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                                                 La mia America

 

CAPITOLO XVII

LOS ANGELES

Puntiamo verso sud: correndo a 100 miglia orarie sul rettilineo che porta a Los Angeles veniamo fermati dalla più dura polizia del mondo.

- Are you funked out?- ci dice a brutto muso questo stupendo motociclista da "sulle strade della California".

Fingiamo di non capire l'inglese, sbattiamo palpebre innocenti come vergini gazzelle mentre l'agente, grosso come un quarter di football americano, incrocia ripetutamente i polsi ripetendo la parola "jail". Noi ripetiamo la parola "italiani" con sorrisi sempre più ampi. Ci lascia andare dopo averci scritto un 55 con un grosso pennarello su un verbale in bianco: 55 sono le miglia orarie che non dobbiamo superare.

Fatichiamo a trovare Los Angeles, L.A., "el-ài" come la chiamano qui, dispersa com'è su un'area grande come il Piemonte: ci facciamo guidare da un gruppo di grattacieli e, dopo ghirigori da giostra sulle highway, parcheggiamo ai loro piedi. Piedi sporchi: tanto San Francisco è pulita e sofisticata, così Los Angeles è sporca e volgare. Miseria umana senza la grandezza drammatica di NewYork e la scritta a caratteri falansteriali sul dirupo che annuncia HOLLYWOOD sembra un trampolino per suicidi.

Ci arrampichiamo con la nostra Mercury su per i viali di Beverly Hills, superati da Porsche, Rolls Royce e Ferrari, davanti a strambe ricche ville che hanno pupazzi al posto di statue: un finto bambino scavalca una cinta inseguito da un falso poliziotto con un falso cane, falsi curiosi guardano in un parco con falsi binocoli, castelli medievali con fossato e ponte levatoio di plastica fanno più tristezza delle disperate piatte casupole di Watts giù nella pianura piena di neri, ispanici e coreani, dove le bande dei Cripps e dei Bloods si ammazzano e ti ammazzano per il colore del giubbotto che porti. Se la Seconda Rivoluzione Americana partirà da qui sarà "Blade Runner".

Passeggiamo in mezzo alle pretenziose boutique di Rodeo Drive poi ci facciamo tutti i 120 chilometri del Sunset Boulevard fino all'oceano. Diamo un'occhiata alla decantata Santa Monica e calpestiamo celebri spiagge punteggiate da club stile Viareggio anni Trenta separati da decine di chilometri di sabbie vergini dove mare e terra si mischiano intatte dal pliocene e nessuno fa il bagno perché nessuno l'ha mai fatto dai tempi in cui tribù mongole di raccoglitori vagavano alla ricerca di molluschi e di vermi. Antichi depositi di alghe si sono stratificati in promontori, vecchi tronchi e radici fossilizzano semicoperti da ondate di sabbia, laghetti salmastri bucherellano le rive con pozze d'acqua ferma, paradisi di artropodi e platelminti. Ti aspetti il barrito del mammut e il balzo della tigre coi denti a sciabola.

Riattraversiamo questa città regione per visitare gli studi cinematografici della Universal: la prima impressione è traumatica. Universal City sta a Cinecittà come una fabbrica di scarpe di Varese sta a una bottega di ciabattino: l'artigiano può fare qualche capolavoro ma le scarpe per tutti i piedi del mondo, mai.

Con un'oretta di trenino visitiamo ettari di costruzioni passando da una Mulberry Street della NewYork anni Venti fino ad una Michigan Avenue della Chicago dei giorni nostri, da un villaggio western al motel angoscioso di Psycho, dalla piazza di Back to the Future fino ad una stazione di metropolitana dove un terremoto da urlo fa crollare il soffitto, ci butta addosso treni che arrivano a cento all'ora e fa scoppiare le tubature dell'acqua che inondando l'esterrefatta Sgnuffi seduta vicino ad un finestrino.

Approdiamo infine sulle rive di una falsa laguna: é il set di "Miami Vice", uno dei tanti serial che l'intero pianeta si sciroppa in TV.

Per quindici minuti acrobati e stuntmen sollevano meraviglia e spruzzi d'acqua con le loro spettacolari cadute e furiose sparatorie che fanno esplodere un gazometro con una grande fiammata, distruggendo un lungo pontile di legno.

Il bello viene quando lo spettacolo é finito: qualcuno da qualche parte pigia un bottone e il pontile risorge dall'acqua e si ricompone, il gazometro torna intero e il villaggio si autoaggiusta come in una sequenza proiettata alla rovescia: tutto è pronto per una seconda ripresa.

Io, ciabattino italiano di sceneggiature, resto con la lesina in mano, bocca spalancata e sgomento nel cuore.

Abbiamo preso una camera nella Little Tokyo, giù nella DownTown e alle sei di sera non c'è più nulla di vivente sui marciapiedi, anche i ristoranti stanno chiudendo. Ci infiliamo in un buco coreano e ordiniamo ordiniamo il primo piatto di un incomprensibile menù: mangiamo alghe e misteriosi esserini lacustri o marini immersi in salse d'ogni sapore e colore prima di fuggire affannati verso la "nostra" città d'oro.

Anthony Quinn mi dirà poi che Los Angeles fa un'orribile prima impressione ma che a viverci è eccitante, dovrei credergli, lui ci ha vissuto sia da povero "danceur pour dames" che da marito della figlia di Cecil DeMille, ma gli attori son bugiardi.

Dormiamo a Ventura, dove Sofia ha comprato un ranch e alle nove di sera la grata dei grandi viali é già deserta, geometricamente illuminata da lividi lampioni, c'é un senso di desolato day after che ci fa ribattezzare il posto "Sventura".

Attraversato il Big Sur, che è una versione ingrandita del passo del Bracco anteautostrade, ammiriamo la fioritissima costazzurrina Carmel, mayor Clint Eastwood, tutta botteghe di moda e di souvenir indiani più o meno autentici.

Sono sculture "by Native Americans", che sarebbero i pellerossa però qui "redskin2 è considerato un insulto. I "nativi americani" crepano nelle loro riserve ma chiamati in modo "politically correct".

Ne abbiamo incontrato uno a una cena data in nostro onore a San Francisco, un uomo massiccio sulla cinquantina, naso aquilino da copertina, nativo di Seattle. La Sgnuffi, saputo che era un indiano, si è alzata e gli ha stretto la mano:

-  Onorata di conoscere un vero americano!- ha esclamato giuliva.

I nostri anfitrioni bianchissimi erano un po’ in imbarazzo mentre gli occhi nerissimi e scintillanti del "nativo americano" si appannavano per la commozione. Gli ho stretto la mano anch’io:

- Lieto di conoscere uno dei padroni di casa…- ho aggiunto.

Il padrone della grande villa con parco e vista sulla baia che ci ospitava ha sbuffato:

- Allora qui siamo tutti stranieri…-

- Sì – ho sorriso – ma noi ce ne torniamo a casa tra una settimana…-

San Francisco è la città più "liberal" d’America ma era calato un silenzio di disagio e tutti avevano affondato la forchetta nella polenta al sugo di carne.

Ho spiegato loro che amavo gli indiani americani da quando avevo studiato la loro storia per scrivere il film di Sergio Leone "The Genius". Il discorso fatto da Toro Seduto al Congresso di Washington era stata un’orazione degna di un retore greco del secolo d’oro: il gran capo sioux aveva dato uno straziante addio alla sua terra, alla sua gente, alla sua cultura che faceva venire una gran voglia di piangere.

L’indiano mi aveva abbracciato forte.

- Tu, europeo, l’hai letto. Ma qui non lo conosce nessuno quel discorso. Qui tutti credono che i nostri padri sapessero a malapena dire "Augh!". Nessuno insegna la nostra storia nelle scuole. -

Il silenzio di tutti era diventato ancora più profondo, colpevole.

A Monterey troviamo un gigantesco totem in legno scolpito che la Sgnuffi accarezza sognante: peserà tre quintali e riesco a convincere l'irragionevole bionda che neanche in tre potremmo portarlo fino a Roma.

San Francisco, la bella, ci riaccoglie con un vestito da sposa fatto di nebbia bassa densa e rosata, i palazzi più alti della città galleggianti tra i festoni emergenti dei ponti come una corona reale, l'oceano e la baia sepolti dalla soffice crinolina e nel cielo tersissimo e viola un sole di ghiaccio abbagliante. Viva San Francisco! Verrà inghiottita dal Big One perché é troppo bella per durare.

 

CAPITOLO XVIII

HONOLULU

Per la Sgnuffi, Sciltian e me c'è un volo prenotato per le Hawaii: 399 dollari a testa, andata e ritorno e sette giorni d'albergo.

Il Pacifico è di un blu più scuro dell'Atlantico e le isole dei vulcani coi loro Dei che ci vivono dentro, risaltano verde-marroni finte come un technicolor anni Cinquanta.

Atterriamo nello sterminato aeroporto tra la baia di Pearl Harbour e la città di Honolulu.

- Aloha! Aloha! Aloha!- giapponesine abbronzate travestite da hawaiiane ci salutano col calore della voce sintetica che recita l'ora esatta nei telefoni della Sip. Come manichini su una catena di montaggio, veniamo assemblati con collane di orchidee, talloncini per breakfast gratuiti, buoni per visitare Pearl Harbour, advertising sulla bellezza stravolgente delle altre isole dell'arcipelago che ci fan capire d'essere sbarcati sulla più brutta.

Fioriti e opuscolati veniamo caricati sui bus che ci portano ad Honolulu: una megarimini coi grattacieli lungo la spiaggia dove tutto si chiama Waikiki.

Possiamo scegliere l'albergo tra il Waikiki Banyan, il Waikiki Beachcomber, il Waikiki Grand, il Waikiki Sand Villa, il Waikiki Surf, il Waikiki Tower, tre o quattro Aston Waikiki e lo Hyatt Regency Waikiki.

Scegliamo un Waikiki vicino all'oceano, la Sgnuffi, con la sua "lei" di orchidee al collo non vede l'ora di andare a stendersi sulla sabbia all'ombra delle palme fruscianti di vento: fin da piccola ha sognato questo momento magico, persa nelle fantasie infantili dei mari del Sud. Gli anni son passati ma l'infantile le è rimasto dentro. Al tempo del vino e delle rose un fotografo impotente aveva mascherato il suo difetto promettendole notti di fuoco dopo un loro ipotetico matrimonio cattolico-hawaiiano.

Microbikini, grande spugna rossa, cappello di paglia a larga tesa e via, verso il sogno!

La realtà, ahimè, è, come sempre, diversa. Dopo tre minuti la Sgnuffi scopre che il sole tropicale ignora le sue creme a filtro 20 e la brucia come una calamaretta sulla griglia, ancora sorridente si rifugia all'ombra frastagliata delle palme che frusciano col vento come da sogno. Al sesto minuto di Tropico scopre un'altra imprevedibile verità: le palme non fanno ombra! Con quel continuo parpadeare delle loro ciglia non fanno schermo al sole, almeno non sufficiente per la delicata pelle della Sgnuffi che deve avvolgersi come un paguro in una conchiglia di spugna e calarsi il cappellone di paglia sul naso. Al decimo minuto si arrende e chiede pietà: dobbiamo andarcene da quella graticola!

All'hotel ci danno l'opuscolo riservato agli sconfitti che in copertina mostra una falsa hawaiiana nuda tratta da Playboy. Ritagliata a forma di ananas, la brochure suggerisce consolazione alla nostra fuga elencando le precauzioni che dovrà prendere il temerario che volesse bagnarsi nel Pacifico:

1- Saper nuotare a livello olimpico, anche contro forti correnti avverse.

2- Calzare scarpe di gomma poiché nei bassi fondali e sugli scogli ci sono pesci velenosi e alghe urticanti.

3- Non camminare lungo le scogliere anche se l'oceano è calmo poiché si alzano improvvise immense ondate che annegano i malcapitati in mare.

4- Accertarsi che il filtro solare delle proprie creme sia uguale a quello del calcestruzzo per evitare bruciature che si infettano per la grande virulenza della vita tropicale.

5- Non superare MAI le boe rosse stese a collana davanti alle spiagge poiché oltre ci sono gli squali (si incontrano anche a riva ma non troppo spesso (!)

6- In caso di puntura o morsicatura in mare rivolgersi immediatamente al Pronto Soccorso perché i veleni di molti pesci uccidono in pochi minuti.

Un'ultima scritta in grassetto tra i culi tondi di due hawaiiane made in California assicura che la piscina dell'hotel è olimpionica, alimentata con acqua del Pacifico filtrata con cura, priva di onde, di squali e di bestie velenose ma con poltrone, ombra, servizio bar e... hawaiiane! L'ingresso è libero ai clienti e ai loro invitati.

Ci guardiamo perplessi, la Sgnuffi arrossata, Sciltian e io abbrustoliti: siamo agli antipodi di Roma, abbiamo sorvolato metà del mondo per farci un tuffetto in piscina? Mai, meglio gli squali!

Il mattino dopo facciamo colazione gratuita usando un tagliando di benvenuto con torri di pancakes alla banana e litri di succo d'ananas.

Il sapore di banana e di ananas è al cubo per chi come noi è abituato a bere i succhi delle scatolette sui banconi zincati dei bar romani. Satolli ci avviamo verso uno dei tanti rent-a-car e prendiamo l'acquazzone delle dieci e venti.

Uno scroscio caldo che dura due minuti e che inzuppa le nostre sgargianti camicie di nylon e gli short con le palme, appena comprati alla botteguccia dell'albergo per sei dollari. Gli hawaiiani non ci fanno caso e uno di loro vedendo il nostro sguardo smarrito nell'inutile ricerca di un riparo ci fa uno strano gesto: chiude il pugno, allunga il pollice e il mignolo in orizzontale e lo fa oscillare due o tre volte. Dalle mie parti montanare è un gesto sconcio: vuol dire fottere o essere fottuti. Ma è difficile che questo giapponesino sorridente sia un biellese e decido che qui abbia il senso di "prendila come viene". Ricambio il segno e l'amico trotterella via contento.

Il cielo si spezza in nuvoloni bianchi e pannosi che il vento dell'oceano schiaccia contro le verdi ripidissime Koolau Mountains. Il sole sbuca improvviso e inferocito seccandoci in pochi secondi e pittando nel cielo un triplo arcobaleno. Ripariamo nell'aria condizionata del rent-a-car come polli in fuga da un grill.

Ci propongono un'automobilina giapponese per dodici dollari al giorno, chilometraggio libero, più, se vogliamo, nove dollari al giorno per un'assicurazione casco che paga anche se ci buttiamo in uno dei tanti burroni. Una pacchia. Aloha, e per farci la mano mi lancio lungo la Kalakaua avenue, giro per la Kalaimoku, corro per la Ala Way, scendo per la Kanekapolei, salgo per la Liliuokalani, torno giù per la Kealohilani e mi ritrovo sulla Kalakaua: facile per chi usa una lingua sillabica. Suoni dolci ripetitivi come quelli dei bambini, ma sta andando in disuso. Gli hawaiiani veri non esistono più, tranne un centinaio sull'isoletta privata di Niihau tenuti in segregazione come i gorilla di montagna, di proprietà esclusiva della famiglia Robinson di Kauai che acquistò isoletta e abitanti nel 1864 direttamente dal re delle Hawaii Kamehameha V. Dev'esser stato un gran bel popolo, generoso nell'amore e più intelligente di noi se sono riusciti ad abbandonare la loro religione plurisecolare in una sola serata seguendo un pensiero logico: i bianchi infrangevano i tabù dei loro Dei e non erano puniti, quindi tabù e Dei erano falsi. Fecero un bel falò degli idoli e una grande mangiata tutti insieme, uguali e felici, uomini e donne.

Noi invece crediamo ancora in un dio che si è incazzato a morte per una mela e poi ci ha perdonati in massa non appena abbiamo inchiodato suo figlio su una croce.

Abbiamo una meta: Hanahuma bay. Vista su una cartolina dell'albergo sembra uscita dal piano regolatore dell'Eden. Purtroppo molti hanno visto la cartolina e quando arriviamo sull'altopiano che domina la baia troviamo i grandi parcheggi esauriti come la domenica intorno allo stadio all'Olimpico. Ci sono dei posti erbosi vuoti, con la scritta "no-parking". Dovrei andar via ma ho il senso civico rovinato da trent'anni di traffico romano e infilo la giapponesina nel vietato.

Dall'alto Hanahuma bay è proprio da pubblicità turistica: il cratere di un vulcano invaso dal mare disegna un cerchio quasi completo di acqua blu che trasfigura in turchese sul lato sabbioso dove pochi tetti di paglia coprono bar e servizi. L'unica dissonanza siamo noi e gli altri tremila.

Scendiamo il viottolone scosceso sotto il sole a microonde che cerca di farsi la testa della Sgnuffi all'occhio di bue.

Sciltian ed io abbiam comprato maschera e pinne perché mi han detto che enormi pesci tropicali vengono a mangiarti in mano come colombi a piazza San Marco.

Mentre la Sgnuffi si avvolge nella spugna e si siede triste su una panca all'ombra di un grande tetto di paglia, noi corriamo sotto le palme e ci tuffiamo nell'acqua chiara. Ho al collo la mia macchina fotografica subacquea e pinneggio verso il centro del cratere. Le maschere mi schiacciano dolorosamente il naso perché son fatte per le facce piatte dei giapponesi ma i primi pescioni blu a strisce gialle che mi vengono incontro fanno da anestesia. Sono anch'essi sillabici e si chiamano Kihikihi. Un branco di iridati Humuhumunukunuku mi volteggia sulla destra, mentre fitte nuvole arcobaleno di Humuhumu-'ele-'ele rossiverdimarrone, di Paku'iku'i rossobruni profilati in blu e di gialli Lau-Wiliwili-Nukunuku-'oi-'oi dondolano davanti al vetro della mia maschera fissandomi con cento occhietti curiosi.

A sette metri di profondità due sub con le bombole, seduti sulle rocce danno da mangiare ad una folla di pesci di ogni dimensione, forma e colore, porgendo pesciolini e molluschi. I grossi pesci starnazzano e si azzuffano ad ogni boccone come le galline intorno a mia nonna nel pollaio in fondo all'orto.

Accarezzo la testa globosa di un Pa-'u'u rosso vermiglio che batte la spessa mandibola per salutarmi e scatto 36 foto in tre minuti. Poi resto a guardare il paradiso. Non ho la muta e la mia schiena galleggia al sole.

Fortuna che i miei avi celtici si son fatti qualche bella araba o succosa negrotta, o viceversa, e mi han lasciato una melanina efficiente che accorre alle urla delle cellule epiteliali con apprezzabile velocità, altrimenti sarei caduto nel numero 4 dell'avviso dell'albergo a proposito delle scottature solari.

Per un subacqueo da "Ponza e dintorni", Hanauma bay vale da sola tutto il viaggio.

Passeggiamo la sera lungo la Kalakaua avenue, con la pelle che irradia calore da abbacinare un rivelatore a infrarossi. Negli esotici padiglioni dell'International Market Place vendono perle come noccioline, bellissime spugne ricamate, costosissime collane di piume, economici sandali zori in paglia di riso, acrobatici trampoli geta in legno e calze tabi col posto per l'alluce come muffole. Ceniamo al Royal Hawaiian Shopping Center dove Sciltian scopre un ristorante italiano, "da kine" come dicono qui per "that kind", il McDonald's degli spaghetti. Il palazzo del Royal Hawaiian è bellissimo, tutto vetrate e legno chiaro in una jungla di orchidee, di vermiglie 'ie'ie, rugginose 'ohi'a lehua, violacee 'uki'uki e immense foglie di banano. Dopo lunga astinenza la vista di fettuccine e spaghetti guizzanti, penne lisce e rigate, fusilli bollenti e sguscianti, bucatini rovesciati fumanti su venti metri di banco, ha la meglio sulla curiosità dell'esotico. Zuppiere di sughi pronti e colorati come la tavolozza di un pittore vaporano profumi di casa: dal verde pesto genovese fino all'aranciato dell'amatriciana, dal rosso cupo del ragù stracotto alla chiara e veloce puttanesca con le olive, dal nero pepato della carbonara al bianco raro delle vongole veraci. Gustiamo col naso e con gli occhi prima che con le idonee papille. Ci si serve da soli: quanta pasta si vuole, quante volte si vuole, con tutti i sughi che si vuole. Costa sempre 5 dollari. Nel corridoio veranda su cui si affaccia il ristorante, Sciltian ha trovato dei tagliandi pubblicitari che danno diritto allo sconto di un dollaro, quindi costa sempre 4 dollari. Mi riempio di pasta come ai tempi della sora Giggia, quando l'amico Valerii mi invitava una volta alla settimana e dovevo fare scorta per sei giorni. Per gustare meglio alcuni sughi, a papilla mia, serve un pezzo di pane, ma sul menu il pane non c'è: qui siamo in oriente, la patria del riso non del grano.

Scovo un "garlic bread" e mi portano autentica bruschetta su pane casareccio!

Gonfi in modo indecente ci trasciniamo verso la cassa.

Sciltian ha ritagliato sei tagliandi di sconto e la giapponesina batte 18 dollari, poi ritira i coupon e ci scala sei dollari. Se ne avessimo ritagliati diciannove avrebbe dato un dollaro a noi!

Ci sediamo a meditare su una panchina del Royal davanti ad una fresca fontana che zampilla tra enormi fiori. I tagliandi sono liberi e chiunque può abusarne, ma poiché il ristorante non fallisce vuol dire che pochi lo fanno: forse solo noi italiani che veniamo dalla culla del "dritto."

Oahu è l'unica isola delle Hawaii ad avere un grande porto naturale: Pearl Harbor. E' un'escursione prevista dai nostri tagliandi e il bus parte da uno degli infiniti Waikiki Hotel. Fatichiamo a trovare quello giusto e ci imbarchiamo appena in tempo. La baia si divide in tre grandi bacini chiamati East, Middle e West Loch (dev'essere passato uno scozzese da queste parti) e il nostro autista, di pelle marrone intenso, ci racconta di quel 7 dicembre del 1941 quando, lui bambino, arrivarono gli aerei giapponesi. La prima ondata fu scambiata per un'esercitazione americana. Ma sull'Arizona fu subito morte. Un suo zio, cuoco negro a bordo della corazzata, da solo riuscì ad abbattere tre aerei giapponesi manovrando la mitragliatrice che non gli avevano mai permesso di toccare.

L'USS Arizona Memorial è un padiglione costruito sui resti affondati della nave, migliaia di morti per quel bombardamento non si quanto davvero inaspettato. Le portaerei avevano preso il largo la sera prima, forse per ordine dell'interventista Roosevelt che non riusciva a convincere il Congresso ad entrare in guerra: alla Casa Bianca era arrivato il messaggio della spia Cicero e anche la segnalazione di un sottomarino che aveva intercettato le portaerei giapponesi al largo delle Hawaii e c'erano gli ambasciatori giapponesi con la dichiarazione di guerra da ore in anticamera. Roosevelt lasciò che i giapponesi bombardassero Pearl Harbor per sfruttare l'indignazione del Paese? Qui molti pensano di sì. Metà della popolazione è di origine giapponese, ma durante la seconda guerra mondiale questi giappohawaiiani combatterono eroicamente per gli USA in Europa contro di noi e contro i tedeschi.

Questo cimitero galleggiante fa tristezza come tutto ciò che prova la nostra malattia mentale di scimmie che hanno infestato il pianeta.

I Giapponesi affondarono tutto ciò che galleggiava nella baia per colpire a morte la potenza navale americana nel Pacifico ma non scagliarono una sola bomba sui cantieri a terra permettendo così agli americani di ripescare parte delle navi e di costruirne di nuove a ritmo forsennato.

Anche i giapponesi, nella loro apparente maggior razionalità, sono matti.

Seguendo la strada di nord-est con la nostra giapponesina da 12 dollari al giorno arriviamo a Pali, il posto dove le cascate cascano all'insù. Ci si affaccia su uno strapiombo verde contro cui il vento dell'oceano sbatte e si arrampica sconfiggendo la forza di gravità: i ruscelli scorrono verso l'alto e la loro acqua invece di cadere nel vuoto viene spinta sulle nostre facce stupite.

Sciltian butta una moneta e il vento la fa schizzare sopra le nostre teste. Da qui si buttavano gli antichi guerrieri hawaiiani per non doversi arrendere: chissà se cadevano.

Lungo la strada che porta a nord costeggiamo una foresta tropicale. Fermo la macchina e andiamo a dare un'occhiata: dopo pochi passi sotto le gigantesche foglie perennemente gocciolanti è quasi buio. Camminiamo su un tappeto di muschio e di foglie marce, fiori dalle corolle ricurve si fan succhiare da uccelli dal becco ricurvo e dagli improbabili colori onirici. Sciltian si ferma, non vuole addentrarsi. Cerco invano di rassicurarlo giurandogli che i rettili non sono mai riusciti ad arrivare alle Hawaii, tartarugone a parte, e quindi, nonostante l'ambiente faccia pensare a pitoni e boa, non c'è pericolo. Perfino le piante e gli insetti si sono ingentiliti arrivando su queste isole vulcaniche e han perso veleni, spine e puzze difensive. Sciltian scuote la testa e torna indietro badando bene a dove mette i piedi. La nostra esplorazione è durata nove passi.

Poco prima di Punta Kahuku all'estremo nord dell'isola, arriviamo al Polynesian Cultural Center: un grande assemblaggio, un po' alla Disney, di sette villaggi e culture polinesiane dall'isola di Guam fino alla Nuova Zelanda passando per Tahiti, Samoa, Fiji, Tonga e Marchesi. Un grande spettacolo sull'acqua con danze hawaiiane di belle donne, un po' pienotte che mettono voglia di sprimacciarle, mostra che quando dimenano i fianchi non stanno sempre e soltanto alludendo all'unica cosa che nessuna civiltà è riuscita a cambiare, ma raccontano lontane avventure: quelle brunette polpose mimano con convezioni a noi sconosciute messaggi complessi che non siamo in grado di capire, l'ondeggiare delle mani e delle braccia forse significa mare ma che vorranno dire quei brividi che fanno vibrare i gonnellini di rafia come se fossero pieni di vespe?

Il sole cala e le ballerine accendono torce: siamo in un antico ahupuaa prima che Cook venisse a rompere l'incanto portando la sifilide e il vaiolo. Sullo sfondo un grande heiaus, un tempio fatto con grosse pietre piatte, ornato di grandi kapu, idoli scolpiti in legno. Il capo, l'alii, dà un ordine e cominciano le danze in onore degli Dei: Ku, dio della guerra; Kane, padre delle creature viventi; Lono, dio delle messi e della pace e Kanaloa, signore del mondo degli spiriti mentre Pele, dea del fuoco, trascurata, sputa lava furibonda da dentro un vulcano. Il dono reciproco dei corpi era felicità senza peccato su questa spiaggia prima che arrivassero genti che come simbolo d'amore avevano un uomo torturato a morte su una croce.

C'è qualcosa di struggente nella musica e nei canti mentre sull'acqua scivolano zattere a doppio scafo con copertura di paglia. E' la nostalgia di un paradiso perduto dove visse per secoli un popolo che non c'è più.

La costa ovest di Oahu è famosa per i cavalloni. Non quelli da tiro, ma quelli alti sei metri che scaricano sulla spiaggia tonnellate d'acqua con cinquanta metri di schiuma e dozzine di surfisti che han sbagliato a prendere l'onda. A vederli sommersi dai quei castelli d'acqua sembrano perduti, ma poi quasi tutti riaffiorano rotolando nella schiuma che si stende e smuore sull'infinita spiaggia. Chissà se c'è qualcuno che li conta. Al tramonto, col sole che cala come una mongolfiera luminosa sull'oceano, è spettacolo da non perdere: queste isole sono davvero lontane dal resto del mondo: ci sono almeno tremila chilometri d'acqua da ogni parte prima di trovare altra terra.

La parte alta di Ohau è il mondo degli ananas: milioni di frutti si ergono virili e incolonnati da Dole e da DelMonte. Ci sono aiole per l'assaggio con i cartellini che ne specificano le varietà. Ma non siamo sicuri che sia permesso a tutti e poi nei bar di Honolulu mezzo chilo di polpa di ananas gelata costa un paio di dollari. Con venti dollari si può mandarne una cassa in qualunque paese del mondo.

La sera, stanchi, guardiamo i depliant che magnificano le altre isole dell'arcipelago: Kauai, l'isola misteriosa, bella fra le belle che innalza al cielo, come un germoglio, la sua montagna Waialeale che ferma gli alisei bevendo a tonnellate la loro acqua; Molokai, l'isola amica, del silenzio e delle lunghe spiagge, senza un semaforo, senza un cinema, senza un McDonald's; Lanai, l'isola degli eucaliptus, proprietà privata di Kamehameha il Grande, dai misteriosi petroglifi azzurrini incisi sulle rocce; Maui, dalle foreste festonate di bruna, silenziosi mari d'argento, ombrose caverne blu e spiagge di agata e di perle, e Hawaii, la più grande, fatta di ghiaccio e di fuoco, col gigantesco vulcano Kilauea, ultimo rifugio della dea Pele che sputa pennacchi di lava fino a seicento metri d'altezza.

Abbiamo acuta le sensazione che la nostra povera Oahu sia la più brutta dell'arcipelago ma per vedere quelle belle bisogna affittare piccoli aerei e un giretto di due giorni costa più di un migliaio di dollari a testa. A malincuore devo decidere che per noi è troppo caro. Sarà per un'altra volta, ma si verrà un'altra volta dall'altra parte del mondo?

CAPITOLO XIX

WASHINGTON

L'inverno è passato dicendo agli amici "Sai, quest'estate a Honolulu...." e sfogliando l'ultima edizione del libro per lo Scambiocasa alla ricerca di nuove combinazioni.

Il sindaco di Cremona ha suggerito di fare un film su Stradivari per celebrare il 250esimo della sua morte, e io ho scritto una storia ispirata, di quelle che vengono così bene che ti danno il coraggio di presentarla ad Anthony Quinn firmando con lui un contratto per un miliardo e cento milioni pur essendo presidente di una cooperativa di autori che ha 450 mila lire di capitale sociale. Cerco soci danarosi, meglio se americani, per produrre il costosissimo film ambientato nell'Italia del Settecento e che vanta un preventivo di sedici miliardi. Mi dicono che all'hotel Flora è sceso uno della N.I.A.F, National Italian American Foundation, la potente associazione newyorchese che promuove la cultura italiana negli Stati Uniti.

Alle diciotto prendo il primo drink con mister Albert che parla benissimo italiano essendo originario di Fontana Rosa. Il primo per me, per lui dev'essere già il decimo. Capisco che prima di esporgli il mio problema sarà bene fargli mettere qualcosa di solido nello stomaco per cui lo invito a cena a casa mia.

Mister Albert si commuove: un invito a casa è qualcosa che introduce nell'intimità, un segno di affetto. Per me è anche un segno che non posso permettermi una cena al Toulà.

In allegria, dopo la squisita cucina della Sgnuffi che quando si impegna i grandi chef le fanno un baffo, stappo sei bottiglie della mia riserva personale di barolo 1964, una rarità che ha superato il tempo e le cantine non ottimali dei condomini romani. Alla prima bottiglia mister Albert ci racconta di essere stato viceministro con Nixon, travolto poi col presidente dallo scandalo Watergate, alla seconda già mi spiega che non c'è problema: io vado a Washington, suo gradito ospite, poi si va insieme nel vicino Delaware e si fa una società per azioni. Si va nel Delaware perché in quello Stato non ci sono tasse sulle società. Come capitale iniziale mettiamo cinquecento dollari per uno, totale mille dollari rappresentati da mille azioni da 1 dollaro ciascuna, metà mie e metà sue. Queste sono azioni di categoria A. Su questa A ci scoliamo la terza bottiglia di barolo e la spiegazione riprende: la società emetterà poi dieci milioni di azioni sempre da 1 dollaro di categoria B. Su questa B vuotiamo la quarta bottiglia di vino dei re, poi Alberto mi sorride come Archimede nel bagno:

- E il gioco è fatto! La società resta nostra perché solo le azioni A hanno diritto di voto. -

- Ma... a chi li vendiamo i diecimilioni di azioni B?-

- Oh bella, agli Investors!-

Un'altra bevuta prima di chiedere chi sono gli Investors. Adesso Alberto non riesce più a centrare il bicchiere col getto del barolo e bisogna guidargli amorevolmente la mano, ma sollecitato spiega che gli Investors sono cittadini americani che vogliono investire un po' dei loro risparmi in qualcosa di rischioso nella speranza di fare un buon affare. La nostra società proporrà la produzione del film e gli investors arriveranno a frotte. Devo essere assai dubbioso se la mia espressione buca i fumi del re dei vini nella testa di Alberto che mi chiarifica di avere amici importanti fra i Counsellors che il fumo dell'alcol mi traduce come Consigliori. Alle due di notte, lasciate a casa le sei bottiglie di barolo vuote come la testa di certa gente, guardiamo i ruderi del Foro, ma non c'è la luna e l'ospite non é un vero americano: guarda senza stupore. Con voce allegra e lingua un po' impastata Alberto ci abbraccia, ci dice che possiamo chiamarlo Guido, come fanno i suoi amici veri e ci invita a casa sua a Washington.

Abbraccio anch'io scaldato dal barolo, ma nei mesi seguenti non do importanza all'americanate del socio N.I.A.F. e vendo il progetto Stradivari ad uno dei tanti tirapiedi del Berlusca. Ma un progetto tira l'altro e torna d'attualità il grandioso "Terremoto di Messina" perorato dalla LenFilm di Leningrado e, in primavera, mi rimetto alla ricerca di capitali. Soldi, dollari... perché non andare a trovare il mio sedicente potente amico di Washington?

Unisco l'utile al dilettevole e trovo uno scambio casa nel District of Columbia, stato capitale degli Stati Uniti.

Combino con un colonnello a riposo che ha una villetta ad Upper Marlboro, appena fuori della Belt di Washington. La Belt è un grande raccordo anulare all'americana a dodici corsie. Lì non fanno come a Roma che costruiscono una corsia alla volta in modo da poter tenere il cantiere aperto per sempre e lucrare tangenti. Se ci sono tangenti, gli americani ne pappano dodici in un colpo solo e gli automobilisti vanno come spose.

Voliamo via Londra perché con la British Air Way costa un terzo di meno che con l'Alitalia.

Volo di routine con sguardi distratti alle grandi nuvole là in basso, ai bordi dei continenti che si vedono negli squarci di sereno, con quei pensieri pigri che la gente scambia per filosofici e che vengono a pancia piena e culo comodo: potrei essere Giove che guarda i terragni... neanche l'imperatore Augusto o il Re Sole hanno mai potuto goduto di una vista così... un secolo fa mi avrebbero scambiato per un dio...

All'aeroporto di Washington c'é Guido Alberto che ci aspetta. Non ne ero proprio sicuro nonostante una telefonata, per via di tutto quel barolo.

Sono appena le tre del pomeriggio e il nostro promesso socio è lucidissimo: si è messo in contatto col colonnello del nostro scambio casa e ha combinato un incontro, per intanto potremo dormire nel suo appartamento in un residence di cristallo ad Arlington, al di là del Potomac. Dalle finestre del suo appartamento vediamo il pentagono del Pentagono e il complesso architettonico del Watergate, che un ciclopico insieme di uffici e di appartamenti, dove Nixon e il nostro nuovo amico lasciarono le penne.

Il giorno dopo Alberto Guido ci porta al cimitero. Quello di Arlington è il più grande cimitero militare del mondo: giriamo in macchina per i suoi viali, ghirigori infiniti fra colline coperte di piccole croci. Verdi vallate dal lento pendio sono punteggiate di bianco come una fioritura di primule in marzo e sotto ognuno di quei punti il corpo di un soldato: un ragazzo di vent'anni morto chissà dove, sacrificato dalla follia umana. In questo immenso nulla dove filari di croci giocano con la prospettiva al nostro lento passare di vivi motorizzati, il silenzio del non senso mi blocca la mente.

Come le scalinate maya colanti il sangue dei sacrificati, o le torce umane con cui i romani illuminavano la via Appia, o il fetore dei campi di battaglia delle grandi vittorie di Napoleone fino all'obbrobrio puro dei campi nazisti, il non senso della morte di massa leva ogni speranza. Sotto ognuna di quelle croci è sepolto un ragazzo che non ha vissuto la maturità e intorno ad ognuna di esse c'è un alone di tremendo dolore di chi lo ha partorito, allevato, amato. Quante candeline su quelle torte?

Una fiammella annuncia John Kennedy, poco più in là una piccola croce testimonia per Bob. Sollevarono l'entusiasmo del mondo e sono lontani come le tombe dei Gracchi.

All'ombra dei cipressi, caro Ugo, le tombe dei grandi mettono voglia di sedersi lì e aspettare la morte: è tutto così stupidamente inutile e il dio che abbiamo inventato mostra il canovaccio del nostro autoinganno.

Guido Alberto mi scuote per un braccio e mi indica un pezzo di prato accanto ai Kennedy: quello sarà il suo posto. Strizza l'occhio alla Sgnuffi:

- Quando sarà, non fiori ma spaghetti alle vongole...-

"Washington: città a cui moltissimi vogliono arrivare ma da cui tutti sono ansiosi di andarsene", così nel giudizio di un deputato del secolo scorso.

Definita né città né villaggio, incompiuta per decenni per mancanza di denaro, bruciata dagli inglesi e ricostruita, malabitata dagli uomini ma ricca in zanzare e serpenti, riconosciuta "miasmatica" dal Congresso, facile agli incendi tanto che anche i Presidenti partecipavano alla catena dei secchi per spegnere le fiamme, colpita dal colera portato dai lavoratori tedeschi e irlandesi venuti per scavare il C&O Canal che causò una moria nella maggioranza negra formata da schiavi liberati ma miserabili, con una Casa Gialla davanti alla Casa Bianca che serviva da centro smistamento schiavi e una malavita che ancora oggi fa un morto al giorno, con bordelli adiacenti alle chiese che scandalizzavano i benpensanti, con code di poveri per la minestra gratuita che trascinano gli scarni piedi da più di un secolo a cento metri dalle finestre dello studio ovale del Presidente, Washington è diventata la capitale del mondo.

"Questi sono i veri templi a cui ogni generazione dovrà inchinarsi prendendo da essi un po' del fuoco di libertà che bruciava nel petto di chi li ha costruiti: libertà non solo per essi ma per l'intero mondo", così Nehru, primo ministro dell'India, si espresse visitando la capitale degli Stati Uniti.

A noi romani di nascita o di adozione, questa Roma del duemila solleva impressioni contrastanti: templi, cupole, obelischi sono troppo "nuovi" e istintivamente ci sembrano falsi, scenografie messe lì da qualche regista megalomane che girerà un film di fantastoria dove ad un Campidoglio ingigantito fa eco un Pantheon pantografato in bianco che più bianco non si può, sullo sfondo di un obelisco così alto e turgido che urla di essere il padre di tutti gli obelischi.

La gente si muove in mezzo a questa monumentale scenografia con naturalezza: le scalinate del Campidoglio sono gremite di operai della scarperia NIKE che protestano e deputati e senatori si mischiano ad essi in dialoghi diretti e feroci mentre nell'immensa vasca della fontana in cui si rispecchia l'obeliscone, bambini e bambinoni fanno veleggiare barche di carta e modellini radiocomandati.

Guido Alberto blocca un Kennedy e me lo presenta: a quelli della mia generazione il nome Kennedy fa salire la pressione. Abbiamo sognato e sofferto nell'illusione della Nuova Frontiera. Stringo la manona di questo Joseph irlandese col ciuffo che mi guarda dritto negli occhi col sorriso del mitico John.

- This is the man who discovered Clint Eastwood!- millanta Guido presentandomi e il Kennedy aumenta la già possente stretta fecendomi ripassare la lezione di anatomia della mano:

- Big discovery! Thank you!- e mi lascia per rispondere a qualcuno che grida "Joe, come here!"

Questo Campidoglio non copia quello di Michelangelo, ma quello della Roma antica. La plebe urla ai senatori le sue rivendicazioni sulla scalea ed essi rispondono.

Quando ci sediamo sui banchi riservati al pubblico e mi affaccio sull'aula del Senato, la sensazione si fa più forte.

"Usque tandem Bush abuteris patientiam nostram!" avverte solenne uno con l'accento dell'Arkansas.

Washington, come Filadelfia, é una città costruita da architetti. La città di Penn è maestosa ma Washington ha maggior sacralità: la prospettiva che si gode dal Campidoglio è magnifica. Imponenti musei fanno ala e coro alla fuga di acque, prati e monumenti che si fondono in un insieme armonico.

Arrancando nell'afa d'agosto, lungo i grandi viali, l'aria della vecchia palude non riesce a spegnere del tutto il sentimento di esaltazione che dà il Jefferson Memorial e di orgoglio umano che ispira la severa statua di Lincoln, seduto, marmo nel marmo, nella prospettiva delle colonne greche del tempio a lui dedicato.

A fianco, sul grande prato c'è un vallo con un'alta parete in lucida pietra nera. Una folla perenne cammina lentamente lungo il muro buio. Qualcuno appoggia contro di essa un foglio di carta che poi annerisce con un carboncino, portandosi via la copia di uno delle decine di migliaia di nomi incisi in quella granitica illusione di eternità. Sono i nomi dei caduti in Vietnam.

Ne leggo qualcuno a caso, e immagino una faccia, una vita. John Smith. Quanti John Smith sono morti in guerra? Giocando ridevano, hanno baciato la prima ragazza sognando futuro, sono andati a scuola per imparare a vivere e li hanno obbligati a morire. Migliaia e migliaia di nomi diversi. Un'anziana signora piange perché non trova più il nome del figlio. Ne copi uno qualsiasi, signora, son tutti John Smith.

Tanto la grandiosa bellezza monumentale della celebrazione della democrazia americana fa sentire piccoli, così i luoghi storici dove gli avvenimenti si sono svolti, fa sentire grandi.

Entriamo nel Ford's Theater, dove Booth sparò a Lincoln, e ci troviamo in un teatrino parrocchiale di poche decine di posti, attraversiamo la strada e visitiamo la casa del signor Petersen dove il povero Lincoln morì: stanzette lillipuziane, mobiletti piccoli ed essenziali, stretto e corto il lettuccio col cuscino ancora sporco del sangue del grande presidente.

Alberto Guido ci porta alla fattoria che fu di Giorgio Washington e ancora ci troviamo in stanze microscopiche, con arredi che oggi sembrano miseri ma che dovevano apparire lussuosi agli schiavi del primo presidente alloggiati in locali non molto diversi dalle stalle.

Anche le strade dei due centri preesistenti la costruzione della capitale e che ormai ne fanno parte integrante sono strette e anguste: elegantissime quelle di Georgetown, piene di ristoranti, negozi e discoteche, più commerciali quelle di Alexandria dove si sta tenendo una festa italoamericana con spaghettate e salsicce.

Ogni 4 luglio c'è una parata in costume che sfila per i viali del centro: se ricordate le parate sovietiche sulla Piazza Rossa, basterà immaginare il loro contrario. Gruppi non organizzati di college interpretano la storia patria dai Padri Pellegrini a oggi al suono di orchestrine incitate da majorettes coi pompom in un incrocio tra solennità e carnevale.

Questo quattro luglio, quando Sciltian, la Sgnuffi, Alberto Guido e io sostiamo sotto i verdeggianti alberi ad ammirare questa festa dai ritmi quasi sudamericani, si aprono le cateratte del cielo. A Washington l'acqua casca dalle nuvole a metà fra lo stato liquido e solido, non divisa in gocce. Cerca l'antica palude e tenta di ricrearla nelle strade. Gli ombrelli si schiantano sotto il peso dell'acqua come se ci ostinassimo a tenerli aperti sotto una cascata.

Scolanti torrentelli dai pantaloni raggiungiamo a nuoto un Marriot Hotel e, dopo aver attraversato la sontuosa hall di marmo, scendiamo nella sottostante stazione del metrò.

A Washington c'è un bel metrò, vasto ed accogliente, funzionante con carte magnetiche. Le carrozze sono nuovissime, comode, pulite e sfrecciano una dopo l'altra con poco rumore.

Sbracati sui sedili imbottiti della carrozza che va ad Arlington, Sciltian ed io ci scambiamo occhiate perplesse leggendo sui biglietti che la ditta che ha costruito questo gioiello è italiana. Allora com'è che da noi le metropolitane son così brutte?

Alberto Guido é frequentato da gente interessante e curiosa: un giorno mi trovo a discutere con un ingegnere che ha scritto un programma di traduzione automatica dall'inglese al francese e viceversa per computer IBM, una sera la passo con il proprietario di una televisione in lingua italiana furibondo contro la RAI che non lo aiuta, un'altra coi proprietari di un brevetto di pompe di profondità atte a rimettere in funzione i vecchi esausti pozzi di petrolio americani. Tutti si rivolgono al mio amico americano per avere un appoggio presso il "governo". Alberto Guido non parla mai di queste cose, preferisce lasciare intendere, così sembra più importante di quel che è.

Ci porta al Palazzo delle Lobbies: qui i gruppi di pressione sono istituzionalizzati con tanto di uffici. Tutto si svolge senza sotterfugio, almeno così dice Alberto Guido, ma poiché gli aspiranti pompisti non hanno lobby, cercherà di interessare il senatore della Pennsylvania affinché faccia loro ottenere una qualche sovvenzione o ordinativo.

- E perché il senatore dovrebbe ascoltarti?- chiede Sciltian accusatore. Alberto Guido si esibisce in un sorriso mediterraneo:

- Perché mi conosce. -

- E allora?-

- Sa che non sono un ingrato. -

- Ho capito. Lui perora in Senato e se ottiene i soldi tu gli dai una mazzetta. Come in Italia, uguale!-

Alberto Guido gli accarezza la testa ammirato:

- Senti, io non ho figli. Se resti qui con me ti faccio diventare senatore. Presidente degli Stati Uniti no, perché chi è nato all'estero non può diventarlo, ma senatore... eh? Tu studi e al resto penso io. -

Sciltian mi guarda lusingato. Così é la natura umana, facile conquista per gli sparatori di palle.

I fabbricatori di pompe ci invitano nella loro città: Oil City, in Pennsylvania. Albert Guido ha lasciato credere che i due milioni di dollari di cui han bisogno per darsi alla produzione in serie delle pompe, se non li dà il governo, li metterà lui, oppure potrei trovarli io nell'ambiente del cinema. Sono o non sono lo scopritore di Clint Eastwood?

La Pennsylvania si affaccia per un pezzetto sul lago Erie, in quella zona c'è la "la più grande piccola città del mondo", quella che inventando i pozzi ha reso sfruttabile il petrolio.

Ci aspettano nel miglior hotel della città, ci han messo cesti di fiori e di frutta nelle stanze con bottiglie di champagne. La sera siamo a cena coi maggiorenti del luogo e signore. Anche figlie e ce n'è una carina che siede accanto a Sciltian chiedendogli se fa l'attore. Sciltian nega felice.

Il cameriere offre insalata come antipasto ed elenca vari tipi di condimenti con la consueta disperante velocità.

Per non far brutte figure Sciltian nega tutto ordinando "only salade". La ragazza guarda il mio ultimo nato con ammirato stupore e Sciltian affonda la forchetta in un piattone di verdure crude e non condite. Si costringe a masticare con rumore da coniglio. Sempre più ammirata, la ragazza di Oil City si informa se egli sia vegetariano. Perso nei suoi grandi occhi, Sciltian annuisce macinando coi denti quelle che io essere per lui odiatissime verdure.

Visitiamo il parco museo, dove ancora c'è il primo pozzo costruito dal signor Drake nel 1860, mentre Garibaldi sbarcava a Marsala.

Ci proiettano un vecchio film a colori con un giovane Vincent Price che interpreta il ruolo del pioniere perforatore.

Il direttore del museo, saputo che sono un regista italiano, mi chiama nel suo ufficio e mi offre di dirigere la nuova versione del film che il museo ha intenzione di produrre con un budget di molti milioni di dollari. Se mi interessa, dovrò fargli avere una scaletta della sceneggiatura proposta.

Mi accarezzo la pelata: che sia vero che l'America è terra di grandi occasioni? Cremona ha Stradivari, a Oil City hanno il signor Drake. E ho la sensazione molesta che l'umanità debba essere più grata al signor Drake che al grande liutaio.

- Andiamo ad Atlantic City?- ci esorta Alberto Guido e poiché vede perplessità precisa l'offerta- Tutto gratis: alberghi di prima categoria, ristoranti di lusso e biglietti per gli spettacoli serali.-

- E chi paga?-

- Pagano i padroni dei casinò. Io sono autorizzato a portare amici.-

- Ma allora dovremo giocare...-

- Non è obbligatorio. Io non gioco mai. Contano sulla statistica: la maggior parte degli ospiti non resiste alla tentazione e gioca. Perdono molto di più di quanto avrebbero pagato per l'albergo. Capito il "bisniss"? Noi andiamo, non giochiamo e ci divertiamo gratis.-

- Un'altra "sola" come quella di Oil City...- sussurro a Sciltian che ha una smorfia di disgusto.

- Non dovevamo andare nel Delaware per fare la società di produzione cinematografica? - interloquisce la Sgnuffi petulante.

Messo così brutalmente allo scoperto, Alberto Guido si incazza:

- Adesso stiamo socializzando e non parlando d'affari!-

Decidiamo di declinare la socializzazione e ci trasferiamo nella nostra villetta ad Upper Marlboro a giocare a bigliardo nel basement con puntatine all'antica Annapolis o alla goduriosa Baltimora mentre ci precipita addosso la data del ritorno.

 

CAPITOLO XX

CHICAGO

Per il "Terremoto di Messina" ho trovato capitali italiani e mi accordo con la Lenfilm che era di Leningrado e adesso è di San Pietroburgo e quindi, a rigore, dovrebbe chiamarsi San Pietro Film.

La RAI ripesca una mia vecchia commedia musicale intitolata "Al Capone Superstar" ma poi non se ne fa niente. Resta in bocca il sapore di Chicago.

Gli amici arricciano il naso:

- Andare in vacanza a Chicago? Che idea! E' una città industriale, sarebbe come andare a passare l'agosto a Sesto San Giovanni.-

Ma io sono testardo e dal mio libro per gli scambi tiro giù la lista dei chicagoans che vogliono venire in Italia.

In febbraio, tra le risposte, scelgo quella di una famiglia ebrea: i Dershin di Evanston, un quartiere verde a nord della metropoli dell'Illinois.  Albert mi aveva parlato di una spia che si chiamava Dershin ed era di Chicago: ma... no relation. Sembra.

Io ho il fax, anche loro hanno il fax: combinare è questione di minuti. Si riaggregano alla spedizione Amarilli, Riccardo, Melissa e Fabrizio. Sciltian, la Sgnuffi e io partiamo alla fine di luglio in avanscoperta prenotando da Roma, col libro della Best Western, un hotel sulla Michigan Avenue che è la Via del Corso di Chicago: strano che una camera costi solo trentadue dollari a notte, prezzo da motel, che col cambio di quest'anno a millecinque fanno sì e no cinquantamila lire.

Volati a Chicago scopriamo, condotti da un tassista pakistano, che è una via del Corso lunga ventidue chilometri.

Il tassista storce la bocca sentendo l'indirizzo e poi ci guarda con pii occhi da bue:

- Bad area, sir.- mi dice.

Ma come? La Michigan Avenue, una brutta zona? Gli occhi dolci da vacca sacra del taxi-driver sorridono:

- South Michigan Avenue, sir.-

Ormai abbiamo prenotato e dobbiamo andare. Il pakistano obbedisce docile. Attraversiamo tutta la città e filiamo giù per la Michigan: gran bella strada, con lussuosi negozi e musei.

Ogni palazzo ha un suo stile architettonico, questa è la città di Wright, qui fu costruito il primo grattacielo americano.

Sulla sinistra brillano al sole le acque senza sponde del lago Michigan, un mare blu, appena increspato dal vento. Tra noi e il lago si stende un curatissimo parco con una fontana monumentale. Il taxi naviga verso sud per alcuni chilometri e le aiuole del parco terminano contro il palazzone dell'acquario e la cupola del planetario. Sulla destra la strada cambia di colpo: dopo l'undicesima street i palazzi sono in rovina. Infissi sbilenchi, muri scrostati, scritte oscene sui muri. Molte finestre son prive di vetri e i negozi sono sfondati e vuoti con cumuli di macerie e sfasciume sui pavimenti. E' cambiato film: da "La Vita é Meravigliosa a "Day After".

L'asfalto della strada s'è fatto pieno di buche e tra le pietre sconnesse dei marciapiedi spuntano piccoli rovi.

Il pakistano ferma il taxi nel cortile-parcheggio del nostro albergo e mi guarda con occhio umido e buono: l'hotel sembra un nobile con l'AIDS. La struttura ricorda passate pretese di eleganza ma la lebbra dell'incuria lo ha corroso. Gli occhioni della Sgnuffi e di Sciltian riflettono perplessità.

Scendo soltanto io: una densa aria impregnata d'urina mi avvolge appiccicosa. Entro e vado al bureau. All'odore di urina si mescola il tanfo dolciastro di borotalco e sperma. L'inconfondibile aroma dei bordelli infimi. Entro in apnea. Dietro il bancone unto mi sorride una grossa negra.

- This is a Best Western Hotel?- chiedo accusatore. La cicciona d'ebano scuote la testa. Lo era fino a due anni fa.

- I booked from Rome...-

La donna scende dallo sgabello e muove il vasto culo nello stretto spazio della reception pescando da uno scaffale un bigliettino col mio nome.

- Of course, I can't stay here with my wife and my son.-

- Of course, sir.- sorride tutt'avorio e simpatia- No problem, sir.- strappa la mia prenotazione e io scappo fuori per prendere ossigeno: guardo il cronometro, neppure due minuti, non ho più la resistenza di una volta.

Il pakistano riprende la via della downtown e cominciamo un avvilente pellegrinaggio in cerca di un posto per dormire. Sembra che tutte le ditte degli Stati Uniti abbiano scelto questa settimana per le loro Convention. Tutto esaurito. Non c'è posto neppure negli alberghi da 180 dollari a stanza, che qui è il prezzo più alto.

Dopo tre ore di taxi propongo al pakistano di ospitarci a casa sua, visto che non riusciamo a scaricare la camionata di bagagli che anche quest'anno la Sgnuffi s'è portata appresso.

Il buon pakistano sospira e annuisce: certo non può lasciarci in mezzo alla strada...

Ultima chance: un Best Western al centro, esaurito of course, ma in grado di testare l'intera catena. Dopo una dozzina di telefonate, il magro irlandese del bureau ci sorride nelle lentiggini: ha trovato!

Guardo l'indirizzo con angoscia: è quasi lo stesso del bordello in cui avevo prenotato da Roma! Anche il pakistano scuote il capo ricciuto, ma l'irlandese muove il ciuffo rosso per incitarci: è un albergo nuovo.

Il tassista si rimette in moto e riattraversiamo tutta la città, ripercorriamo la Michigan Avenue: ecco di nuovo il lago, la fontana, il parco e il planetario sulla sinistra, e sulla destra... il taxi si ferma centro metri prima dell'altra volta davanti ad un palazzo ancora non finito, stretto nell'incastellature di costruzione. E' il nostro albergo. Scendiamo dal taxi. L'aria è profumata dai fiori del parco. Entriamo spingendo la porta girevole e un piacevole lusso ci avvolge, dovunque efficienza e pulizia. In fondo ad un salone di freschi stucchi e moquette, tre ragazze in divisa ci sorridono. Novanta dollari a notte, possiamo scaricare i bagagli.

Il pakistano mi guarda con aria triste: il suo tassametro segna settanta dollari. Lo abbraccio grato e gli do un biglietto da cento ringraziandolo per la sua gentilezza. Mi guarda coi suoi occhioni umidi, più felice per le parole che per la mancia.

Sgambettiamo per la Michigan Avenue, direzione nord, per arrivare al Magnificent Mile, il chilometro e mezzo iniziale della strada che mostra il meglio della città, sia come architettura che come negozi. Il lungo lago è tutto riservato al pubblico: spiagge, prati, piste per biciclette, schettini e skateboard, tavoli con scacchiere graffite nella pietra e zone attrezzate per picnic si susseguono per miglia lasciandoci spaziare sull'immenso lago che oggi ha una robusta risacca mediterranea.

Guido la famigliola nel Loop, il famoso quartiere delimitato dalla ferrovia sopraelevata, dopo aver fatto colazione al bar dell'hotel: quattro dollari a testa per pancakes, salamini fritti, hamburger alla menta, caffè e pompelmo a volontà. Il servizio breakfast termina alle undici, dovunque, sia nei ristoranti che nei fast food. Se dessero da mangiare tutta quella roba dopo le undici per quattro dollari, nessuno spenderebbe più un cent per il pranzo.

Chicago è la storia dei grattacieli americani: qui fu inventata la costruzione a scheletro d'acciaio, le fondamenta elastiche, le lunghe finestre vetrate che poi diventarono intere pareti di vetro.

Una folla variopinta con tendenza al nero, gremisce i marciapiedi, entra ed esce dai lussuosi negozi, con l'aria di chi sa quel che deve fare. Chicago è meno nevrotica di NewYork, ha il ritmo della Milano migliore.

L'incontro coi nostri ospiti é cordiale, c'è il consueto velo di diffidenza iniziale che viene lacerato dal mio invito a cena in un ristorantino vietnamita di Evanston. ' ormai routine e sto diventando un homexchanger esperto.

Prendiamo possesso della villetta con giardino, su un viale tranquillo e fiorito, con l'asfalto lucido che sembra tirato a cera e le aiuole pettinate da mani esperte, senza un filo d'erba fuori posto. Sul retro c'è un prato con il garage che dà in una piccola alley, la strada di servizio.

Faccio l'inventario con mappatura dei soprammobili fragili a portata di bambino e li chiudo al sicuro in un armadio a muro: domani arriverà Amarilli con consorte e figliolanza, e Fabrizio ha compiuto quattro anni ed è un fracassatore di suppellettili.

Chicago è il nodo ferroviario più grande del mondo e anche come aeroporti è nella hit parade: ne ha sei. Il Midway è il più importante e non è difficile trovarlo seguendo le highway disegnate sulla carta della città, comodamente impoltronato in una grossa Buick automatica.

Il volo da NewYork con cui sarebbe dovuta arrivare Amarilli scarica regolarmente la sua ondata di passeggeri ma di mia figlia, genero e nipotini non c'è traccia. La Compagnia aerea interpellata si stringe nelle spalle: chi è salito a NY è sceso a Chicago. Non perdono mai passeggeri per strada.

Abbasso la voce e mi informo se hanno notizia di qualche guaio sulla linea Roma -NewYork.

- Today no airplane fell down, sir.- e la rassicurante risposta.

Probabilmente han perso la coincidenza.

E' venuto buio. Con qualche fatica ritroviamo la Buick, con cui non abbiamo preso famigliarità, in uno dei grandi palazzi di parcheggio gratuito dell'aeroporto e riprendiamo la via per Evanston. Trovare l’aeroporto è stato facile ma non altrettanto è ritrovare Hartzell Street! Il navigatore sbaglia un'uscita, o, come sostiene lui, la segnaletica è ambigua, e ci troviamo di fronte la massa nera e imponente della Sears Tower, il grattacielo più alto del mondo, all'angolo tra la Wacker e la Adams.

- Ma qui siamo nella zona del nostro albergo! Diametralmente opposti a Evanston!- protesta il guidatore. Il navigatore si irrita e dichiara sciopero.

Dopo qualche circumnavigazione vedo il lago Michigan su cui splende una luna limone. Gli altissimi getti d'acqua della Buckingham fountain sembrano arrivare a lavarla mentre passano dal verde ad un rosso acceso.

Giro intorno alla grande fontana a passo d'uomo: è un arcobaleno di colori comandato da un computer che non ripete mai le stesse sequenze. Inutile dire che è la più grande fontana colorata del mondo.

Ritrovata la Lake Shore, la bella strada che corre lungo il lago, basta puntare a nord e si arriva ad Evanston.

Alle undici riceviamo una telefonata: Amarilli and family sono arrivati all'aeroporto. Consiglio loro un buon taxi.

Arriveranno dopo mezzanotte con un taxi-driver peruviano stralunato e nervoso con cui Riccardo ha avuto l'intelligente idea di stabilire un forfait e che ha girato per quaranta minuti prima di riuscire a trovare la Hartzell Street: dieci minuti di più di quel che ci ho impiegato io.

I tassisti in America son quelli che meno conoscono le strade.

Il giorno dopo siamo sulla cima della Sears Tower che erge due antenne radio a far le corna a tutta la città.

La veduta è grandiosa e il lago Michigan non mostra l'altra sponda. Dal lato opposto si estende la zona industriale, tutta ferrovie e capannoni con vaste plaghe di casupole e condo fatiscenti.

Nella downtown c'è il problema del parcheggio, non nel senso romano perché non si può lasciare l'auto nelle strade, ma perché grandi garage hanno tariffe orarie assai salate, più in centro si vuol lasciare la macchina e più alta è la tariffa. Casualmente scopriamo un ignobile trucco: quando si va a ritirare la macchina, entrando a piedi dall'ingresso auto se una persona sosta davanti alla prima cellula e una seconda davanti all'ultima, la sbarra si alza e l'automatico emette una nuova scheda. Cinque ore di parcheggio reale si trasformano così in cinque minuti e si paga di conseguenza.

Non resistiamo alla tentazione di pagare sei dollari invece di trenta e dovremo lottare contro l'innata furbizia latina ogni volta che andremo in centro.

Amarilli si scatena in uno dei suoi estenuanti shopping passando al pettine tutto il Magnificent Mile poi, insoddisfatta, ci porta a Kenosha, a mezza strada verso Milwaukee, dove c'é uno dei più grossi outlet d'America. Sono decine di padiglioni grandi come hangar pieni zeppi di negozi: si vende di tutto a prezzi bassissimi. Ne usciamo con cappotti di pelle, amache, parure di lenzuola e asciugamani per un intero albergo, piatti e bicchieri, scarpe per una tribù di millepiedi e una notizia sconvolgente: pare che in Canada, a Edmonton, ci sia uno shopping center così enorme che i clienti si muovono a bordo di carrelli elettrici...

Poiché Kenosha è sulla strada, accontentiamo Sciltian e allunghiamo fino a Milwaukee, la città di Happy Days. Ci arriviamo che son le tre del pomeriggio. Fa caldo e la città è deserta. Dal lago Michigan si levano vapori. Parcheggiamo sotto un palazzo a cubo di vetro blu e trotterelliamo in cerca del fast food "da Arnold's".

L'esperienza di Atlanta ci ha insegnato a non cercare la gente per le strade quando fa caldo. Entriamo in un grattacielo e ci immettiamo in un sistema di corridoi trasparenti che uniscono i palazzi in un intrico di vasti passaggi aerei. C'è folla come nella via Veneto della dolce vita: dozzine di bar e di negozi affollati, cinema, teatri, supermercati, tutto in aria rigorosamente condizionata.

I corridoi aerei si allargano in piazzette fiorite dove carrettini senza tempo vendono gelati e noccioline come in un paese dell'Italia d'anteguerra.

Ma Arnold's non c'è. L'avranno costruito ad Hollywood.

L'idea di una puntatina in Canada convince il gruppo. Edmonton è troppo lontana verso ovest, ma girando intorno ai Grandi Laghi si può arrivare alle Niagara Falls, e puntare su Montreal.

Noleggiamo una vasta auto bianca taglia vecchia America dai comodissimi sedili in pelle rossa per 46 dollari al giorno, assicurazione compresa, grande bagagliaio per metà occupato dal passeggino per il quattrenne Fabrizio e per il resto dal "minimo indispensabile" per una settimana della Sgnuffi.

Prendiamo la Ohio Turnpike e costeggiamo il lago Erie, dormiamo in un motel tipo Psyco per 16 dollari a notte, attraversiamo Cleveland a mezzogiorno, la città dove non succede mai nulla per antonomasia, e prima di sera guardiamo la massa d'acqua che precipita dal lago Ontario.

Niagara per la mia generazione vuol dire Marilyn Monroe col vestito rosso. Quelle cascate cinematografiche scuotevano dentro. Queste deludono un po'. Sono larghe ma basse. Quando uno dice Niagara si aspetta la fine del mondo. E la solita storia del sogno e della realtà.

Tutti gli opuscoli, le cartine, le pubblicità che abbiamo trovato nel raggio di cinquanta chilometri, dicono che il grande ferro di cavallo liquido che romba schiuma, è più spettacolare se visto dal lato canadese. Attraversiamo il ponte segnato a metà dal confine. Guardie canadesi esaminano i nostri passaporti con sospetto: come mai tanti ingressi negli Stati Uniti?

Che rispondere al biondo dal grande cappello: ci piace l'America. Non sembra convinto ma ci lascia passare.

Le cascate, anche viste dal Canada, sono più basse di come le aveva create l'immaginario. Di notte le illuminano con fari colorati, ma la nebbiolina d'acqua in sospensione guasta lo spettacolo.

Ci consoliamo con una iacuzzi in un hotel dal costo di 66 dollari la stanza. Di fronte c'è un ristorante italiano con un bar latteria.

C'è una copia di "La Repubblica" sul tavolo e la radio trasmette i risultati del nostro campionato di calcio. I clienti si sfottono sul Milan e la Juve. E' proprio uguale a uno dei nostri bar dello sport. I proprietari ci raccontano la storia di famiglia: emigrati quarant'anni fa come tagliaboschi, ha fatto poi i muratori e infine ristoratori. Adesso sono ricchi ma è stata dura, gli italiani non erano benvisti subito dopo la guerra.

Costeggiando le rive nord del lago Ontario arriviamo a Toronto puntando la bussola sulla CN Tower che coi suoi 553 metri d'altezza è, of course, la più alta torre del mondo, svettante come uno spillo gigante su una massa di grattacieli di vetro. Fino a qualche tempo fa Toronto era per gli americani quello che per noi è Canicattì. Il suo nome veniva citato come sinonimo di posto dimenticato dal mondo, adesso è una metropoli con due milioni di abitanti, così simile a quelle statunitensi che ha dovuto costruirsi lo spillone per farsi distinguere.

Lo scaliamo di notte, su fino allo space deck che gonfia la sua bolla di vetro a 447 metri d'altezza. Guardar giù, sui grattacieli illuminati diventati capanne di uno sterminato presepe di formiche, fa formicolare d'angoscia i testicoli dei maschi e fremere di desideri sadomaso gli uteri delle donne.

Non è come guardare dall'aereo: la sensazione di sfidare dio e le leggi di gravità è prepotente ed entusiasmante.

Una biondona al mio fianco geme di piacere mentre spiega al suo biondone che di giorno si può vedere parte dei quattrocentomila laghi della provincia di Ontario. Chiedo conferma della cifra e due occhi azzurri mi fissano per un attimo, annuisce orgogliosa la bella canadese: quattrocentomila.

C'è troppo vento ed è vietato uscire sulla balconata. Per una malefica deriva genetica "vietato" per noi italiani suona come un ordine alla rovescia, così Sciltian e io apriamo una porta ed usciamo.

La mano cattiva del vento ci afferra e ci schiaccia contro le vetrate. Arranchiamo nel tentativo di avvicinarci alla rete di protezione per guardare di sotto ma non riusciamo a staccarci dalla parete. Sciltian mi grida qualcosa che l'urlo della bufera porta via, poco dopo braccia nerborute portano via noi trascinandoci all'interno della torre. I miei ciuffetti sopra le orecchie sono in erezione e Sciltian sembra quella vecchia pubblicità delle matite coi capelli rigidi a raggiera intorno alla testa.

Ci scusiamo in un balbettante inglese, sperando nella tolleranza canadese. Ci va bene.

La nostra puntatina in Canada deve essere breve. Scambiar casa e poi pagare alberghi è un nonsenso. Però ci piacerebbe vedere Montreal e Riccardo è guidatore di lunga durata e di velocità da ritiro immediato di patente. Andiamo, non andiamo... Decidiamo che è già pomeriggio e lo schema geometrico delle strade di Toronto non promette una gran serata.

Scattiamo verso Montreal che dista circa 480 chilometri verso nord-est, nel Quebec francofono, col sole già basso sull'orizzonte.

L'autostrada è bella, di dimensione statunitense, e il traffico è molto scarso. Sterminata pianura verde da entrambi i lati, qualche fila di alberi, rarissimi segni della presenza dell'uomo. Tre ore e mezza dopo siamo a Montreal.

E' sera e la città ci accoglie col bailamme delle sue strade strette, dense di odori partenoeuropei, i piccoli negozi, gli infiniti bistrò, e un sudiciume latino.

Ho l'impressione di essere capitato in una Napoli che parla francese.

Entro in un negozio per comprare una mappa della città e dopo un tonante "Bonsoir madame" mi trovo a balbettare:

- Je voudrais... es que vous avez...une.... map... a downtown map, please!" -

Ci deve essere nel cervello una struttura addetta al richiamo degli automatismi linguistici che ha bisogno di tempo per adattarsi. La mia richiede, ahimè, almeno 24 ore.

Mappa in mano, iniziamo il giro degli alberghi. No vacancy dappertutto. Finalmente troviamo due suite in un hotel gestito da giapponesi. Chissà quanto costerà una suite! Ma siamo stanchi e non abbiamo scelta. La suite costa 96 dollari a notte ed è composta di due stanze, bagno e angolo cucina. Oltre alla camera da letto c'è una sala con un tavolo tondo, quattro poltroncine e un divano trasformabile in un letto a due piazze. Mobile bar in cucina, fornelli per cuocersi i pasti, macchina del caffè coi filtri e naturalmente aria condizionata e moquette dovunque. Sciltian, la Sgnuffi ed io ci stiamo da principi. Nel bagno c'è perfino l'asciugacapelli. Sciltian calcola che oggi 96 dollari equivalgono circa a 140 mila lire. Albergatori italiani, vergogna!

Manca il bidè. E' questo utile attrezzo del tutto sconosciuto alla civiltà anglosassone ma essendo Montreal di cultura francese pensavo di trovarlo. Forse anche i giapponesi non si lavano le chiappe.

Il giorno dopo su e giù per Montreal a guardare la gente, ad ascoltare la loro parlata francese, a desiderare le tante "parigine" che sculettano davanti alla basilica di Notre Dame, copia di quell'autentica di cui ripete lo stile e le due torri, ad ammirare la "tour inclinée" al

Parc Olimpique che, chi l'avrebbe detto!, è la più alta torre inclinata del mondo. Il "fleuve Saint-Laurent" è imponente, scavalcato da grandi ponti. Il fiume forma molte isole e sulla più grande c'è Montreal, proprio come Manhattan. Dietro alla piccola isola di Sainte Hélène c'è la zona del porto, pieno di navi che dall'Atlantico risalgono il vasto fiume fino ad attraccare alle sue banchine. La Senna al confronto è uno scolo di grondaia.

Sulla strada del ritorno deviamo verso Ottawa, dopo breve discussione e democratica votazione. Ne vale la pena: Ottawa è bellissima, ci accoglie con un parco verde intenso incorniciato dai neogotici palazzi del Parlamento, l'Università e un'altra Notre Dame. Le giubbe rosse di guardia aumentano la sensazione di fiaba nordica.

Pranzo veloce lungo un viale che vuol ricordare gli Champs Elysées e puntiamo nuovamente su Toronto. Lasciamo l'autostrada e Riccardo lancia il nostro bolide bianco su strette levigatissime strade provinciali immergendoci nella prateria. La parola Canada fa venire in mente foreste di alte conifere abitate da orsi e qui sembra di essere nella pianura padana.

Ci fermiamo davanti a un casotto che pretende di essere un drugstore. Dentro, in dieci metri quadri, c'è un bancone dove un omone sta affettando salame, e due scaffali su cui i saponi in polvere si mescolano coi biscotti e i preservativi. A terra sacchi di granoturco e di frumento.

L'omone ci guarda con diffidenza ma annuisce alla preghiera di prepararci dei panini con salame e formaggio. Dopo un minuto arriva una ragazzina in bicicletta e ci guarda affascinata come se fossimo animaletti rari usciti di bacheca. Prima che i nostri panini siano pronti arriva una dozzina di persone, tutte in bicicletta, e ci esaminano sfrontatamente. Un tamtam avrà segnalato il passaggio della nostra auto attraverso la sconfinata pianura e son venute a darci un'occhiata.

- We are coming from Italy.- tento, ma nessuna luce di comprensione si accende nei loro occhi. Una signora mette due sacchi da un quintale sul manubrio di un vecchio triciclo, tira su col naso e scuote la testa.

- Italy is near to France...- preciso e una ragazzina trasalisce colpita dalla rivelazione:

- Paris!- esclama sognante.

Ma sì, Roma è vicina a Parigi in misure canadesi.

Riprendiamo l'autostrada a Detroit e la città fumosa e grigia non ci invita ad una sosta. Passiamo la frontiera e siamo di nuovo negli States: é buffo ma abbiamo la sensazione di essere tornati a casa

 

CAPITOLO XXI

LAS VEGAS E SAN DIEGO

Atterriamo a Roma ai primi di settembre. Le strade ci sembrano ancora più strette e il traffico insopportabile.

Sui marciapiedi i cani cacano continuamente, gli automobilisti buttano cartacce dai finestrini e i pedoni scatarrano dovunque. Eppure i romani sono quasi tutti lavati profumati e ben vestiti e abitano appartamenti dai pavimenti lucidi, con linde cucine e tende di bucato: la sporcizia comincia sul pianerottolo, là dove noi italiani sentiamo che non è più casa nostra.

E' sempre stato così ma adesso ci dà un fastidio acuto e un senso di vergogna. Guardo i muri dei palazzi imbrattati da scritte imbecilli tipo "Lazio di merda", su cui la mano di un homo sapiens sapiens ha scritto Roma, e un'altra ha riscritto Lazio. Qualche genio ha pennellato enormi "Meridiano zero" sui muri delle scuole e un saggio ha corretto la "d" in "t": sì, meritiamo zero.

I muri delle metropoli americane sono coperte di graffiti e di murales che hanno una qualche capacità di comunicazione artistica. Le scritte della metropolitana di NewYork sono state mostrate al Museo d'Arte Moderna. Le nostre sono banali e volgari e sono andate sempre peggiorando. Nei vespasiani di un tempo si poteva leggere: povera umanità dove si perde, nel buco delle urine e delle merde. Non era Dante ma conteneva un pensiero.

Oppure: non grosso che sfondi, non lungo che tocchi, ma duro che duri è il cazzo coi fiocchi. Potrebbe essere Della Casa.

Ancora durante gli anni piombo si poteva trovare un po' di humour, sia pure involontario. Mi ricordo un "Contro la stato di guerra, guerra allo stato", e anche un "Basta con le prime pietre, mettiamo prima le ultime!".

La notte di Natale stendiamo sul tavolo da pranzo la grande carta del Nord America su cui Sciltian ha disegnato pallini rossi sulle città visitate ed evidenziato le strade che abbiamo percorso. Ci manca ancora tutto il Middle West e il Sud-ovest. Però guardiamo tristi la pancia di Amarilli che sta crescendo per la terza volta: Clarissa's coming. Dovremo saltare un'estate.

Un amico di Riccardo, uso a vomitare l'anima quando veniva in barca con noi, è diventato miracolosamente grinder sul Moro di Venezia e ci manda cartoline da San Diego.

Poiché l'attesa Clarissa avrà pochi mesi l'estate prossima, San Diego, dolce e tranquilla, ci sembra una buona scelta.

Mi attacco al fax e spedisco le mie proposte ai sandieghegni vogliosi d'Italia. Dopo una settimana ho già concluso uno scambio con una famiglia di La Mesa, un'area residenziale a est di San Diego.

Seguiamo in TV l'America's Cup con un occhio al rosso scafo della Montedison e un altro ai panorami che si intravedono dietro le barche: grandi baie, lussuosi yacht club, doratissime spiagge. Dev'essere un buon posto.

Come ormai è uso, partiamo prima Sciltian, la Sgnuffi e io. Riccardo e Amarilli verranno qualche giorno dopo, stavolta si portan dietro una famiglia di amici che ha affittato un appartamento sulla baia e un'altra coppia che ha scelto un residence a La Jolla.

Roma-Madrid-Los Angeles. Diciotto ore, sosta compresa. Arriviamo a El Ai all'una e trenta dopo mezzogiorno avendo guadagnato un po' di ore col fuso, giusto in tempo per noleggiare una giapponesina alla Avis da 26 dollari al giorno e scattare verso Las Vegas. Quattrocento chilometri di riposante guida americana sulla statale 15 sono un piacere. Dopo Barstow ci inoltriamo nel deserto. L'aria è secca e le montagne brulle si stagliano scolpite con violenta precisione di dettaglio.

L'ingresso in Nevada mette allegria: si passa sotto un arco di trionfo colorato come l'entrata in una Luna Park. Subito dopo la linea di confine ci sono i primi alberghi con casinò. La pubblicità luminosa annuncia prezzi incredibili: offrono stanze gratis e colazioni per due dollari ma solo giocatori incalliti si possono fermare in mezzo al deserto.

Abbiamo prenotato ad un Best Western perché quello è il libro di hotel che ho a Roma ma meditiamo un cambio dopo la prima notte. Non prenotiamo mai alberghi tramite le agenzie perché triplicano i prezzi.

La strada si inerpica verso le montagne. Cartelli ci avvisano di spegnere l'aria condizionata per non far bollire l'acqua nel radiatore. Eseguo e un coro di proteste si alza dai passeggeri:

- Sei matto ad accendere il riscaldamento?-

La temperatura esterna è ben oltre i quaranta gradi. Rimetto l'aria condizionata sperando nella tecnologia giapponese. Incrociamo alcune auto ferme coi cofani aperti e fumanti, ma la temperatura nel nostro radiatore non passa i novantacinque gradi.

Superiamo le montagne col sole al tramonto e scendiamo in un immenso cratere lunare: una conca grande come l'orizzonte di color ocra e giallo sul cui fondo si alzano i grattacieli di Las Vegas.

Quante volte abbiamo visto Las Vegas al cinema! Eppure non siamo preparati allo spettacolo: nell'aria che imbrunisce rapidamente chilometri di grattacieli si incendiano di cascate luminose. Insegne rutilanti alte decine di metri disegnano quadri di luci in movimento, un abbagliante pagliaccio ci invita sulla destra mentre rubinei flamingos disegnano i contorni di un Hilton.

Il Caesar Palace mostra la sua romanità fastosa e pacchiana mentre in un giardino d'acqua un vulcano erutta lingue di fuoco. Lo Stardust si erge bellissimo con una vertiginosa parete che sfuma dal blu al rosso e alle nostre spalle l'hotel Excalibur illumina le sue folli torrette medievali con cupole colorate da castello delle fiabe di Disney..

Una sottile euforia trasforma il mio stupore in desiderio di godere, di mettere nella mente tutta quella gioia luminosa che infrange le barriere critiche del mio gusto europeo per conquistarmi, proprio come nella lontana infanzia facevano le giostre nei giorni di fiera.

Il nostro Best Western non è un granché in confronto a ciò che abbiamo intravisto e il suo prezzo è uguale a quello pubblicizzato con pannelli immensi dal buffo ma grandioso Excalibur: 45 dollari a notte.

Siamo stanchi e andiamo a letto ma da domani sposteremo i bagagli nel mondo di Re Artù.

Camminare sotto il sole è impresa eroica. Il termometro annuncia 44 gradi centigradi. Un vigile donna in un incrocio dirige paonazza il traffico.

- It's hot, sir, but no humidity. No humidity.- ci rassicura uno degli scudieri in costume che ci accoglie all'Excalibur. Anche negli altiforni non c'è umidità...

La hall dell'hotel è grande come quella di un aeroporto. Per il check-in sono in funzione venticinque sportelli davanti a cui sono incolonnati centinaia di nuovi clienti. Ci danno una suite al ventisettesimo piano: le finestre sono bifore, l'arredo imita il fratino, il bagno è così vasto che dalla tazza si fatica ad arrivare al rotolo di carta igienica. Malgrado tanto spazio non c'è il bidet.

Ci rinfreschiamo e scendiamo al casinò. Ogni hotel ha il suo. Qui la gente viene per giocare.

La prima volta che si entra in un casinò di Las Vegas si è frastornati dalla sue prospettive senza fine di slot-machines in un orgia di velluti e di moquette dai colori violenti, centinaia di tavoli da poker, di blakjack, di chemin de fer, tavoli per i dadi, macchine per cambiare i soldi che ingoiano banconote e carte di credito di ogni nazione sputando monetine o tokens di vario valore. Ragazze in guêpière dalle lunghe gambe fasciate di rete nera portano vassoi con bibite ghiacciate offerte dalla casa ai poveri esausti giocatori.

Faccio un accordo con Sciltian: giocheremo solo monetine da cinque cents. Limiteremo le perdite e il divertimento sarà lo stesso. Be’, proprio lo stesso no, a giudicare dalle urla di giubilo di una cicciona mentre la cascata delle monete vinte non accenna a fermarsi, furbescamente amplificata dai piatti a risonanza posti sotto le slot-machine che annunciano la possibilità di un jackpot da 23.645.837 dollari se si giocano quattro token da un dollaro per volta. E il jackpot continua ad aumentare alimentato dalle giocate di tutti.

Sciltian ed io infiliamo monetine da cinque cents nelle macchinette del poker e con dieci dollari giochiamo per cinque ore e possiamo toccar con mano una verità banale ma che chi gioca sempre dimentica: si può vincere soltanto se si smette quando si è in attivo, continuando si perde sempre. Infatti questi casinò si vantano di trattenere soltanto il tre per cento del valore delle giocate e con quel tre per cento possono permettersi questa magnificenza.

Abbiamo solo quattro giorni e poi dobbiamo andare a San Diego per l'appuntamento con la famiglia di La Mesa e non possiamo vedere tutta Las Vegas. Gli spettacoli costano 25 dollari e si esibiscono le più grandi star del mondo, si può mangiare in un ristorante anni 50 con dodici dollari oppure nei self-service con cinque. Anche mentre si fa la fila per la cassa si può continuare a giocare con le slot-machine che sono ovunque. In qualche albergo le han messe anche nei cessi.

Da Las Vegas a San Diego son sei ore d'auto, costeggiando l'infinita periferia di Los Angeles.

Scendendo verso il Messico il deserto lascia il posto a collinette inverdite blandamente da una vegetazione mediterranea stentata per la mancanza d'acqua, punteggiata da gloriosi cactus di ogni forma.

Ci fermiamo a pranzo in un curioso villaggio annunciato con grandi insegne come Sun City. Ampie strade perfettamente lisce e senza traffico si snodano in mezzo a lunghe teorie di cottage a un solo piano con garage giardino e alberello. Non ci sono scale, dolci rampe portano alle larghe porte d'ingresso delle villette tutte dipinte in un delicato azzurro. Il posto ha un suo fascino, c'è un gran bel silenzio e un'arietta tiepida fa stormire gli alberelli bassi, tutti uguali anch'essi, posti accanto ad ogni uscio.

- Sembra un cimitero...- sussurra Sciltian dando parole ad una vaga sensazione di disagio.

Su un vasto piazzale si fronteggiano due pompe di benzina e due ristoranti. Entriamo in quello di destra. Tavoli in legno chiaro con tovaglie azzurre e fiori in piccoli vasi di coccio gli danno un'aria serena. Ai tavoli, una ventina di persone, la più giovane delle quali ha un'ottantina d'anni. Anche loro molto sereni, sorridenti, coi capelli bianchi sfumati dello stesso azzurro delle tovaglie. Il nostro ingresso genera movimento, dandoci l'impressione che prima tutto fosse fermo e che solo adesso fingano di vivere. Camerierotte pimpanti ci sottopongono menù e ci spiegano che Sun City è una delle tante città per anziani che punteggiano la California. Tutto è studiato per loro in modo che possano andare dal letto al ristorante anche su una sedia a rotelle. Gli unici maschi giovani sono quelli del servizio di vigilanza. Curatissima è la parte sanitaria, con buoni medici e assistenti sociali: un bellissimo parcheggio per vecchi prima del cimitero.

La cucina è buona ma è con sollievo che ci rimettiamo sulla 15 alla volta di San Diego.

Passiamo Temecula, città dal nome indiano che si presta a battutacce volgari, e dopo Escondido arriviamo all'incrocio con la 8.Il navigatore Sciltian mi dice che devo immettermi sulle corsie che vanno a est per arrivare a La Mesa. Infatti dopo una decina di minuti un cartello ci avvisa che dobbiamo uscire. Lasciata la statale ci troviamo un labirinto di strade e stradelle che si inerpicano ghirigorando su per un'erta collina su cui un grosso crocefisso allarga le sue lignee braccia. Tanto le grandi strade sono facili, dritte e ben segnalate, così quelle residenziali sono labirintiche e curve: dev'essere lo spirito di compensazione a far credere agli americani che i ricchi debbano abitare lungo strade a spire, con poche indicazioni, dove sia facilissimo perdersi.

Abbiamo una mappa dettagliata della zona che i nostri partner ci hanno mandato via fax: assomiglia a quei giochetti dove bisogna seguire un tracciato con la matita per portare il gatto a mangiare il topo, con tanto di punti ciechi, finti incroci, ritorni indietro. Dopo aver evitato Bonnie Vista Road, superato il tranello di una Bonnie Vista Boulvard, riusciamo a parcheggiare a Bonnie Vista Drive davanti ad una villetta dall'aria triste: la più brutta dell'area, di color militar mimetico detto più volgarmente merda di scarabeo.

Il cottage è grande orizzontalmente ma sembra avere un solo piano mentre noi sappiamo che deve averne due. Grandi abbaini si levano sul tetto fatto di assicelle inchiodate.

Ci scambiamo un'occhiata di apprensione: stavolta abbiamo preso la fregatura! Suoniamo con apprensione. Ci apre una signora maturata bene e lancia esclamazioni di benvenuto introducendoci in un bellissimo salone dal soffitto alto sei metri con finestroni immensi che danno su un prato che termina su uno strapiombo davanti al panorama di San Diego. Sospiriamo di sollievo: l'interno di quel misero cottage è una bella villa con grandi spazi, (ad un piano vista da fuori ma a due vissuta da dentro!) con un'ampia cucina fornita di tutto dove un gioviale signore sulla sessantina ci stritola le mani in grandi strette accompagnandoci al piano di sopra dove ci sono tre stanze da letto con bagno. La signora ben maturata con un sorriso di orgoglio introduce la Sgnuffi, me e le voluminose valigie nella suite padronale: la stanza da letto ha una moquette erba di campo, densa e alta come un prato da rasare ed un letto di schiuma bianca con baldacchino e specchio troneggia gonfio di rosei cuscini di pizzo a forma di cuore. Attraverso un passaggio armadiato a specchi ci conduce nella sala da bagno, grande come la camera da letto e occupata per metà da una rosea vasca Jacuzzi che sembra un'orchidea sbocciata in mezzo al green della moquette.

Doppi lavabi con specchi e una toilette regale con corona di lampade chiudono il nostro stupito sguardo panoramico.

La signora gode del nostro stupore ed è felice.

Il padrone ha origini tedesche e mi ha preparato un manuale per la manutenzione della casa di duecento pagine dattiloscritte. E' diviso in capitoli: il primo riguarda l'antifurto che va innestato uscendo e che riempie tutte le stanze di microonde segnalando ogni movimento sospetto. L'allarme suona direttamente nell'ufficio di polizia e l'agente prima di mandare una squadra farà una telefonata. Se nessuno risponde partono a sirene spiegate. Se risponde qualcuno che non sa la parola d'ordine spiegano ugualmente le sirene. Devo concordare coi poliziotti una mia parola d'ordine e divento patriottico: Italia. Il secondo capitolo riguarda l'innaffiamento del giardino. Complicatissimo perché ci sono tre sistemi di innaffiamento automatico più tre attacchi manuali. Per le rose quattro ore, per il prato due, per i fiori del giardino di fronte alla casa una. Di giovedì verrà un giardiniere negro a rasare l'erba. Di martedì verrà l'impiegata di un'agenzia che si occupa dei fiori interni e che spruzzerà le foglie con uno spray, metterà acqua e concime. Ha una chiave sua, va e viene, possiamo non farci caso. Il terzo capitolo riguarda gli elettrodomestici: gli appliances, come dicono qui. Ha come allegati tutti i libretti di istruzioni dei dodici pezzi forti della grande cucina, dal tritarifiuti al microonde.

Il quarto riguarda i televisori, i videoregistratori e l'impianto Hi-fi con dettagliate spiegazioni dei vari canali, della cable Tv, dei compact disc, cassette, ecc.

Il quinto riguarda le auto: ce ne lasciano due. Una Chrysler rossa di gran lusso che sta in garage e un'altra giallo oro che sta accanto alla casa. Documenti, assicurazioni, permesso di guida firmato dai legittimi proprietari nel caso che la polizia sollevasse qualche problema. Il sesto riguarda i gatti: sono tre. Vivono in giardino, entrano spesso ma non bisogna permetter loro di salire al piano di sopra. Mangiano due scatolette di carne al mattino e una busta di crakers nel pomeriggio.

Il settimo riguarda i colibrì: ci sono dei vasi di vetro colmi di liquido dolce appesi sui balconi dove i colibrì vanno a suggere da finti fiori. Non si debbono lasciare vuoti o i microuccelli moriranno perché sono talmente rincoglioniti da non saper più sopravvivere senza quella droga zuccherina. L'ottavo riguarda il pesce rosso nella stanza di una delle figlie: è tropicale, bisogna controllare temperatura, aria e cibo.

Prometto che passerò l'intero mese a studiare il manuale, correndo dai gatti agli uccelli ai pesci, riposandomi col controllo delle differenziali bagnature del giardino. Il mio inglese non è tale da trasmettere sfumature ironiche.

Il giorno dopo, alle cinque di mattina, i nostri ospiti partono per Roma e io li accompagno con la mia giapponesina fino all'aeroporto che è situato al centro di San Diego, in una zona accanto alle acque della baia. Comodo per chi deve volare, pauroso per gli abitanti della città che si vedono sfiorati da immensi Jumbo dai ventri imbullonati.

Lascio la giapponesina al deposito della Avis nel buio delle quattro antimeridiane, accolto nel parcheggio da un nero con un computer portabile che guarda la targa, batte sulla tastiera e poi mi dà una ricevuta per 343 dollari, quasi ottanta più del pattuito. Non devo pagare, la fregatura è automatica, va direttamente sulla carta di credito. Protesto e lo spilungone buio mi mostra la corona d'avorio della sua perfetta dentatura: è il computer che fa i conti. Cheese.

Mi siedo sulla sontuosa pelle rossa dell'auto dei miei ospiti e di fronte all'aeroporto loro scendono, ci abbracciamo con scambievoli auguri di buone vacanze e mi metto alla guida. L'auto scivola via silenziosa e feudale, docile al volante, voluttuosa nel cambio automatico che sembra precedere ogni mio desiderio.

Trovo con qualche difficoltà Bonnie Vista Drive e parcheggio di fronte al cottage color cacca d'insetto. La Sgnuffi e Sciltian stanno ancora dormendo. Ricomincio ad essere americano.

L'arrivo di Amarilli, Riccardo e tre figli scatenati tre, riportano aria di Roma. Melissa vuol suonare il piano che c'è nel salone e anche Fabrizio vorrebbe mentre Clarissa ha imparato a star ritta e tira a terra ogni cosa che riesce ad afferrare.

Andiamo a fare la prima megaspesa nel supermercato più vicino e per due ore ci immergiamo nell'abbondanza di dimensioni pantagrueliche: ma le differenze con l'Italia sono ormai solo nelle dimensioni. Anche da noi le cassiere fan passare le confezioni sulle finestrelle dei lettori dei codici a barre, anche da noi c'è la stecca di plastica che separa quello che ho comprato io da quello che ha comprato quel cliente che vien dopo di me e anche qui gli scaffali son pieni di acqua San Pellegrino, di prosciutto di Parma, di spaghetti e rigatoni nostrani.

Il primo guaio lo fa Riccardo ponendo le bottiglie d'acqua minerale sopra il frigorifero. Lo apre e una piomba sul pavimento in maiolica fracassando una mattonella. Nel giro di ventiquattr'ore si blocca il tritarifiuti, si brucia il microonde, si spezza la manopola del televisore del salone e il pesce tropicale galleggia morto a pancia in su in un'acqua che si è messa a bollire per la rottura del termostato.

Siamo costernati ma anche morsi a sangue da piccole pulci di gatto che si nascondono nella moquette della sala da pranzo. Riccardo propone di finire l'opera mettendo i gatti nel forno a gas e impallinando i colibrì con la doppietta che abbiam trovato nello studio del padrone di casa, sotto la sua foto di ufficiale dei marines.

Abbiamo scambiato otto contro due e forse otto persone sono troppe per uno scambio casa, occorrerebbe organizzare uno scambio albergo.

San Diego è una grande pacifica città stesa su due stupende baie, col porto militare più grande del mondo e dei marina per yacht privati da far urlare di rabbia chi come noi è stato costretto per anni in quarta fila nel porto del Circeo sopportando le angherie delle mafie locali.

Corazzate potenti, sottomarini atomici semimmersi, portaerei maestose solcano le acque dei golfi attraccando ai moli di Coronado che è una quasi-isola unita alla terra ferma da una sottile striscia di sabbia lunga dieci chilometri su cui passa una strada. Dal centro di San Diego si può arrivare a Coronado percorrendo una soprelevata a pagamento che sembra il ramo di una gigantesca giostra di montagne russe tanto si alza nel cielo prima di riabbassarsi sulle più belle spiagge del mondo.

Riusciamo a interrompere lo shopping di Amarilli e andiamo a Point Loma, l'estremità del braccio che chiude la grande baia a nord: il panorama è davvero unico. Decine di migliaia di yacht a vela e a motore riempiono i marina degli specchi d'acqua interni formati da barriere naturali, migliaia di villette, di residence, di club inframmezzati da imponenti viali di palme occupano tutto il lato est e nord della baia. Al centro c'è la downtown coi suoi pochi grattacieli che si specchiano nel mare, antiche navi a vela trasformate in musei attraccate ai moli e la vincitrice dell'America's Cup esposta sotto le palme. In un cantiere di Shelter Island, una penisola messa lì apposta dalla natura per creare yacht club, c'è anche il "Moro di Venezia" coperto da un bianco sudario di delusione.

San Diego è molto latina. Lo spagnolo è parlato più dell'inglese. Siamo a venti minuti d'auto da Tijuana che è la sua corrispondente messicana.

La pressione dei messicani che vogliono entrare negli Sates ha fatto sì che lungo tutte le migliaia di chilometri di confine, ad ogni città statunitense ne corrisponda un'altra messicana. A San Diego entrano circa mille clandestini al giorno, ogni dieci giorni qui arriva il corrispettivo degli albanesi in Puglia che gettò l'Italia nel panico, e la California li digerisce con qualche problema, ma come potrebbe essere altrimenti?

Andiamo a Tijuana insieme agli amici di Riccardo, lasciando le auto in zona statunitense. Un pullman ci porta al centro della città.

Dovunque c'è sporcizia e miseria, della peggiore, quella che vede le ricchezza vicinissima ma difficile da raggiungere.

Le guardie californiane non sparano e non usano violenza contro i clandestini, si limitano a riportarli in Messico e quelli caparbiamente ci riprovano tante volte finché ce la fanno. Scavalcano muri, tagliano fili spinati, si stipano nei sottofondi delle auto, attraversano il deserto. Sull'highway c'è un terribile cartello: in un triangolo di pericolo è disegnata una messicana con due bambini per mano. Attraversano col buio, è facile investirli.

- Hai più visto quella moretta coi capelli lunghi e quel bambino in braccio?- chiede una guardia ad un compagno.

- No. Son tre giorni che non la becchiamo...-

- Allora é passata.-

Tijuana è un grande lurido bazar pieno di mercanzia scadente, venduta al triplo del suo valore.

- Dieci dollari! Non es nada!- strilla uno dei tanti venditori agitandomi sotto il naso un braccialetto di dubbio argento. Poiché lo sorpasso senza interesse, urla:

- Cinco, senor! Cinco dollares!- Io tiro dritto e lui:

-Tres, senor! Tres! Dos! Dos! Este por un dollar, senor, por favor!-

Torno indietro e compro il braccialetto ma glielo pago dieci dollari.

Abbiamo noleggiato un van con nove posti a sedere e dovremmo partire per un lungo giro fino a New Orleans e poi, attraverso le riserve indiane risalire fino al Gran Canion.

Ma, come dice un amico mio, l'uomo propone e dio cane. L'uragano Andrews vortica davanti alla Louisiana e nessuno sa dove andrà a sbattere.

Per raggiungere il Gran Canion decidiamo di tornare a Las Vegas e prenotare sette posti (Clarissa non paga) su un piccolo aereo che sorvola il millenario scavo del Colorado. La pubblicità parla di 125 dollari a testa, coi bambini a metà prezzo. Alloggiamo di nuovo all'Excalibur e troviamo un depliant che ci promette uno sconto sul volo di quasi la metà. Col depliant ci presentiamo alla cassa dell'agenzia per pagare ma non possono farci lo sconto poiché noi abbiamo accettato telefonicamente il prezzo col broker: abbiamo quindi perfezionato il contratto verbale e loro non possono più mutarne le condizioni. Mi dà un tremendo fastidio pagare più degli altri due italiani che voleranno con noi: due ragazzi biondi, con gli occhi chiari che si tengono dolcemente per mano. Insomma il controcliché dell'amante latino.

L'aeroplanino monoelica, monomotore, monotutto si alza dalla pista di un aeroclub e ballonzola nell'aria calda sopra Las Vegas tentando di guadagnar quota. Poiché son quello con le gambe più lunghe il pilota mi ha fatto sedere accanto a lui e poso la mano sulla cloche del doppio comando. Sogghigna e mi avverte di non muoverla. Metto le mani in tasca mentre ascolto in cuffia una voce che spiega in un italiano esitante le meraviglie di Las Vegas, del vicino lago Mead creato con una ciclopica diga che sbarra il Colorado, e dei milioni di anni impiegati dal fiume per scavare il Gran Canion.

Dall'alto Las Vegas sorprende ancora: la città si estende su un'area molto vasta. Si vedono campi da football, da baseball, un'infinita spuntinatura di piscine blu accanto alle innumeri villette o cottage che sono il modo di abitare di gran lunga preferito in America da una costa all'altra.

L'aereo cade per una decina di metri levandoci il fiato. Un vuoto d'aria. Guardo le facce della famiglia: palliducce ma sorridenti. Uno dei due gay seduto in fondo comincia a vomitare nell'apposito sacchetto.

Il lago Mead è surreale: l'acqua blu è in contrasto violento col marrone assoluto delle sue rive scoscese, prive di vita come le pianure di Marte mostrateci dal Viking. Noi siamo abituati ad associare il verde ai laghi: questo è lungo cento miglia ma l'unico verde è quello artificiale piantato intorno alle poche case di un imbarcadero.

L'aereo ballonzola, vibra, scivola d'ala. L'elica gira davanti a me e il motore a quattro tempi scandisce nettamente i suoi colpi trasmettendo un senso di insicurezza, potrebbe fermarsi come quello di una normale automobile. Scendere e mettere il triangolo.

Il canyon si apre sotto di noi e l'aereo è colpito da una corrente d'aria ascensionale e sbalzato in alto per alcuni metri. Adesso sul fondo i gay vomitano entrambi e imprecano in un italiano ingolato chiedendo di tornare indietro. Il pilota ha le cuffie e non li sente o finge di non sentire: vira e si abbassa sul più grande taglio della Terra.

L'altezza appiattisce la voragine centrata dal sole alto nel cielo blu puro. Sul fondo il nastro limaccioso del Colorado barbaglia come una catena d'oro. I dirupi colorati a strati sono una torta millefoglie. C'è la storia del pianeta scritta in quelle fasce ma io non la so leggere.

L'aereo vola sul canyon seguendolo verso sud. L'Arizona si stende a vista d'occhio arida e marziana. Là galoppavano gli indiani e i carri dei coloni cercavano di passare per raggiungere la California. Sfugge alla razionalità di oggi come siano riusciti a farcela in quel forno assurdo senza acqua e senza ombre.

In cuffia la voce sgrammaticata mi racconta della prima esplorazione del fiume : partirono in cinquantadue e arrivarono in tre. Ecco spiegato il mistero: per ognuno di quelli che ce la facevano, venti morivano.

Questo non è vedere il Gran Canyon, è intravederlo nella sua prospettiva peggiore. Chiedo invano al pilota di abbassarsi dentro il gran taglio, risponde che non può perché due settimane prima un aereo s'é schiantato contro le pareti ed è stato proibito. Rimpiango di non aver insistito per l'elicottero anche se costava il doppio ma che atterrava sul fondo del canyon.

Dopo due ore di svolacchiamento sull'arie perturbate del deserto, l'aereo gira l'elica verso Las Vegas per il ritorno. Quando le ruote toccano l'asfalto della pista c'è allegria in famiglia mentre esplode la rabbia dei due omosessuali che urlano contro il pilota, l'aereo e chi li lascia volare, usando insulti pesanti che tutti facciamo finta di non capire.

Ci lasciamo alle spalle Las Vegas e le sue tentazioni e al tramonto siamo a Calico, una ghost town vicino a Barstow. Siamo fuori dell'orario previsto per le visite e il trenino che porta su per la montagna è fermo. Ci arrampichiamo come tutti i giorni facevano i minatori d'argento e le loro famiglie.

Il vento della sera soffia su quelle rocce bollenti, si infila nei piccoli canyon, entra nelle bocche delle miniere abbandonate e accarezza le vecchie baracche, in gran parte rifatte per uso turistico ma uguali a com'erano. Una lapide racconta la breve storia della città che con la scoperta dell'argento passò da pochi abitanti a molte migliaia per poi spopolarsi con la crisi del commercio di quel metallo fino a ridursi a due persone, poi a una: una donna. Era questa la maestra della città che visse in mezzo a quei sassi i novant'anni della sua vita. Mi arrampico fino in cima al monte dove c'è una grande buca scavata da quegli eroi della fatica che picconavano sotto il sole a 45 gradi Celsius, spostando tonnellate e tonnellate di rocce. In quel posto, dice una lapide, vennero cavati quintali d'argento in pochi giorni.

Sta calando la sera. Sono solo al sommo di una roccia. Intorno a me il silenzio e la maestosità di una natura ostile ma bellissima. Nel cielo colori viola gettano un riverbero strano sulle pareti graffiate e bucate da povera gente in cerca di ricchezza e le finestrelle delle baracche sembrano fissarmi come occhiaie vuote di teschi.

Un possente senso di sacro. Dovunque giro lo sguardo non c'è segno di vita.

Tra le baracche ombre piccole e grandi mi chiamano e il mio nome mi arriva flautato e distorto dalle folate di vento. Sto ancora là, ritto sulla roccia, a sognarmi indiano o minatore per riempirmi gli occhi dello stesso panorama che si mostrò a loro nel passato.

Nulla è cambiato, si respira eternità. Anche questa è America.

    

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