo questo pericolo. Fiduciosi negli uomini, abbiamo scelto una strada molto pericolosa, ma la più rapida di tutte: abbiamo messo nelle mani dei responsabili, delle armi spaventose, una delle quali basterebbe per mandare in frammenti la Terra. I capi delle due forze si trovarono cosi in possesso di un’arma troppo tremenda per essere usata senza morire essi medesimi e compresero finalmente di essere abitanti di uno stesso, piccolo globo, sperso nell’immensità dell’Universo. Cosi trasferirono negli spazi le loro rivalità. Il momento fatale si avvicinava. Da qualche anno io avevo assunto il rango di Gran Maestro.

Puntualmente l’alieno tornò per distruggere. Ma stavolta noi eravamo pronti. Purtroppo non posso dirvi come e perché la catastrofe non avvenne, ma non fu merito nostro, o almeno non soltanto per merito nostro. Un’intelligenza superiore aveva già stabilito che questa era l’ora giusta perché gli

uomini cominciassero la loro grande avventura.

Questo è tutto, signori, il cammino dell’evoluzione è ancora molto lungo e non procede in linea retta, si adatta agli ambienti, a volte sembra tornare sui suoi passi. Per questo il Grande Convegno deve acquistare un altro significato oltre quello che predisposi molti millenni fa. La nostra setta deve continuare la sua tutela sul mondo. E così sarà fino a che l’uomo diventerà dio: onnisciente e onnipresente. Fino a quando l’intelligenza non ingoierà l’Universo. -

Il Gran Maestro tacque. Il silenzio continuò a regnare nella sala. Il vecchio indicò un uomo

con un dito teso.

- Tu, Gran Fratello, sarai il nuovo Gran Maestro. A te confiderò tutti i miei segreti. A tua volta tu dovrai cercare tra questi uomini il tuo futuro sostituto. Io lascio questo mondo. La mia vita è stata lunga, e in tutti questi millenni non ho trovato quello che il mio animo cerca perché i tempi qui non sono maturi, ma ho trovato il luogo dove andare. Amici, fratelli miei, addio! E che l’umanità possa esservi grata per quanto farete per essa !

Il Gran Maestro voltò le spalle all’assemblea e sparì lungo un corridoio che si apriva sui fondo della sala. Dietro a lui, sparì l’uomo prescelto come suo successore.

Nessun applauso, nessun segno esteriore di commozione, si manifestò nei convenuti che lentamente, ordinatamente, cominciarono a sfollare, Erano stati testimoni della chiusura di un’epoca, ma ora ne cominciava un’altra non meno complessa e non meno impegnativa.

Le parole di quell’uomo che aveva sfidato i millenni, solo con il suo segreto, erano un esempio luminoso per tutti loro.

Gli aerei scivolarono rombando sui ghiacci. Negli occhi di tutti, adesso, là dove prima non avevano scorto che gelo, c’erano i perfetti, altissimi palazzi di Atlantide. Gli uomini li avrebbero ricostruiti e avrebbero ridonato al glorioso continente dimenticato le sue dolcissime primavere.

Nel frattempo, un uomo veniva a conoscenza di tutti i segreti celati nelle pieghe del cervello del Gran Maestro. In una stanza semibuia era incominciato il dialogo tra i due uomini. Ininterrottamente, per otto giorni e otto notti, i loro pensieri si unirono, si scontrarono, si mescolarono. La personalità del Gran Maestro si stava trasferendo, per un processo simile all’osmosi, in quella del suo successore.

Infine, il prescelto conobbe tutti i segreti delle risonanze cosmiche, dell’atomo, del tempo, dello spazio.

Adesso il vecchio era solo. Non era più Gran Maestro, non era più il tutore della razza umana. Il suo lungo viaggio di millenni era finito. Accarezzò con le dita stanche il triangolo d’oro in campo azzurro: i simboli della grande Atlantide! La civiltà della sua gente non era stata inutile. La sapienza di Atlantide aveva guidato il mondo: la grande catastrofe era stata giusta, necessaria, per l’omogeneo progresso del pianeta. Il piccolo frammento di tempo che è la vita di un uomo comune è troppo breve perché egli possa veramente giudicare gli ultimi effetti delle cose. Adesso però lui poteva abbracciare, nel ricordo, l’avvicendarsi di infinite generazioni. Si lasciò andare su di una sedia nera dall’alta spalliera. Non gli restava da compiere che l’ultimo viaggio. E il richiamo non tardò a farsi udire. Dolce, estenuante.

Il suo corpo si immobilizzò sulla sedia. Il suo cuore si contrasse nell’ultima dell’infinita serie di pulsazioni che lo avevano tenuto vivo attraverso tutta la Storia.

Il suo volto d’alabastro si distese nella grande pace del non essere, mentre la sua anima udiva sempre più distintamente il dolce richiamo della Perfezione.

 

 

XVIII

La Gran Madre riempiva la caverna. Immobile, eterno blocco di Intelligenza.

Arek risenti il contatto telepatico con le familiari voci del suo universo. Poi il contatto avvenne, dolce, estenuante, come sempre.

Infinite domande trovarono la loro risposta. Lui, Arek, era libero! Lui, Arek, aveva pienamente assolto la sua missione. Una cosa sola gli restava da compiere.

Un ultimo viaggio.

Intanto le immagini sfilavano nella sua mente.

Il rosso pianeta Marte, visto dall’oblò di un’astronave, di una astronave terrestre!

Una formazione di dischi volanti, capeggiata da Krl, volteggiava nel rosa pallido del suo cielo. Il pianeta fratello si apprestava ad accogliere i primi astronauti venuti dalla Terra.

Anth, nella sala del trono, osservava la scena da un grande schermo televisivo. Il Figlio della Terra piangeva! L’attesa di millenni era infine coronata di successo. I terrestri si riunivano con i discendenti di Atlantide!

L’astronave terrestre attutì la spinta antigravitazionale dei suoi motori e lo spazio riprese la sue coordinate. Dolcemente, elegantemente, la macchina spaziale toccò il suolo dell’astroporto di Ulm. Impacciati da goffe tute, quelli che avevano creduto di essere i primi terrestri che avessero valicato l’abisso dello spazio, scesero sulla sabbia compatta dell’astroporto.

I dischi marziani calarono intorno all’astronave. I contatti radio erano già stati stabiliti da diverse ore. Il pianeta rosso era in festa fin da quando era giunta la notizia che un’astronave, mossa da motori warp anti g., aveva lasciato la Terra diretti a Marte.

Un piccolo marziano si diresse verso un Figlio della Terra nell’antico gesto di amicizia che da quindici millenni affratellava le due razze. Le palme tese del terrestre sfiorarono quelle del cittadino di Slva, capitale di Marte.

Arek era felice. Ora restava un ultimo viaggio. Un viaggio strano.

La Gran Madre, nella sua infinita saggezza, aveva tutto previsto. Però Arek adesso doveva tornare sulla Terra. Doveva tornare nell’anno 1958 dell’era cristiana. Doveva tornare per scrivere il libro "I Signori dello Spazio", senza il quale tutta la realtà non avrebbe potuto essere come era.

La Gran Madre dissipò i dubbi del Trug. Tutto quanto era successo era immutabile. Per Arek soltanto, sarebbe esistito un paradosso nel tempo. Per Arek l’anno 1958 sarebbe venuto dopo l’anno 1959 e il XXI secolo prima del XX. Avrebbe scritto il libro e conosciuto Lucy. Avrebbe solo ricordato il futuro. Poi sarebbe svenuto nel momento in cui doveva entrare nel corpo di Henry per "la prima volta"…

Arek doveva costruire il passato. Altrimenti il paradosso temporale avrebbe distrutto quella linea d’universo. E per quegli uomini non dovevano sapere, mai! La loro ancora limitata intelligenza non avrebbe saputo usare un fenomeno così delicato e pericoloso. Sarebbe bastata una svista, una soltanto, per annullare tutta la realtà dei millenni futuri in quella linea di probabilità degli eventi. Il tempo non esiste come divenire: presente, passato e futuro sono realtà egualmente esistenti in una specie di congruenza che probabilità gli eventi che creano sequenze. Una limitazione di molte razze intelligenti impediva loro di sentire queste realtà. Ma la Gran Madre aveva ormai superato questo stadio. Per essa il tempo esisteva tutto in una volta sola. Come lo spazio: Ognuno occupa uno spazio per una certa durata di tempo: un piccolo spazio per una breve durata. Negli infiniti spazi esistenti e negli infiniti tempi "contemporanei" non ci siamo. Spazi alieni e tempi infinito si stendono intorno a noi, non dietro o avanti a noi. Essi esistono contemporaneamente. Il multiverso che racchiude infiniti universi semplicemente è.

Arek intuì più che capire. Perché lui non era più parte dei Tutto. Lui era ormai un individuo, e così doveva essere. Arek era sceso nella scala evolutiva per aiutare una specie a salire senza distruggersi. Il Trug sentì con sgomento, svanire le sue facoltà telepatiche. Il suo io si stava isolando. Diventava realmente e integralmente un bipede. Così era perché così doveva essere. Così era sempre stato. Ma il suo corpo non sarebbe perito. Nulla poteva scomparire nell’universo. Un’entità estranea a lui stava entrando nel suo corpo. Il disagio fu grande, ma prima di partire per l’ultimo, grande viaggio, Arek riconobbe l’intruso e fu felice di lasciare se stesso all’individuo più sapiente della Terra.

Il Gran Maestro non avrebbe più potuto abituarsi ad essere un uomo, come lui non avrebbe più potuto continuare ad essere un Trug.

Il compito del bipede che aveva salvato la sua specie era terminato.

Ora lui compiva un enorme balzo in avanti. Si avvicinava alla Perfezione.

L’ultima cosa che Arek apprese dalla Gran Madre fu la storia del suo popolo. La storia di una molecola, la prima d’idrocarburi formatasi nello stagno del tempo. Assistette, rapito, a tutte le sue innumeri trasformazioni. Vide i piccoli unicellulari generare creature. complesse. I primi molluschi, i primi pesci, le avventure strazianti e crudeli dell’abbandono dell’elemento acqua, i primi anfibi, poi i mammiferi. e la comparsa dell’intelligenza emersa dal complicarsi delle sinaspi e dei collegamenti di miliardi di neuroni. Ma quello era il suo mondo, il suo pianeta...

Poi i bipedi continuarono la scalata verso la perfezione. La materia cedette il passo all’informazione, all’immateriale, allo spirito. I corpi persero la vigoria muscolare, la scienza favorì l’essenza : il cervello. Ora il cervello era autonomo, immateriale, puro programma. Ma l’evoluzione continuò e i cervelli si collegarono in una sola grande mente: era nata la Grande Madre.

L’ultimo stadio era vicino: l’intelligenza pura, la coscienza totale, mentre in infiniti luoghi e tempi il processo riprendeva partendo da una scossa degli spazi, da un’energia che si faceva materia…

Dio: spirito, energia creata e creante per essere ancora creata...

I concetti si annebbiarono nella mente di Arek. Ormai il viaggio era iniziato.

Un ultimo augurio gli venne dal proprio corpo, da quell’Arek che non era più Arek, a un Arek che si accingeva a diventare veramente e pienamente umano!

EPILOGO

Henry spalancò gli occhi. Aveva scritto il libro, aveva conosciuto Lucy e poi era svenuto in un’aula scolastica. Ma adesso non era più nell’aula. Adesso la Luna gli illuminava il volto e china su di lui c’era Lucy. La sua Lucy! E tutto quello che aveva perduto gli sembrò nulla, in confronto all’amore che lesse nel suo sguardo. Nel suo sguardo soltanto: il suo cervello di bipede era incapace di attività telepatiche. Forse, al più, avrebbe potuto impedire ad altri di penetrare in lui erigendo uno schermo mentale,..

- Non ci sei riuscito? Amore, amore, sei ancora tu? - Lucy lo scosse, disperata.

Henry le sorrise, e la ragazza fu sicura che quello era il suo Henry. Lei lo ricordava cosi sin da quando lo aveva conosciuto, nel 1958, mentre stava scrivendo quel libro di fantascienza. Lui non era mai stato un altro, ne era sicura, ma non glielo disse. Cose strane erano successe, cose incomprensibili a cui si rifiutava di pensare, felice soltanto che Henry, il suo Henry, fosse ancora con lei e le sorridesse.

Lui la attirò a sé e la baciò prima di risponderle:

- Sì, amore… sono sempre io! Sono tornato per stare sempre con te. Tutto ormai è stato compiuto

E ancora una volta alla ragazza sfuggì la sfumatura di voce con cui Henry aveva pronunziato quel "tutto".

FINE

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