home               torna all'indice generale

STRADIVARIUS CREMONENSIS

 

Antonio Stradivari nacque nel 1643 o 1644 o 1648 (gli storici non si sono ancora messi d’accordo)  e morì nel 1737.

 Ebbe undici figli, sei dalla prima moglie e cinque dalla seconda.

 Costruì millecentosedici strumenti, ne sono rimasti seicentocinquanta: tutti capolavori.

Non esiste un suo ritratto, non si sa nulla della sua vita intima ma ve la racconto lo stesso perché più o meno i geni son fatti tutti della stessa pasta.


 

Capitolo 1

TUTTI  DELLA STESSA PASTA

                

I topi sembravano saperlo e non se ne vedeva uno in giro fin dal giorno prima. C’è solo da perdere a mostrarsi quando un padrone è costretto a scappare.

 La soldataglia franco-piemontese ha avuto ordine di lasciare la città e fa man bassa di tutto quello che trova pane, farina, vino e donne.

Le porte delle case sono sbarrate e inchiavardate e i soldati battono contro di esse con i calci degli archibugi ma senza insistere troppo, per sfregio, col gusto del frastuono.

 Una pira arde nella piazza grande, tra la cattedrale e il palazzo del Comune, alimentata con sfasciume di mobili, paglia fetida e stracci insanguinati. Tra le fiamme brilla la cassa intatta di un violino in purissima brace.

 Fumo acre su Cremona. Il sole caldo di questo 25 agosto del 1736 lo fa stagnare basso nei vicoli tra le case.

 Una donna in nero fugge oltre l’angolo di un vicolo. L’ han vista, le corrono addosso latranti, eccitati come cani dietro alla volpe. La agguantano sulla soglia di casa un attimo prima che riesca a chiudere l’uscio. Resiste, punta mani e piedi:

  - Pietà, in nome di dio, mio marito sta morendo. Gli porto la   medicina del cerusico! -

 - Gli porti anche qualcos’altro!- la sbeffeggia un rosso aostano     infilandole la mano callosa sotto la triplice gonna di cotone.    

 Altre mani si chiudono sulle sue braccia e sulle sue gambe e la         strappano dallo stipite dell’uscio. Le sue urla rimbalzano contro le finestre serrate delle case.

I soldati la rovesciano su una botte sfondata che getta un ultimo fiotto di denso vino rosso. Le buttano in testa le gonne:   bianchissima pelle, per un attimo il sole sulle natiche magre e serrate poi i soldati si accalcano su di lei litigandosi la  precedenza.

Le risate, le grida, il rumore dei passi dei soldati che se ne  vanno giungono deboli nella penombra della bottega da liutaio.

La porta è chiusa, difesa dall’anta di noce e sul banco arriva la luce delle due finestrelle che danno sul cortile. Le forme dei violini, delle viole, dei violoncelli appesi alle pareti hanno curve femminili. Sgorbie, seghetti e pialle luccicano nelle rastrelliere allineate come baionette di diversa forma. In un  grosso alambicco bollicchia un liquido scuro che goccia traslucido sulla serpentina di condensa. Lunghe mensole sono ingombre di vasetti tappati con l’osso del granoturco o sigillati con carta d’olio e spago ben stretto nella scanalatura del collo. Un fascio di asprella si sta seccando in una greppia.

Un raggio di sole filtrato da ragnatele e vetri sporchi accende di riflessi colorati il perlaceo intarsio dei cinque strumenti appesi sulla parete di fondo.

Due ometti levigano con movimento sincrono e leggero le casse armoniche di violini quasi finiti. Muovono il sacchetto di asprella secca e inumidita in un bagno di cenere e scaglie di pesce con percorsi curvi e morbidi seguendo la venatura del legno.

E muovono la mano e muovono la mano e muovono la mano con facce inespressive uniformate dalla penombra. Un respiro profondo, rauco, che viene dal fondo della bottega fa guizzare lo sguardo di Omobono in quello di Francesco e poi entrambi chinano il capo a spiare oltre il cavo delle proprie ascelle, senza perdere il ritmo ossessivo della levigatura.

Un vecchio imponente è seduto su una sedia imbottita ornata con borchie d’argento, davanti al bancone del fondo. Un ampio abito damascato dalle maniche enormi dà potenza alla sua figura che i lunghi capelli bianchi fermati dietro la nuca con una fibbia d’oro incorniciano di magico, mettendolo fuori del tempo.

Antonio Stradivari è assorto in contemplazione del suo ultimo violino che tiene immobile tra le mani e non bada agli sguardi spianti e preoccupati dei suoi due figli che paiono più  vecchi di lui.

Il  suo volto è segnato da rughe profonde che affluiscono le une nelle altre come letti di fiumi e torrenti disseccati in antiche ere.

Il suo sguardo è invece penetrante e vivissimo: scruta lo strumento non ancora verniciato, come volesse leggere un segreto nelle sue sottili venature chiare. Gli passa una mano sopra: una carezza possessiva a cercare un’intimità con la materia. Una smorfia di rabbia sconvolge e distorce le pieghe del suo volto, mentre la sua mano enorme, nodosa, si stacca dal violino, si  leva alta, minacciosa, si serra a pugno e cala sul  piccolo strumento come una mazza, sfondandolo.

Omobono e Francesco Stradivari hanno un sussulto al rauco grido del padre. I pezzi del violino s’innalzano in una diaspora di piccoli frammenti che si accendono come faville entrando e uscendo dal raggio di sole, poi segatura e polvere ovunque mentre la  bottega risuona di un’agonica  vibrazione.

   

Capitolo                   2

UN’AGONICA VIBRAZIONE

 La chiesa di San Domenico sembra una stalla appena lasciata da una  mandria sporca e malata. Strami di paglia marcita di orina e sangue coprono il pavimento fino all’altar maggiore in un fitto ronzare di  mosche e tafani.

Ammucchiati contro le pareti, tra i cupi confessionali,          dozzine di soldati moribondi, avvolti nei resti delle loro divise lacere, nereggianti di insetti che succhiano la mucillagine putrefatta che scola dai giri delle bende. Alcuni si trascinano nello strame cercando di alzarsi e di andar via con quelli che riescono a mettersi in piedi.

- Questi ve li lascio -  dice l’ufficiale francese a un domenicano dalla tonaca bianca, sporca di sangue e di unto, che si guarda intorno smarrito  - magari prima di consegnarli agli austriaci date loro una passata d’olio santo...-   aggiunge annusando i sali di una boccetta e facendo svolazzare i luridi pizzi che gli escono dalle maniche della giacca.

Il domenicano fa segno di entrare ad altri due preti che sbirciano dal portale d’ingresso e si china a soccorrere un soldato senza gambe che striscia verso gli stivali dell’ufficiale:

- Capitano, non lasciatemi qui, c’è mio fratello nel Terzo... mi  porterà a casa lui...-

L’ufficiale si scosta con fastidio e si avvia verso il sole che accende miasmi e vapori in una colonna di luce avvolgendo i due pretini ancora fermi contro l’uscio spalancato.        

Attraverso quella luce, ansimante spaventato, Omobono Stradivari ancora avvolto nel suo grembiule di cuoio da liutaio, irrompe nella chiesa, urtando l’ufficiale francese:

- Giuseppe!-  grida al giovane domenicano e subito si ferma a mani  tese perché l’ufficiale ha sguainato la spada.

- È mio fratello, capitano, quello che fa il liutaio con mio padre, Antonio Stradivari, l’avrete sentito… vi prego di scusare la sua sbadataggine. – Il tono del domenicano è   gelido ma cortese.

Il francese esita, il tempo di un sorriso di sufficienza e rinfodera la spada mentre Omobono cerca di ingraziarselo con un inchino.

- Mèrde - è la risposta francese del capitano che attraversa la  colonna di luce verso la piazza.

- Giuseppe, devi venire a bottega! Sta di nuovo male, spacca tutto! Abbiamo dovuto legarlo! Quando gli piglia così ha la forza di un demonio! Francesco è andato a cercare il cerusico ma con quello che sta succedendo chissà se vorrà mettersi per strada! Qui ognuno pensa per sè e Dio per nessuno.-

Don Giuseppe si fa un veloce segno di croce per pareggiare l’allusione blasfema del fratello e dice ai due pretini:

- Pensate a questi disgraziati! Devo andare da mio padre...- e si affretta con Omobono nel sole.

Fumo e vapori stagnano ingrigendo tutto. Un canto osceno piemontese echeggia nelle strade, rumore di ruote di carri e di ferri ma il piazzolo di San Domenico è deserto, poi sbuca un manipolo di soldataglia che canta a squarciagola:

“Spunta ’l sol e la lünha, ‘ntal cül

e la lünha ad Muncallè!

Ca fa ciair a le fiie, ‘ntal cül

a la seira andè a balé, ‘ntal cül!”

Don Giuseppe e Omobono si addossano al portale e aspettano che i soldati attraversino la piazza e spariscano lungo la strada che porta fuori città, poi si avviano in fretta.

Il fumo è pigro, stratificato e si mescola appena al passare dell’ampia tonaca svolazzante di don Giuseppe per poi subito ricomporsi in banchi paralleli.

Omobono lo segue impaurito, guardandosi indietro, affrettando a tratti il passo per poi rallentare a ridosso del  fratello senza mai osare di sorpassarlo.

I due uomini attraversano il piazzolo, giù lungo San Matteo, verso le due porte della bottega di Stradivari. Una di esse è ben chiusa  e sprangata ma l’altra è sfondata come se dentro fosse esplosa una bomba.

Omobono corre avanti e incespica sulla soglia in uno sgabello spezzato, si aggrappa al banco da liutaio:              

- Padre...- balbetta guardando dentro, cercando di adattare i suoi occhi miopi al cambiamento di luce dall’agosto che c’è fuori alla  penombra cupa della bottega.

Sull’imponente sedia di noce ci sono delle corde rotte, tutt’intorno confusione di ferri, di colle, di pialle. Appeso alla parete di fondo splende un magnifico quintetto di violini nuovissimi e lucidi, con pregevoli intarsi, assurdo nello sconquasso della bottega.

- Chiuditi dentro, che quella roba fa troppo gola.- sorride don Giuseppe al fratello indicando gli strumenti - Lo cerco io nostro padre. Forse so dov’è andato.-


 

Capitolo           3

FORSE SO DOV’E’ ANDATO.

Il maestoso Po nella luce rossa del tramonto. Una fila lenta di soldati cammina in lontananza sparendo nella bruma viola della sera, e dietro a loro affusti di cannone e carri tirati da cavalli.

Il Po è scuro, un sangue vischioso che scivola lento con piccoli coaguli di erba e fango spinti verso il mare.

Le file degli alti pioppi sono sottolineature morbide, pieghevoli,

che, alla brezza della sera, solleticano le nuvole basse pigre anch’esse come immense isole senza frastagli.

I riflessi a tratti  fanno vedere cose che non sono. Luccichii improvvisi eclissati dal muoversi del canneto che tornano a brillare come fiamme e danno vita a cose morte.

Gli stessi effimeri bagliori negli occhi del grande vecchio che cammina sul greto verso il più alto dei pioppi. Il suo sguardo vede un’altra realtà, oltre il tempo che rende pesanti le pieghe della pelle  del suo volto.

Antonio Stradivari posa la sua mano ruvida e nodosa sulla scorza di un grosso pioppo percorsa da grandi solchi verticali e solleva lo sguardo verso la sua chioma che schiuma nel vento.

Il pioppo bisbiglia con le sue foglie e poi al cedere del vento si raddrizza e tace per riprendere il sussurro ad un secondo soffio. Il rumore si alza di tono al crescere del vento: l’aria tra i rami o forse le intime centenarie fibre del tronco creano un  suono, una nota purissima, al limite dell’umano orecchio. Un suono fine, non terrestre, qualcosa che sa di alieno e di paradiso.

E questo suono appena percettibile eppure così indimenticabile, l’orecchio di Stradivari coglie e riconosce come una nota assoluta che lo commuove e bagna i suoi occhi.

- Padre!-

Don Giuseppe è dietro a lui e lo chiama in un bisbiglio per non  interrompere la muta tensione di Stradivari.

Antonio gira la testa e chiude gli occhi per togliersi il velo del pianto e guarda suo figlio, quella figura bianca a cui il vento fa volare i lembi della tonaca.

- Sta venendo notte, padre. E' meglio tornare a casa...-  don Giuseppe si ferma vicino al vecchio,  senza toccarlo.

Stradivari lascia che il suo sguardo galleggi sull’acqua ormai bruna del Po e torni fra le radici dell'alto pioppo e poi ancora lungo il tronco dritto fin sulla cima.

- Lui era già qui, Giuseppe, quest’albero era già qui la prima volta che mi ricordo d’esser stato vivo...-

Una folata più forte piega la cima del pioppo e di nuovo vibra  nell’aria la nota purissima e sottile.


 

Capitolo            4

 LA NOTA PURISSIMA E SOTTILE

        

L’erba è più verde. L’acqua del fiume più chiara, brillante di sole. L’aria tersa incide i contorni delle cose saturando i colori.

Il Po è un immenso d’acqua che si perde in lontananze da fiaba. Un  rondone sfiora veloce l’onda zigzagando dietro a una libellula dalle ali di vetro, l’acchiappa, la spezza col becco e subito si innalza stridendo gioioso nell’azzurro di un cielo appena dipinto.

Diventa un piccolo punto guizzante ben sopra le foglie del pioppo  gigante.

Il mondo torna nuovo e grande negli occhi di ogni bambino e il ricordo delle prime immagini crea nell’uomo vecchio l’angoscia del paradiso perduto.

Scalzo, i piedi piantati nel fango tra le erbe del greto, il  bambino ha la faccia al sole. Socchiude gli occhi tentando si seguire il rondone annegato nella luce.

Il pioppo lo sovrasta frusciando, tutte le foglie disposte con geometrica sapienza  a prendere il massimo di sole.

- Oh, Antonio, raccogli o no? Guarda che se stai col naso all’aria  mangi aria anche per cena eh!-

Antonio gira su se stesso, senza abbassare lo sguardo e l’universo ruota intorno a lui, perno di tutto.

- Prova, Giacomo, se lo  fai gira tutto!-

- Ma lo so! Su, muovi il culo che tanto dal cielo non vien   giù più niente....-

Antonio si ferma di scatto a guardare il compagno, un  ragazzotto di otto anni che falcia con esperta perizia i ruvidi gambi dell’asprella. Biondo rame di capelli con piccole efelidi intono al naso. La piega naturale della sua bocca è all’insù e pare sempre che rida.

- Vien giù la pioggia e anche la neve…- si avvicina all’altro Camminando lungo il greto del Po. Giacomo si ferma sudato passandosi sulla fronte il dorso della mano che regge la falce.

- Don Botta mi ha detto che una volta, tanto tempo fa, ma tanto eh? cent’anni, anche di più, Dio ha buttato giù dal cielo della roba da mangiare! Davvero, pezzi di pane così! -     

L’evocazione del pane fa inghiottire avida saliva al piccolo   Antonio che sgrana i suoi occhi pieni di fame:

- Ooh... l’hanno preso tutto i preti, vero? –

Giacomo ride e butta all’aria una nuvola di erba falciata:

- Questo il Don non me l’ha detto ma se c’era lui sicuro che non ne ha lasciato una briciola! Dai, raccogli che ne ho già fatta una cesta. - riprende a tagliare le dritte erbe equisete con gusto  infantile di potenza.

Antonio si china a prendere l’asprella falciata stringendola a         fascio fra le sue braccia segnate dai graffi e la va a buttare in         una grossa gerla appoggiata sull’argine. Guarda in su, verso Dio,         arricciando il naso:

       

-E a noi niente. Ti stiamo proprio antipatici, eh?-

Un barcone carico di tronchi di abete sta risalendo il Po tirato da due cavalli che scalciano melma sull’opposta riva guidati da un ragazzo  ingessato da strati di fango secco.

Un uomo si erge sui tronchi, fango secco anche lui, con i  capelli  incollati sul cranio dalla melma di fiume e grida:

-Pescaroliii! il canapoooo!- e fa oscillare un enorme gomena come  se fosse una cordicella.

Nell’ansa del fiume c’è una segheria e lavoranti stanno impilando grandi tavole appena segate sotto la guida del padrone, uomo robusto e cotto dal sole, che li aiuta nel momento dell’appoggio.

Sentendosi chiamare, Pescaroli corre a riva verso il barcone. Zoppica ma è agile e afferra al volo il grosso canapo serrandolo poi su una rudimentale bitta  strozzandone il nodo.

Il fiumarolo di fango si tira sul canapo e la barca accosta andando  a piantare la larga prua nel molle greto melmoso mentre il ragazzo che guida i cavalli sgancia il traino.

Antonio  si  è  fermato  con  una  bracciata  di asprella a guardare incuriosito la barca con i suoi lunghissimi tronchi e il ragazzo con i cavalli che ora si pavoneggia sopra uno di essi.

L’aria limpida è percorsa da un fremito leggero, un lieve soffio di vento porta il magico metafisico suono sottile come una acutissima nota di violino che si perde nell’aria e riaffiora per subito tornare a spegnersi con rimbalzi sonori, come un sasso  lanciato sull’acqua tranquilla del fiume.

Antonio guarda verso i pioppi che si gonfiano di vento e resta immobile ad ascoltare.

- Dai, non ti fermare di nuovo! Se riempiamo tre ceste, la sciura

Maddalena ci fa dieci castagne cotte: cinque a te e cinque a me!-

Giacomo sbuffa guardando Antonio immobile, teso ad ascoltare il silenzio.

- Antonio! Non far lo stupido che io...-

Antonio lascia cadere l’asprella. La nota s’è fatta più chiara. Si volge verso il  pioppo da cui sembra giungere il suono e corre sulla terra molle dell’argine, insensibile alla sferza dei cespugli.

Si perde la voce di Giacomo che urla il suo nome. Ora per Antonio c’è solo il rumore del suo cuore veloce e quel suono magico e sottile.

Schizzano fango i suoi piedi nella corsa e sanguinano sul bordo         calloso che gli fa da scarpa. Antonio corre ad abbracciare il tronco striato del pioppo: stormiscono lassù le sue lanceolate         foglie brillanti, ma il suono s’è perso in quel frusciare.

Il sole gioca a rimpiattino, abbagliante al muoversi delle mille  lance verdi e disegna piccole ombre e luci sul volto assorto del bimbo.

La nota riprende, diversa, più bassa, intonata, quasi una melodia. Antonio gira lo sguardo intorno: adesso il suono gli arriva dal  bosco di là dal fitto canneto, oltre l’acquitrino.

Ancora si sente la voce di Giacomo che lo chiama arrabbiato e il

bambino riprende a correre verso la musica, pestando la fanghiglia  e aprendosi il passaggio col corpo.

Corre fra i cespugli della boscaglia finché deve fermarsi senza fiato, cercando aria con la bocca aperta. Il suono è molto vicino: un  suono triste, lamentoso, un suono che piange.

Antonio scivola piano fra le canne e si affaccia in una piccola  radura proprio mentre il suono passa dal pianto al riso in una cascata di note. Non è più la magica metafisica nota sottile, ora è musica piena, dolce e vibrante.

Davanti ad Antonio, seduto accanto a un fuoco su cui sta    arrostendo un’anatra infilata in una spada che funge da spiedo,   c’è un vagabondo che suona una viola.

Ha una lunga barba sporca, un cappello a piuma calcato sui capelli mai pettinati e nella fascia in vita ha infilata un’enorme pistola ad avancarica. Pantaloni e gambali sono di una qualche divisa militare ormai indecifrabile.

L’uomo suona, con gli occhi socchiusi e le sue manone nere di vecchiaia e di sudiciume diventano agili e leggere sulle corde.

Accanto a lui è steso un fucile a trombone e pietra focaia lungo due metri e il brigante ci tiene su uno dei piedi ben stretto in uno zoccolo incrostato di fango, mentre con l’altro nudo e sporco come  le scarpe, di tanto in tanto colpisce il corpo dell’anatra  facendola girare intorno alla lama della spada.

Antonio è deluso e questo gli fa vincere la paura. Quando il  brigante lo fissa con il suo sguardo curioso, di sotto le  sopraciglia cespugliose, si fa avanti:

- Eri tu che suonavi. Credevo fosse...- Antonio non termina la frase  perché le mani del brigante son ferme e ha abbassato il violino,  ma lui torna a sentire quella nota purissima e sottile.

Il brigante,  uomo senza tempo, sorride al bambino:

- Lo senti...?- gli sussurra con sacralità inattesa guardando gli alberi del bosco. Antonio annuisce e il brigante gli fa cenno di avvicinarsi senza far rumore.

- È la voce degli alberi, siamo in pochi a sentirla.-

- Cosa dice?- sussurra Antonio.

- Non lo so.- risponde il brigante con un’ombra di tristezza.

- Sono vivi come noi?-

- Sono più vivi di noi, son fatti d'acqua e di sole e non hanno bisogno d’altro. Tutte le cose hanno una voce ma per noi è difficile sentirla: siamo sordi.-

Il     brigante pizzica le corde del suo strumento traendone un accordo.

Il bambino è affascinato dalle parole del vecchio e allunga la mano a sfiorare la scorza di un pioppo come fosse la testona di un orsacchiotto.

- Hanno un’anima?-

Il brigante ride.

- La mia mamma mi diceva che io ho un’anima!- afferma Antonio con orgoglio.

- Giusto. Tutto quello che ha o ha avuto un corpo deve avere un’anima da qualche parte. Tua madre è morta?-

- No. È in paradiso con mio padre. La peste li ha presi tutti e due. -

Il brigante rutta e leva l’anatra dallo spiedo, brontolando:

- Quello prima ci fa e poi ci disfa. Ma io so perché ci ha creati, per sentire il sapore di un’anatra allo spiedo!- tende una coscia dell’anatra ad Antonio che è intimorito dalla troppo generosa offerta. L’uomo insiste filandogliela in bocca e Antonio la divorar e ne gode come di una leccornia da paradiso.

Per un minuto il bambino è tutto nella sua bocca, nella delizia del gusto, nella gioia del masticare e dell’inghiottire.

È così intento al suo pasto che non s’accorge che il brigante non c’è più.

- Posso tenere l’osso? Se no il mio amico Giacomo non ci crede che ho mangiato un’intera coscia di… -

Antonio s'interrompe guardandosi intorno, non c’è più segno del brigante come se lui e le sue cose si fossero smaterializzate, solo un po' di fumo si leva dai legni carbonizzati dove prima c’era il fuoco.


Capitolo         5

DOVE PRIMA C’ERA IL FUOCO

Don Giuseppe si fa il segno della croce con gesti lenti.

 - Era il demonio…- C’è tanta sicurezza nell’affermazione del prete che Antonio sorride. Guarda il figlio avvolto nella tonaca giallastra per lo sporco che si riempie come una campana al vento della sera e annuisce.

- L’anima lavora sui ricordi e li cambia. Tenni quell’osso d’anatra per anni e lo guardavo quando mi dicevano che avevo sognato. Di una cosa son sicuro: il gusto di quella carne arrostita. Lo sento forte in bocca ogni volta che ci penso. Forse è vero che Dio ci ha creato per conoscere il sapore di un’anatra allo spiedo.-

Una scintilla di malizia infantile brilla  negli occhi del vecchio e don Giuseppe la coglie e sospira:

- Non scherzate su Dio.-

- L’ho pregato tanto di farmi incontrare di nuovo quel brigante con la viola. Non era il demonio, aveva uno sguardo... - il vecchio fissa negli occhi il figlio e poi scuote la testa – No, tu credi di capire e non c’è peggior modo di non capire, lui invece vedeva che le cose come sono misteriose, insondabili, come dev’essere un mondo uscito dalle mani di un dio. E noi pure potremmo essere molto di più che povere creature caduche viventi per espiare la colpa di Adamo.-

Don Giuseppe tace. Sa che è inutile ribattere al soliloquio del vecchio. Per lui il padre è rimasto quell’uomo dalla grande forza fisica che passava giorni e notti a levigare legni, a curvarli sulle forme roventi che levava dalle braci, a inciderli, a verniciarli, per poi appenderli sull’altana in mezzo alte trecce di cipolle e di aglio. L’uomo geniale, incomunicabile, che faceva cantare i violini come nessuno al mondo. L’uomo che dormiva coi suoi violini, che li accarezzava, che pareva avere un dialogo solo con loro.

L’uomo che un giorno gli disse che doveva entrare in seminario perché era interesse della famiglia avere un altro figlio prete. Lui che si era battezzato il giorno delle nozze.

Tuttavia gli era diventato grato per questo. Aveva evitato il duro lavoro di bottega e le schegge di legno nelle mani. Fare il servo di Dio era stato stupendamente meglio che fare il servo a suo padre.

Né aveva mai osato chiedergli come mai non fosse battezzato anche se qualcuno all’osteria gli aveva raccontato la storia di un certo Piacenza che faceva la guardia a Porta Padi, un  giudeo intransigente e incorruttibile, soprannominato con sarcasmo Stradivèrt, strada aperta, proprio perché se non pagavi il dazio legale la strada era chiusa per tutti. Quest’uomo aveva una relazione con una delle donne che si vendevano sui barconi che facevano su e giù per il Po e che aveva partorito un figlio nel fango di un canneto. Un figlio di Piacenza, detto Stradivèrt. Così gli avevano detto e Giuseppe non aveva gradito quel racconto, non gli piaceva essere nipote di un giudeo non battezzato e di una puttana da canneto. Non ci aveva creduto anche quando un ubriaco gli aveva raccontato che dei mercanti avevano fatto cadere il Piacenza in un tranello per disonorarlo e che l’ebreo suo nonno si era ammazzato per il dispiacere.

Giuseppe aveva riso: era ben certo che un ebreo non poteva avere un onore e uccidersi per questo! Uno che aveva ucciso nostro signore Gesù Cristo!

Eppure aveva ascoltato affascinato il seguito che riguardava suo padre: il vecchio gli aveva detto che il figlio dell’ebreo, un bambino di nemmeno sei anni,  era salito in cima al Torrazzo e aveva urlato che si sarebbe chiamato Stradivèrt e che quella città di merda sarebbe stata ricordata solo perché patria di Stradivèrt! Questo sì che concordava bene col carattere iroso e sanguigno di suo padre!

Vera o falsa che fosse quella storia, Cremona era diventata famosa per i  violini e  i più celebri erano quelli costruiti da Antonio Stradivari.

- Quella sera la sciura Maddalena, un po’ moglie un po’ serva  di Pescaroli, il padrone della segheria, mi punì negandomi le mie cinque castagne e poi mi diede una gran sberla perché le mostrai ridendo l’osso d’anatra. Nessuno credette mai alla mia storia, anche Giacomo mi disse che l’avevo trovato per terra… -

Antonio si passa la mano sugli occhi per ravvivare i ricordi. Giuseppe gli sfiora la fronte:

- Padre, avete la febbre. È meglio che torniamo a casa.- Antonio prende quella mano con l’imperio di chi è abituato a comandare e gliel’abbassa.

- Non abbiamo mai parlato io e te. Pure sei l’unico che può capire.-

- Come volete, padre.-

C’è rassegnazione nelle parole del prete e pazienza, non interesse. Antonio leva la faccia al cielo della sera. Respira per liberarsi dall’irritazione e lascia che il fiume dei ricordi riprenda a scorrere.

- Per molte stagioni cercai il vecchio brigante senza mai ritrovarlo e i grandi pioppi rimasero muti, irridenti nel frusciare delle fronde. Quando potevo tornavo qui, già allora questo era l’albero più grande. Mi sembra che lui debba sapere, piantato sul fiume dall’inizio del mondo. Ho dentro quel suono ma lo sento svanire e ho paura di perderlo per sempre. Se potessi sentirlo almeno un’altra volta...- scuote la testa e resta muto a fissare l’acqua scura.

Don Giuseppe guarda la faccia del padre e gli sembra sconosciuta,  mai vista. Quei lineamenti forti mandati a memoria una volta per tutte nell’infanzia hanno improvvisi nuovi significati. Non più il volto del potere, del comando senza possibilità di ribellione, ma la faccia angosciata di chi cerca ragione e conforto. Con una sensazione sgradevole di freddo il prete capisce di conoscere quella faccia: è quella della morte.

Antonio guarda oltre il Po, ai bastioni scuri e corrosi di Cremona dietro cui si ammassano i tetti dei palazzi e delle chiese dominate dal Torrazzo e riprende a narrare più a se stesso che al figlio, con voce bassa, cercando di provare ancora quelle emozioni lontane:

- Avrò avuto undici anni quando Pescaroli mi disse che l’indomani mi avrebbe portato nella sua bottega in città e piansi tutta la notte perché non conoscevo altra vita che quella fatta d’acqua e terra con i pioppi fruscianti, le grida degli uccelli e l’odore dell’erba…   Il colore dell’acqua mi ricorda gli occhi umidi di una donna china su di me, forse mia madre.-


 

Capitolo               6

FORSE MIA MADRE

La peste epidemica del 1630 ha lasciato una pesante eredità a Cremona.

Vent’anni dopo la tremenda moria di gente e di animali la città porta ancora evidenti i segni del disastro. Molte case sono cadenti, le fondamenta marcite dal Po, le porte bloccate con assi inchiodati a croce e le botteghe poche e misere.

È un grosso borgo rurale quello che appare agli occhi curiosi e un po' frastornati di Antonio Stradivari undicenne che cammina scalzo con una grossa bisaccia sulla schiena dietro il carro carico di legname, guidato dal suo amico Giacomo Bertesi, fattosi più grosso è tarchiato ma col suo continuo fisiologico sorriso sulle labbra.

A fianco di Giacomo siede Francesco Pescaroli con una giacca di velluto, una parrucca scolorita in testa e una spada alla cintura.

Entrano da Porta Padi dove fanno la fila altri carri e carriole e contadini con grappoli di polli e verdure per il mercato, tutti sottoposti all’ispezione e al pagamento del pedaggio da alcune guardie spagnole agli ordini di un ufficiale.

- Trentasei soldi.­-

Il contadino guarda incredulo la guardia e la sua mano tesa lo urta al centro del petto, prepotente.

Dietro a lui uno sgangherato carro dalle grandi ruote infangate fin oltre il mozzo. Seduti su sei sacchi di farina, una donna dall’aria malata e un bambino tutto occhi vestito con un sacco  cui son stati fatti i buchi per la testa e le braccia, lasciando che l’orlo sbrindellato gli faccia da gonna.

- Sei sordo? Trentasei soldi di dazio. Sei soldi per ogni sacco di farina. Sei sacchi: sei, dodici, diciotto, ventiquattro, ventotto… trentasei, sulla parola. –

- Ma io la vendo a otto soldi il sacco, se ve ne do sei...-

- Te ne restano due, sulla parola.- sorride la guardia urtandolo più forte con la mano. Il contadino vacilla indietro e balbetta:

- Ma non l’ho ancora venduta. Dove li prendo i trentasei soldi?-

- Questi non sono affari miei. Ti sequestro i sacchi e quando paghi te li ridò.

- Ma così non li posso più vendere e neanche pagare!-

-  Allora ci faremo qualche bella pagnotta per la gloria del re di Spagna. -

La guardia spintona il contadino afferrando uno dei sacchi di farina per scaricarlo. L’uomo ha una reazione di rabbia e afferra  la guardia per un braccio:

- Così ci fate morire di fame!-

- Giù quella mano di merda! - ordina il soldato mentre accorre un’altra guardia che colpisce con l’archibugio il contadino in mezzo alla schiena.

L’uomo crolla sulle ginocchia senza più riuscire a respirare.  La donna lo fissa impietrita dal sommo dei sacchi senza reazioni. Il soldato riallunga la mano per prendere un sacco e il  bambino lo assale piantandogli i denti nella mano.

La guardia urla e cerca di ritrarsi dal morso ma trascina per terra il bambino che non lo molla, allora lo colpisce con un calcio mandandolo a rotolare lontano, animaletto senza vita, avvolto in un sacco che si macchia di sangue.

La gente non si muove, sembra non vedere. Aspettano tutti passivi che venga il loro turno. Il contadino si scaglia sulla guardia urlando:

- Bastardo assassino sanguisuga di uno spagnolo!-

Antonio guarda i soldati che afferrano l’uomo e gli strappano di dosso il vestito. Guarda l’ufficiale ordinare di frustarlo finché non griderà "viva il re di Spagna". Vede lo scudiscio abbattersi su quelle spalle magre e incrostate di sudicio e segnarle di sangue. Si affianca al carro e tira un lembo della casacca di Pescaroli che aspetta a capo chino e Giacomo gli fa cenno di non dire nulla, di non guardare.

La donna magra scende dal carro e va a raccogliere il corpicino del figlio. Se lo stringe al petto e mormora senza pianto, senza rabbia, senza tono:

 - Viva il re di Spagna. Viva il re di Spagna. Viva il re di Spagna.-  

Il contadino non parla e non reagisce più alle frustate.

- Magister – mormora Antonio livido di pena – ma è questo che fanno le guardie a Porta Padi? –

Pescaroli finge di non sentire.

L’ufficiale fa segno al soldato di smettere e afferra la vittima per i capelli sollevandogli la faccia. Lo lascia subito pulendosi la mano sui pantaloni della divisa. Ha una smorfia di disprezzo:

- Scaricate la farina e buttatelo sul carro. Non protesterà più. Avanti un altro.-

L’ufficiale saluta Pescaroli e gli fa segno di passare.

Pescaroli ricambia il saluto in perfetta normalità e Giacomo allenta le briglie al cavallo che si avvia.

Antonio resta imbambolato in mezzo alla strada a guardare il carro che si allontana e Pescaroli deve chiamarlo:

- Muoviti tu!-

 Un soldato gli dà una manata sulla schiena costringendolo a correre dietro il carro. Giacomo alza le spalle cominciando a fischiettare. Antonio si volta verso i contadini in attesa davanti ai soldati: tutto è normale, quotidiano.

Antonio cammina al centro della strada, incurante di sguazzare nel rigagnolo di scolo a cui affluiscono i rifiuti delle case prima di finire nella Cremonella e si volta di nuovo a guardare quelle guardie. Giacomo si sporge verso Antonio e gli soffia:

- Quelle non sono guardie, sono spagnoli…-

Un asino raglia affacciato a una finestra del pianterreno di una catapecchia e Giacomo ride:

- Cremona ti dà il benvenuto! –

Antonio gli fa una linguaccia mentre il carro si infila in mezzo alle case di Cremona: uomini e animali vivono in simbiosi Galline e oche becchettano e starnazzano chiuse  in recinti davanti alle porte, un maiale grufola col naso piatto dentro il rigagnolo di scolo guardato da vecchie intente a filare canapa  o  a sgrassare pentole con cenere e sabbia.

Sulle altane, fra i tetti in coppi, panni di ogni foggia e colore asciugano al sole insieme a trecce di meliga.

Antonio segue il carro, naso all’aria, curioso di tutto quel movimento.

- Ehi, Antonio, lo sai come si chiama questa strada?- lo apostrofa Giacomo da cassetta - Strada Zanna... crrr! Qui quelli come te li sbranano! -  

Antonio gli fa una boccaccia e non s’avvede di una catinata d’acqua sudicia che una donna scaraventa giù da un balcone cogliendolo in pieno. Bertesi ride mentre Pescaroli guarda  su con aria di  disapprovazione.

- Che maniere! Il piscio si butta dopo il vespro! –

Il    carro entra nella piazza del Comune e Antonio si ferma e  compie un lento giro su se stesso per riempirsi gli occhi di quella perfezione architettonica. Torce il collo all’insù seguendo lo slancio purissimo del Torrazzo e s’incanta sul maestoso rosone che orna la facciata della Cattedrale.

Pescaroli sorride incuriosito

- È la platea Major, questo è il palazzo del Comune, quello è il Duomo e laggiù il Battistero. Ci sei già stato da piccolo, non te lo ricordi?-  Antonio continua a girare  su se stesso, estasiato.

Quando il carro entra, lento e pesante nella piazza di S.Domenico, Antonio Stradivari è seduto a cassetta accanto a Pescaroli che gli indica la vecchia chiesa:

 - Quella è San Domenico e questa e l’isola dove c’è la mia bottega.-

- Perché isola? Non vedo acqua, magister. - Pescaroli ride:

- È un’isola senza acqua. Si chiama così da sempre, forse perché è un blocco di case isolato dal resto della città dalla strada Magistra e dalla contrada dei Coltellai.-

 Giacomo ferma il carro oltre la piazza, in una strada larga che si

stringe verso il fondo.  Ad angolo c’è una bella bottega da fale- gname con due porte. Pescaroli la  indica ad Antonio:

 - Quella è la mia bottega. Lavorerai qui e dormirai su, nell’altana.-

Da una delle due porte d’angolo esce un garzone sui diciott’anni, muscoloso e ben in carne, sporco di segatura. Ha lineamenti regolari, ma il suo sguardo torvo, il suo tenere la testa reclinata di lato, dà un’impressione sgradevole.

Antonio, eccitato, salta giù dal carro senza badare al rigagnolo di scolo. Ci finisce dentro e schizza di fango il garzone che lo colpisce con un brutale manrovescio salutando Pescaroli.

- Ben tornato, magister, -

Pescaroli risponde al saluto con un cenno del capo. Non guarda Antonio che è rimasto a terra rintronato dallo schiaffo. Ordina:

- Scaricate. Quel pacco, mettilo all’asciutto che è tutta carta bianca olandese. Il legname nel cortile e le tavole d’acero e d’abete già stagionate da Amati. - indica la bottega accanto alla sua sormontata da un’insegna su cui è intarsiato il nome di Nicolò Amati, il più famoso liutaio di Cremona.

 Antonio si rialza, le mascelle strette e i pugni chiusi, si butterebbe d’istinto contro il garzone due volte più grosso di lui ma Giacomo lo ferma mettendogli fra le braccia un sacco e indicandogli con un sorriso ironico il primo piano sopra la bottega:

- Portalo dalla sciura Maddalena e mentre vai su fatti furbo, va!-

Antonio obbedisce a fatica, traballando sotto il peso del grosso sacco.


 

Capitolo         7

IL PESO DEL GROSSO SACCO

 L’ultimo raggio di sole illumina la punta del Torrazzo e smuore. Alla prima ombra della sera le botteghe chiudono, si sprangano porte e finestre, si raddoppiano le guardie davanti ai palazzi patrizi e per centinaia di miserabili inizia la corsa al posto buono per dormire: un angolo meglio riparato, un pollaio abbandonato, un fienile vuoto. Le guardie dei nobili vestono divise sudice e logore e non hanno alcuna distinzione militare oltre all’arroganza.

Le tre osterie della città accendono le lanterne appese sulle porte e lo stesso fa il postribolo sotto l’arco, dietro il Battistero che con le due fumose faci che bruciano appese contro la facciata del palazzo Comunale, sono le uniche luci che ha Cremona di notte.

Decine di artigiani si trovano nelle osterie per bere un bicchiere di rosso, fare un giro di carte e scambiarsi i pettegolezzi della giornata. Quando  fa buio tutti si chiudono nelle proprie case e non ne escono più fino all’alba. La notte è nemica della gente perbene. Le strade buie risuonano del passo cadenzato delle ronde e di qualche voce ubriaca o blasfema. Il suono delle ruote di una carrozza, preceduta e seguita da bravi con lanterne e archibugi, dice che un nobile sta uscendo o rientrando.

Antonio, stanco,  si regge a stento sulle gambe e sale gli ultimi scalini ripidi che portano all’altana coi denti stretti per obbligarsi alla fatica. Segue come un ciuco alla barra, l’ampio deretano di Maddalena e l’ondeggiare dell’alone di pallida luce della lanterna in coccio che lei tiene con la mano sinistra all’altezza del ventre. Dietro a lui c’è Giacomo che cerca di consolarlo.

- Tu sei la guardia di tutto. Da qui sopra domini la città. Vedrai che bello!-  

Maddalena apre il cancello che dà sul terrazzo incastonato tra i tetti, pieno di mazzi di pannocchie di meliga legate a seccare. Su un lato, sottotetto, è stato ricavato uno stanzino con una parete in assi grezze e una porta. C’è anche un buco quadrato che fa da finestra, senza ante, con una logora coperta da cavallo appesa come tenda.

Maddalena alza il lume a illuminare un crocefisso di bronzo inchiodato alla parete e indica un grosso sacco pieno di foglie di granturco.

C’è un buon profumo di secco e Antonio sente di nuovo il piacere di una tana, di un posto asciutto in cui dormire e l’abbandonarsi a qualcuno che si occupa di lui.

- Ecco qui. Starai come un papa. Se hai freddo domani ti porto una coperta, per stanotte arrangiati con questa.- muove la vecchia coperta appesa davanti alla finestra mettendo in fuga due scarafaggi.

Maddalena li schiaccia con una mano rivelando un’insospettabile prontezza di riflessi e poi la poggia sui capelli di Antonio, pieni di segatura, in una ruvida carezza.

- Hai paura degli scarafaggi? Non mordono mica, eh?-

Antonio annuisce sotto il peso della manona e guarda il largo volto grasso di Maddalena come un cucciolo che vuol essere grattato. Maddalena corregge subito il proprio atteggiamento affettuoso vergognandosi della debolezza.

- All’alba, in bottega. Avrai una fetta di pane e di sera una scodella di zuppa calda, ma questa cuccagna te la devi guadagnare. Il Francesco è di cuore buono e tu sei un ragazzo sveglio. Spero per te che abbia anche voglia di lavorare se no ti butto in strada a morire di fame.-

Maddalena tasta le pannocchie per sentire se son ben seccate e Giacomo sussurra ad Antonio che si è buttato sul saccone di foglie e chiude gli occhi.

- La sciura Maddalena dice così ma è brava. Devi stare attento invece al Gian Giacomo Capra. Oggi ti ha dato uno schiaffo ma è capace di tirarti fuori le budella a calci. Non so perché è così. -

 Antonio annuisce ma sta già dormendo. Giacomo si stringe nelle spalle:

 - C’è chi nasce buono e chi nasce cattivo. Lui è nato cattivo...-


 

Capitolo           8

LUI E’ NATO CATTIVO

Il grosso gallo nero starnazza fin sulla cima delle assi d’abete impilate sotto la tettoia del cortile dietro la bottega di Pescaroli e poi gonfia il collo e chiama il sole. Al terzo canto l’aria schiarisce in rosa e i garzoni levano le ante alle porte e alle finestre e si sente rumor di raspe e di seghe.

Si affacciano nello stesso cortile, separato in due zone da una bassa staccionata irregolare, i retri di due botteghe di liutai, una di fronte all’altra e, pur avendo le entrate principali sui lati opposti dell’isola, hanno il magazzino in comune.

La bottega di Nicolò Amati, il più famoso liutaio di Cremona, contigua alla bottega di Pescaroli, è la più grande con quattro finestre dai vetri opachi e una larga porta. Sulla soglia Nicolò si liscia i capelli bianchi guardando il cielo per trarne una previsione in un gesto che sa d’abitudine. Rientra, s’infila un pesante grembiule di cuoio e dice ad un lavorante:

- A mezzogiorno bisogna tirar via i violini dall’altana che nel pomeriggio piove.-  poi torna fuori.

Un uomo sulla trentina, bruno, vigoroso, lo saluta dall’altra bottega continuando a levigare un violino con un mazzetto di asprella. Tiene in braccio lo strumento col gesto amoroso di una madre:

- Magister Nicolò, ben alzato. Stanotte su da me non s’è chiuso occhio! -

- Ancora niente, Andrea? -

 -Solo lamenti ma non esce fuori nulla, tanto che la levatrice le si è addormentata sulle cosce. -

- Forse è un buon segno, Andrea. Se ci pensa su prima di nascere sarà un figlio giudizioso.-

- Ho paura che se ci pensa troppo sarà figlio per il becchino. –

Un urlo lacerante di donna fa scappare il gallo e volgere il capo ad Andrea Guarneri verso una finestra al secondo piano.

Il     secondo urlo sveglia Antonio che si alza dal suo giaciglio annaspando nella coperta da cavallo che lo avvolge. Agita le braccia ed emerge alla luce. Al primo sguardo non ricorda dov’è, poi corre giù per la ripida scala rischiando di cadere.

Il     pianto forte di un neonato riempie il cortile e una donna si affaccia dal secondo piano,  sopra la testa di Andrea Guarneri e mostra un bimbetto appena nato e ancora sporco di bava e di sangue.

- Magister Guarneri, è maschio!-

Antonio sbuca in cortile col fiatone e con le lacrime agli occhi. È tardi, è l’ultimo,  gli altri son già tutti in bottega.

Sbatte contro le grosse gambe di Maddalena e si aggrappa alle sue gonne per non cadere. Vuole pregare, scusarsi, promettere, ma la donna lo spinge dentro senza guardarlo neppure:

- Il tuo pane è lì. Ti fa vedere Bertesi.- e avvita con forza un succhiello nel tappo di una polverosa bottiglia di vino. Stappa serrando la bottiglia fra le cosce e attraversa il cortile incitando il marito a seguirla:

- Questo è un rosso di prima della peste. Bisogna darne un bicchierino al piccolo che così non si ammala più. –

Pescaroli sorride e annuisce seguendo la moglie. Ammicca a Nicolò:

 - Facciamole compagnia, così non ci ammaleremo più neanche noi. –

Giacomo tira Antonio verso il banco da falegname, oltre lo scaffale di noce che sta intagliando:

 - Ti è andata bene che è nato un figlio a Guarnieri dopo il canto del gallo. Non sperare che capiti tutte le mattine, però. Il pane e lì.-  

 Antonio allunga la mano per prendere la bella fetta di pane nero fragrante poggiata su un canovaccio e per poco non se la trova inchiodata sul banco. Uno scalpello da legno si pianta nel pane con forza omicida:

- Da quando in qua l’ultimo arrivato si serve per primo?-

Gian Giacomo Capra scosta Antonio con una manata e stacca lo scalpello dal banco. Prende il pane e lo spezza in mezzo guardando Antonio con scherno.

- Tu sei la metà di me e mangi la metà.- stacca un boccone dalla parte sua e butta l’altra davanti ai piedi di Antonio che non la raccoglie. Gian Giacomo esce calpestando la mezza fetta di pane sul pavimento.

Antonio si volta verso Bertesi che lo fissa con quell’irritante ombra di sorriso che ha sempre sulle labbra.

- Anch’io gli dò la mia metà. Lui è più grosso.-

- Non vedo che ci sia ridere!-  sbuffa Antonio raccogliendo il poco pane recuperabile.

- Io non rido mica! -  protesta Giacomo - Ho quasi voglia di piangere! - la sua faccia ha un’espressione così buffa in bilico tra la sua naturale disposizione al sorriso e il corruccio che Antonio sente la rabbia mutarsi in allegria.

Pescaroli torna in bottega e batte le mani incitando al lavoro:

- La festa è finita. Tu Bertesi continua quel ricciolo seguendo il disegno, come t’ho insegnato. Mi raccomando: mano leggera e ferma. Tu Stradivari prendi la scopa e raccogli la segatura con quella paletta. La metti in quel sacco e attento a non sprecarla, poi fai la punta a quelle matite, con garbo, che sono grafite di Cumberlano.-

Giacomo prende una sgorbia e si avvicina allo scaffale mezzo lavorato riprendendo lo scavo di un ricciolo di perfetta forma a spirale, seguendo con attenzione il segno della matita fatto da Pescaroli. Antonio resta a guardarlo, attento.

Bertesi spinge fuori, tra le labbra serrate, la punta della lingua e lavora con notevole abilità.

- Guarda se vuoi, ma muovi le mani!- dice Pescaroli mettendo fra le mani di Antonio una scopa di saggina. Il ragazzo annuisce e comincia a raccogliere la segatura che infarina di giallo il pavimento.

Pescaroli si mette al lavoro con una sgorbia. Le sue mani sembrano magiche agli occhi sgranati di Antonio che muove la scopa giusto per far contento il padrone ma non stacca lo sguardo dall’agile morbido muoversi della punta del ferro che toglie il di più dal legno facendo emergere uno scolpito che sembra preesistere.

Quando il sole sta tramontando lo scaffale è tutto intagliato ed è bellissimo. Pescaroli lo guarda soddisfatto e controlla i riccioli scolpiti da Giacomo:

- Buon lavoro, Bertesi, buon lavoro. Hai una buona mano. Ce n’è ancora uno da intagliare e poi cominciamo gli intarsi.-

La porta del retro si spalanca ed entra Antonio, piegato in due al

limite della rottura della schiena, sotto il peso di un altro scaffale. Gli cammina dietro Gian Giacomo Capra che guida Antonio reggendo l’estremità del mobile con una mano.

Gian Giacomo tira i piedi dello scaffale facendo vacillare Antonio, comandandolo come fosse un somaro:

- Looh, giù, bello giù! Dove vuoi portarlo, fino a Parma? -

Pescaroli solleva lo scaffale dalla schiena di Antonio che si raddrizza con una smorfia di dolore, e lo posa in mezzo alla bottega.

- Perché non provi ancora, Gian Giacomo. Guarda che bei riccioli che ha fatto il Bertesi. Non è difficile, ci vuole solo un po' di pazienza. –

Gian Giacomo Capra non guarda lo scaffale, guarda Bertesi e lo deride:

- Certo, magister, se lo fa lui non deve essere difficile. Ma la pazienza è degli asini.- Pescaroli sente la voglia di schiacciare un pugno su quella faccia arrogante ma si contiene:

 - È per tuo padre. Vorrebbe tanto che imparassi un mestiere.-

- Lo so. È una vita che mi dice che sono un cretino e che devo almeno imparare un mestiere. Almeno uno come il vostro, magister.-

Pescaroli serra le mani con rabbia ma riesce ancora a dominarsi, gli risponde seccato:

- Tuo padre ha ragione…- ed esce dalla bottega a grandi passi per non picchiarlo.

Gian Giacomo incontra la faccia sorridente di Bertesi e gli allunga una pedata su uno stinco:

-  Che ridi, imbecille! -

- Guarda che non ride, ha proprio la faccia così.- dice Antonio e Gian Giacomo Capra li afferra entrambi per la camicia, li solleva da terra soffiando loro sul muso:

- Da culo! Avete delle facce da culo! E dite sissignore!-  Subito Bertesi accetta e balbetta:

- Sissignore. - Capra lo lascia andare col sedere sul pavimento e solleva più in alto Antonio:

- Dì sissignore!- Antonio è spaventato ma serra le labbra con ostinazione. Bertesi lo supplica:

- Antonio, dillo, dillo! - gli occhi di Gian Giacomo Capra brillano di cattiva gioia mentre scuote Antonio con violenza:

-  Dì sissignore. –

Antonio fissa il suo sguardo in quello malvagio del suo persecutore ma non parla. Gian Giacomo porta Antonio di peso verso il braciere che sta fumigando in un angolo e gli dice:

-  Dì sissignore, ho una faccia da culo Se no te l’arrostico che non ti siedi per un mese! -

-   Diglielo, Antonio, che t’importa? Guarda che lo fa davvero!-

- Dillo: ho una faccia da culo! – ordina Gian Giacomo minaccioso.

Bertesi allunga una mano verso Capra ma non osa intervenire. Il grosso garzone avvicina la schiena di Antonio al braciere con sadica lentezza spiando le reazioni di terrore sulla faccia del ragazzo.

- Sissignore! Ho una faccia da culo! Dillo! -

- Hai una faccia da culo…- mormora Antonio.

- La zuppa, ragazzi! basta giocare!-  la voce squillante di Maddalena salva Antonio dalla scottatura. Gian Giacomo lo getta a terra con una smorfia di rabbia e poi sorride al donnone che posa sul banco una pentola di terracotta piena di minestra bollente da cui emerge il manico di un grosso mestolo di legno.

- Le ciotole, Bertesi!- comanda Maddalena e Giacomo corre felice a prendere due grosse ciotole e due cucchiai da un armadio.

- Non c’è quella di Antonio, adesso siamo tre!-

- C’è, c’è - risponde la donna tirandone fuori una nuova di zecca dall’ampia tasca che porta appesa sotto la prima gonna - Eccola qui.-  si pesca qualcosa tra le grandi poppe e tira fuori un terzo cucchiaio di legno -  E questo è il cucchiaio. Tienilo bene che deve durarti per la vita.-  Antonio prende il cucchiaio con solennità, quasi un’investitura.

Maddalena riempie le tre ciotole di minestra di verdure, sopratutto fagioli, con mestolate ampie e gesti da benefattrice.

- E sia lodato Gesù Cristo.- conclude andandosene con la pentola.

- Sempre sia inchiodato.- risponde Gian Giacomo Capra a mezza bocca, con la cantilena ecclesiale.

Maddalena finge di non sentire la bestemmia. Antonio mangia con affanno, scottandosi la bocca e guardando Capra di sottecchi  temendo che gliela porti via.

Il garzone si diverte a lasciarlo nella paura per un po' mangiando dalla propria ciotola, a tratti bevendo la minestra con rumore da truogolo, poi si riempie la bocca di fagioli, li mastica e li sputa nella minestra di Antonio che si scosta schifato.

 - Non la vuoi più? - chiede ironico e senz’attendere risposta vuota la ciotola di Antonio nella propria. Esce mangiando e ridendo:

-Sempre sia inchiodato Gesù Cristo.- Antonio è rimasto immobile. Bertesi sospira e poi versa un poco della sua minestra nella ciotola vuota di Antonio:

- Guarda che ti è andata bene. Quello è matto. T’ammazza. Non prenderlo di punta. –


 

Capitolo         9

NON PRENDERLO DI PUNTA

La luna sopra il Torrazzo sembra il punto su una “i” gigante tesa verso il cielo.

Antonio è troppo stanco e non riesce a dormire. Le mani sono tutte piagate e ci alita sopra per sentire sollievo. Esce sull’altana e curiosa con lo sguardo fra i tetti, spiando i pezzi di strada che riesce a scorgere sporgendosi oltre la fila di coppi che gli fa da ringhiera. È un panorama di buio su buio intagliato in argento dalla luce lunare. Qualche finestra ha un riflesso di candele o di lucerna. Ha fame e stacca qualche chicco di mais dalle pannocchie intrecciate cercando di masticarlo. Si fa male la bocca e lo inghiotte come una gallina, aiutandosi con un movimento del collo.

Una delle finestre di una casa di fronte si illumina del lieve chiarore di una candela e Antonio vede una signora, seguita da una ragazza dai capelli scuri, poggiare su un tavolo un candelabro a tre fiamme. La donna chiude le ante interne della finestra e interrompe la visione di Antonio che si stacca dai coppi e non sente più il dolore delle mani.

Giacomo Bertesi sta lavorando di sgorbia con attenzione, la lingua tra i denti, scolpendo uno dei riccioli nel legno fermato contro il banco. La mano di Capra lo colpisce al mento dal basso in alto, facendogliela  mordere.

La lama della sgorbia fa un brutto segno sul legno mentre la bocca del ragazzo si riempie di sangue. Gian Giacomo ride indicando il ricciolo rovinato:

 - Quando lo vede il padrone te la fa mordere di nuovo! -

Gli occhi di Bertesi si riempiono di lacrime ma non protesta e subito si rimette al lavoro per cercare di rimediare all’errore, inghiottendo saliva e sangue.

Antonio inginocchiato sul pavimento intento a mettere segatura e trucioli dentro un sacco ha veduto tutto ed è lesto a evitare il calcio che gli allunga Gian Giacomo passandogli accanto.

Si odono delle voci avvicinarsi dalla strada e Pescaroli apre la porta cedendo il passo all’uomo che è con lui.

- Accomodatevi, architetto, accomodatevi. Gian Giacomo, c’è tuo padre. -

Il garzone si passa le mani sulle brache e guarda il padre con un sorriso ironico, si inchina:

 -  Quale onore. -

 - Don Alessandro, sedetevi, vi prego. Maddalena, una bottiglia di quelle di prima della peste! –

L’architetto Alessandro Capra, uno dei più famosi e stimati matematici della Lombardia, scruta suo figlio sperando di trovare in lui un cambiamento ma il sottile senso di nausea che gli muove le viscere ogni volta che lo vede gli ripete che è una speranza inutile.

- Non fare il buffone come il solito...- si limita a dirgli e Gian Giacomo torna ad inchinarsi sarcastico.

- Sì, padre.-  

Afferra una pialla e inizia a lavorare una tavola. Pescaroli gli fa cenno di smettere ma l’architetto lo interrompe con una smorfia di rassegnazione per invitarlo a lasciar perdere e si lascia andare su una panca scuotendo la testa.

Entra Maddalena con una bottiglia di vino, il cavatappi già piantato nel sughero e due tazze di legno che regge l’una contro l’altra con le dita sporche. Le poggia davanti al marito e all’architetto che accenna ad alzarsi:

- Comodo, architetto. Comodo.-  Serra la bottiglia fra le cosce e stappa con un bello schiocco asciutto.

Pescaroli prende la bottiglia dalle mani della donna e versa da bere. L’architetto assaggia il vino e fa schioccare la lingua in segno di compiacimento:

- Buono! -

- Eh, non c’è più il vino di una volta! Stavate dicendo, architetto, del testamento di Bordiga…-

- È un interessante caso di divisione ereditaria: Giovanni Bordiga, morendo ha lasciato tre figli, undici cavalli e un testamento che destina un mezzo dei cavalli al primo figlio, un quarto degli stessi al secondo e infine un sesto al terzo. Nessuno dei tre figli vuole vendere o ammazzare un cavallo per dividerselo e il notaro non sa come fare perché undici non é divisibile né per due né per quattro né per sei..-

Antonio si alza da sotto il banco e interviene con infantile impudenza:

- Basta che qualcuno presti un cavallo al notaro così i cavalli diventano dodici ed  è facile dividere. Una metà, cioè sei, al primo figlio, un quarto, ossia tre al secondo figlio e un sesto, vale a dire due, al terzo figlio. Poiché sei più tre più due fa undici resta giusto un cavallo che il notaro può restituire a chi gliel’ha prestato. –

Alessandro Capra guarda stupito quel ragazzino sporco di segatura fino alla bocca

 - Undici più…. Accidenti, bravo! - gli accarezza i capelli, poi chiede a Pescaroli- Dove l’hai preso? Questo è uno che dovrebbe andare a scuola. -

- Questo è il figlio di...- Pescaroli abbassa la voce e sussurra una parola all’orecchio di Alessandro Capra che annuisce -... e deve guadagnarsi il pane.-

- Eh già. Peccato. Chi ha i denti non ha il pane e viceversa, vero Gian Giacomo?- conclude con un sospiro di rammarico Alessandro guardando il figlio che continua a piallare l’asse con rabbia.

 -  Sono venuto per dirti che il Cerioli accetta le nozze. Sposerai Susanna e io ti aprirò una bottega da marangone: per vivere dovrebbe bastarti.-

Pescaroli tende una mano verso Gian Giacomo:

 - Allora auguri e figli maschi.-  Il garzone stringe quella mano con un po' di ritardo e risponde con voce piena di rancore:

- È quello che devono aver detto anche a mio padre prima che nascessi io. Porta male, magister. -

Nessuno risponde alla cupa battuta e Alessandro Capra si alza a disagio:

- Adesso devo andare. -

- Vi accompagno, architetto. prego.-

Pescaroli si affretta a tenergli aperta la porta della bottega. Alessandro Capra alza gli occhi sul figlio in un improvviso violento bisogno di comunicare ma come incrocia il suo sguardo sente che gli è fisicamente impossibile. China gli occhi ed esce seguito da Pescaroli.

Gian Giacomo si volta verso Antonio con la nausea che ha succhiato dallo sguardo del padre:

 - Così tu hai i denti eh? Beh, per poco ancora, figlio di nessuno... non sai neanche chi era tua madre. Devi essere nato da qualche troia nella melma del Po...-

Gian Giacomo non si aspetta l’attacco del piccolo Antonio che gli si tuffa addosso gridando:

- Io mi ricordo benissimo di mia madre che era bellissima!

Gian Giacomo cade all’indietro e batte la testa contro lo spigolo di uno degli scaffali che sta scolpendo Bertesi che urla di paura.

Gli cola sangue sull’orecchio e colpisce con un pugno lo stomaco di Antonio che si piega in due vomitando nella segatura. E poi a calci lo fa rotolare tra le pile delle assi.

- Così lo ammazzi!- urla Bertesi cercando di strapparlo indietro. Gian Giacomo si rivolta con un ringhio e rovescia il ragazzo con uno schiaffo:

 

- Lo voglio ammazzare, lui e tutti quelli che si credono meglio di me!- afferra una mazza dal lungo manico ma prima che possa sollevarla Bertesi con un urlo folle, i muscoli tesi e duri, gli punta una sgorbia alla gola.

Gian Giacomo  ansima come un porco che stia per essere sgozzato poi un osceno sorriso gli illumina il volto e sfida la punta del ferro spingendo la gola verso di esso, ferendosi e costringendo Bertesi ad abbassarlo per non sgozzarlo.

- Forza coniglio! piantamelo in gola, coniglio! Fai vedere chi sei!-  Bertesi trema davanti a tanta furia e l’altro gli strappa la sgorbia dalla mano. Sembra che voglia piantargliela nella pancia ma poi la getta sprezzante nella segatura:

- Tanto uscirebbe solo merda!- gli sputa in faccia e se ne va sbattendo la porta.

Antonio ha un braccio gonfio e un dito fracassato. Riesce a mettersi sulle ginocchia. Bertesi si sente svuotato e stanco e crolla in ginocchio anche lui.

Si guardano e si abbracciano, le facce rigate di lacrime.


 

Capitolo          10

LE FACCE RIGATE DI LACRIME

 Maddalena entra nella bottega, con la pentola della minestra.

Pescaroli sta steccando il dito rotto di Antonio stringendoglielo tra  due assicelle che lega con una corda di violino.

Antonio ha una smorfia di dolore e Pescaroli gli sorride:

 - Non è niente! Con questa coscia squarciata da un’archibugiata ci ho fatto trenta miglia!- e si batte una manata sulla gamba zoppa mentre Maddalena sbuffa:

- Venite a mangiare che si fa notte.-

- Chi vi ha sparato, magister? -

- Un ferrabutto che non sapeva usare bene il fucile altrimenti non sarei qui a raccontarlo. Si era nel Quarantotto e avevamo appena rotto l’assedio di quei bastardi di Gallo-Sardi-Estensi che ci avevano tirato centomila palle di cannone sulle case. Io avanzavo nel bosco con la spada in pugno quando mi si parò davanti all’improvviso il ferrabutto a non più di quattro passi con l’archibugio imbracciato. Bum! Una fiammata che ci vidi nero. Mi sentii andar giù come un sacco mentre nella testa mi rimbombava il De Profundis e avevo la spada di fuoco dell’arcangelo dentro gli occhi. Quello credette che fossi morto e invece mi aveva solo squarciato una coscia. Si chinò a guardare e io zac! gli infilai tutta la spada in mezzo alle gambe su fino in gola.-

- Tanto che non riusciva più a sfilarla, vero magister?- commenta Bertesi guardando Antonio per vedere se si è impressionato.

-   A te l’ho già raccontata questa storia. eh?...-

- Un paio di mila volte...- sorride Maddalena riempiendo le ciotole con mestolate di verdure bollite. La ciotola di Gian Giacomo Capra resta capovolta sul banco.

- Il Capra si sposa e non viene più. Sia lodato Gesù Cristo.-

Bertesi scambia un’occhiata con Antonio e poi entrambi rispondono con entusiasmo:

- Per sempre sia lodato!- ridono e anche Pescaroli ride con loro.

La punta a cucchiaio della sgorbia scava un sottile nastro di legno seguendo il profilo di una spirale abbozzata sul riccio di uno dei montanti dello scaffale fissato al banco da morse di noce. Pescaroli muove la sgorbia con mano abile e Antonio ne segue il movimento con  attenzione.

 - Ecco, adesso prova tu. Mano ferma, pressione decisa e costante. Prova. Segui il disegno. -

Antonio prende la sgorbia con la mano sana e aiutandosi con  l’altra dal dito steccato preme nel solco già avviato da Pescaroli. Scava un bel ricciolo dallo spessore uniforme.

- Bravo. Hai la mano. Quel somaro di Gian Giacomo non c’è mai riuscito. È strano come da un grand’uomo possa nascere un tale imbecille.-

- Magister, come fate a disegnare spirali così perfette?-

Pescaroli si gratta la punta del naso, incerto, sbirciando quel marmocchio che lo fissa con aria intensa.

- Vieni qui. Anche se non sai leggere magari i disegni li capisci.-

- Non so leggere le parole ma i numeri sì. E li so anche sommare! - afferma orgoglioso Antonio.

- Bravo. E chi te l’ha insegnato?-

- La mia mamma! Me li scriveva sulla sabbia bagnata del fiume.-

Pescaroli apre un cassetto e prende delle carte che manovra con cura. Sono coperte di disegni, di scritte e di numeri. Ne sceglie una su cui sono disegnate delle spirali.

- Guarda senza toccare. Questa è la spirale detta del Vignola e io la adopero per dare la forma esterna ai ricci.-

Antonio punta un dito al centro di uno dei disegni:

- Qui c’è un cerchio diviso in otto parti uguali e da ogni spicchio nasce una riga...- Antonio apre pollice e indice creandosi un compasso e controlla le distanze sorridendo - Ah ecco! La distanza della prima riga si riporta sulla seconda, poi la seconda sulla terza e così via. Unendo i punti si fa la spirale.-

Francesco Pescaroli lo guarda stupito:

- Se non t’avessi visto crescere nel fango del Po penserei che sei andato a scuola. Guarda: questo è un compasso. Così si fanno dei cerchi perfetti. Serve anche per riportare le misure. Questa è la spirale di Archimede,  la adopero per fare le chiocciole. -

- E’ un artigiano di Cremona?-

- Chi? Archimede? No, è uno che è morto. Non credo che fosse di Cremona. Immagina che la riga giri come la pertica infilata in una mola mentre tu ti sposti lungo la pertica a una velocità sempre uguale. I tuoi piedi disegnerebbero per terra una spirale come questa...-

La nota acuta di un violino. Antonio si volta di scatto verso la porta che dà sulla strada. Il cuore gli frulla nel petto mentre vivida torna in lui l’immagine un po' sognata del brigante accanto al fuoco e il ricordo infantile di quel suono puro che sembrava venire dagli alberi.

Pescaroli non si avvede di aver perso l’attenzione di Antonio e seguita a parlare chino sulle sue carte:

-. . . puoi fare tante spirali  diverse spostandoti più in fretta o più adagio lungo la pertica...

Antonio non ascolta più la voce di Pescaroli ma solo quella nota che sale e scende, sale e scende e poi gorgheggia, si spezza e riprende.

 Esce dal la bottega come in trance, attratto dal suono, e Pescaroli continua la sua spiegazione senza accorgersi che se n’è andato.

Il suono diventa musica, un pezzo di bravura suonato su un buon violino da mano maestra e proviene dalla bottega di Nicolò Amati, davanti alla quale è ferma una carrozza.

Antonio sbircia da sopra una catasta di assicelle impilate accanto all’uscio: c’è gente elegante nella bottega del liutaio. Gente  con la parrucca e uno di loro sta suonando un violino nuovo di zecca.

Nicolò Amati ascolta compiaciuto, passandosi le mani sul cuoio del grembiule.

Antonio fissa affascinato il violino lucido e la mano curatissima del suonatore, così agile e misteriosa nei suoi piccoli frequenti spostamenti lungo il manico dello strumento mentre l’altra muove l’archetto con leggerezza e potenza insieme.

È una folgorazione. Quel piccolo magico lucido bellissimo oggetto di legno ha dentro un po' di quella voce che temeva di non sentire mai più.

Il suonatore posa il violino nella sua cassa di conserva e chiude il coperchio. Ne prende un secondo e inizia a suonare.

Antonio è come sospeso mentre i suoi occhi si riempiono di lacrime. Felicità mischiata a una sensazione di inadeguatezza.

Antonio si guarda le mani, scure di sporco, screpolate,  già callose e rovinate dalle canne e dai mille ruvidi contatti quotidiani, così diverse da quelle bianche e curate del violinista.

Ma non vuole suonare quello strumento, lui vuole costruirlo e dargli voce. La più bella voce del mondo.

 Uno dei gentiluomini butta sul banco di Amati delle monete d’argento che brillano e tintinnano ma non distraggono Antonio dalla sua tensione verso il violino che è stato riposto nella sua cassa.

La mano forte di Pescaroli si abbatte sulla sua nuca in un sonoro scappellotto:

- Primo non si spia in casa d’altri. Secondo - e il secondo scappellotto scuote Antonio dal suo incanto - quando io parlo tu devi ascoltare. Terzo - Antonio arretra evitando il terzo colpo -  fila in bottega che c’è da fare la colla!-

Antonio torna di corsa nella bottega di Pescaroli mentre questi si  affaccia sulla soglia di quella di Amati:

- Scusate Nicolò se mi permetto, ma bello! Bello! io non sono del mestiere ma un violino così non l’ho mai sentito.-

- Grazie, Francesco, troppo buono. Entrate che beviamo un bicchiere.- Amati è tutto gongolante e soffia dentro i baffi cercando di non mostrare la sua gioia.


 

Capitolo       11

CERCANDO DI NON MOSTRARE LA SUA GIOIA

C’è una gran luna con un largo alone intorno.

Antonio non riesce a dormire e si rigira sul suo scrocchiante giaciglio di foglie. La forma luccicante del violino e le sue note trillanti continuano a riempire il suo cuore.

Si alza ed esce sull’altana: tutta la città dorme. Sembra di sentire gli arcani sussurri dei sogni della gente che trasudano verso la luna nell’aria umida che stagna sui coppi bui delle case.

La campana di San Domenico batte un tocco e subito le fa eco quella più cupa della cattedrale mentre altre lontane fanno coro. Il passo strascicato della ronda porta contro il muro delle case il bagliore di quattro torce.

Antonio scende dall’altana senza far rumore e si sporge dal tetto sul cortile: la luna illumina le cataste di legname e le finestre buie che danno sul retro della bottega di Amati.

Senza una volontà precisa ma spinto dal desiderio confuso di avvicinarsi di più al violino, proprio come un adolescente fa con la ragazza dei suoi sogni passando incognito sotto le sue finestre per fantasticare, un passo dopo l’altro Antonio scende nel cortile e si ferma davanti alle finestre della bottega di Amati, protette da grosse inferriate.  Si arrampica su una catasta di assi arrivando a un lucernario sulla tettoia in coppi che copre un ampliamento della bottega del liutaio addossato alla costruzione principale. Antonio si sporge cercando di ombreggiare con una mano il riverbero della luna sul vetro della finestrella e si accorge che è aperta, tenuta socchiusa da un puntello di ferro.

La tentazione è troppo forte. Striscia sui coppi e solleva il pannello di vetro ribaltandolo sul tetto. Si cala nel buio della bottega cercando un appoggio con i piedi. Non lo trova e il peso del corpo gli distende le braccia. Con un gemito cade sul pavimento e ci resta rannicchiato a tastarsi il dito rotto e il braccio indolenzito.

C’è un acuto odore di vernici e Antonio annusa l’aria aspettando che il dolore cessi e guardandosi intorno per abituarsi al buio.

Piano piano l’oscurità rischiara in penombra e tutto intorno ad Antonio si coagulano forme: file di violini, viole, violoncelli, alcuni bianchi, alcuni già verniciati, altri finiti con le corde di budello ben tese. Antonio guarda quelle cose perfette e allunga una mano a sfiorarle. Passa una carrozza le torce dei servi illuminano la bottega: le vernici catturano quel breve lucore e lo restituiscono in mobili bagliori che sottolineano le fibre dei legni e la curvatura delle superfici.

La cassa di conserva è su uno scaffale. Antonio si avvicina e la apre: dentro c’è il violino che lo ha affascinato. Lo accarezza  esaminandolo più con le dita che con gli occhi.

Il miagolio di un gatto lo fa sobbalzare. L’ombra del felino passa nel quadrato chiaro del lucernario nera come il demonio e Antonio sente un guizzo di paura. Il gatto lo sfida coi suoi occhi gialli fosforescenti e gli miagola qualcosa di irridente, poi se ne va maestoso e tutto torna silenzio.

Antonio posa una mano sulla custodia del violino. Lo invade una forza mai provata che lo obbliga ad osare. Prende l’astuccio e sale sul bancone, poggia un piede su una mensola e arriva al lucernario. Una nuvola scura copre la luna e leva l’argento dalle cose. La notte riprende il suo nero. Con cautela, Antonio posa la cassa di conserva con dentro il violino sui coppi e si issa sul tetto.

Pochi minuti dopo è sull’altana ed estrae eccitato il violino dalla custodia. Lo tasta, lo palpa, lo accarezza. Tocca una corda traendone un suono basso e vibrante. Da qualche parte nel buio, gli risponde il miagolare del gatto.

La luna si affaccia sull’orlo delle nuvole scure e illumina Antonio che gira con cautela i piroli sotto il bel riccio ornato e fa di nuovo vibrare la corda. Adesso il suono è più dolce, misterioso. Fa scorrere un dito sulla prima delle corde e il violino sospira un lamento per qualcosa di lontano e perduto.

Ruota ancora i piroli ed il suono diventa più lamentoso. Eccitato si rigira lo strumento tra le mani, toccandolo tutto per farlo suo. Trova il bottone d’ebano che regola la cordiera e prova a ruotarlo, prima verso destra, poi verso sinistra, poi lo tira verso di sé: il bottone si sfila dal buco ed il violino sembra esplodergli In mano, bestia viva che scatta a colpire.

Con uno schiocco sonoro di note furiose corde e cordiera frustano l’aria. Antonio non fa in tempo a ritrarsi del tutto e la cordiera lo ferisce sul lato destro del naso facendoglielo sanguinare.

Con un grido di spavento Antonio butta il violino sul pagliericcio e resta a guardarlo ansimante col sangue che gli gocciola sulla camicia.

Il gatto sul tetto ha un miagolio maligno.

Antonio corre di sotto alla ricerca di uno straccio per tamponarsi il naso.

Scende in cucina, sa dove Maddalena nasconde la grossa chiave dell’uscio e lo apre. Si tampona il naso con uno straccio sozzo. Sull’arca c’è un acciarino a molla con pietra focaia ma quelle scintille non bastano ad accendere lo stoppino di una delle due lanterne di coccio che Maddalena tiene sull’alzata della piattaia. Sotto la cenere del camino c’è della brace che serve per riattizzare il fuoco la mattina e un con tizzone reso bello rosso dal suo soffiarci sopra Antonio accende lo stoppino della lanterna e poi  torna di corsa nel